Il 18 luglio 2025, con la riconsegna del Camp Geille alle forze armate senegalesi, si è chiusa una storia lunga 65 anni. La Francia ha ufficialmente smantellato le sue ultime due basi militari in Senegal, segnando una tappa decisiva nel processo di affrancamento dal passato coloniale e nel ridisegno delle relazioni tra Parigi e l’Africa occidentale.
A sancire il passaggio, una cerimonia sobria ma densa di significati a Dakar, alla presenza del generale senegalese Mbaye Cissé e del comandante francese Pascal Ianni. È stata l’occasione per ribadire un concetto semplice ma di portata storica: il tempo delle basi straniere in Africa è finito, e con esso quello delle gerarchie militari ereditate dalla colonizzazione.
La decisione di chiudere le basi risale all’annuncio del presidente Bassirou Diomaye Faye, lo scorso dicembre. Un atto di rottura e di affermazione: il Senegal, ha detto Faye, è uno Stato sovrano, e la sovranità non tollera la presenza militare permanente di potenze straniere.
Dietro quella scelta c’era una tensione accumulata negli anni, alimentata da scandali, proteste e memorie dolorose. In particolare, il presidente senegalese ha collegato il gesto all’80° anniversario del massacro dei Tirailleurs Sénégalais, soldati africani che avevano combattuto per la Francia contro i nazisti, poi fucilati dall’esercito francese nel 1944 per aver chiesto paga e diritti. Solo quest’anno Emmanuel Macron ha ammesso formalmente la responsabilità del massacro, definendolo un “crimine”.

L’uscita dal Senegal rientra in un più ampio processo di ritiro strategico della Francia dal continente africano, accelerato dai colpi di Stato in Mali, Burkina Faso e Niger. Tra il 2020 e il 2023, più di 4.000 soldati francesi sono stati espulsi da questi Paesi, mentre i nuovi governi militari stringevano alleanze con attori alternativi, come la Russia o la Turchia.
Il Senegal, Paese considerato fino a poco tempo fa un bastione della diplomazia francofona, ha seguito una traiettoria autonoma ma altrettanto decisa. Oltre alla chiusura delle basi, ha avviato una revisione della cooperazione economica e dell’istruzione, rivendicando un nuovo modello di sviluppo meno dipendente da Parigi e più orientato al Sud globale.
Oggi, con il ritiro completo dal Senegal, la presenza militare francese in Africa è ridotta ai minimi termini: restano solo la base a Gibuti e piccoli contingenti in missioni internazionali. Finisce così un secolo di dominio soft, cominciato nel periodo coloniale e proseguito sotto forme più o meno visibili, spesso contestate come “Françafrique”.
Resta da capire quale sarà il futuro della sicurezza regionale, in un’area minacciata da jihadismo, instabilità e crisi climatiche. Ma il segnale lanciato da Dakar è chiaro: l’Africa vuole scegliere da sé i suoi partner, senza ingerenze né paternalisme. La chiusura delle basi non è solo una questione militare, è una scelta simbolica di autodeterminazione e dignità.



