Centrafrica, la guerra si nutre della povertà

Mercoledì 29 luglio il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso all’unanimità di prorogare ancora per un anno le sanzioni contro i gruppi armati che operano nella Repubblica Centrafricana. La risoluzione 2827 rinnova fino al 31 luglio 2027 l’embargo sulla fornitura di armi ai gruppi non statali, insieme al congelamento dei beni e ai divieti di viaggio nei confronti dei soggetti sanzionati, e prolunga fino alla fine di agosto 2027 il lavoro del gruppo di esperti incaricato di controllarne l’applicazione.

Non è più, va precisato, l’embargo generalizzato imposto al Paese nel 2013: quello sulle forze governative è stato eliminato nel 2024. Le restrizioni rimaste colpiscono ribelli e reti a essi collegate.

Il voto racconta bene il paradosso della Repubblica Centrafricana. Il Consiglio di sicurezza riconosce che negli ultimi anni qualcosa è cambiato: l’autorità dello Stato si è estesa, il processo politico è andato avanti e diversi gruppi hanno ripreso la strada degli accordi di pace. Eppure le armi continuano ad arrivare.

Tanto che l’ambasciatore centrafricano all’Onu Marius Aristide Hoja Nzessioué ha posto la domanda forse più importante dell’intera discussione: se l’embargo esiste, chi continua a rifornire i gruppi armati, attraverso quali reti e con quali finanziamenti?

L’ultimo rapporto degli esperti dell’Onu dà almeno una parte della risposta. Gli accordi firmati nel 2025 con Unité pour la paix en Centrafrique, 3R e successivamente il Mouvement patriotique pour la Centrafrique hanno prodotto risultati concreti: circa 1.300 combattenti erano stati disarmati e smobilitati entro la primavera del 2026. Ma le strutture di alcuni gruppi sono rimaste sostanzialmente in piedi.

Elementi di 3R risultavano ancora coinvolti in posti di blocco illegali, riscossioni coercitive, rapimenti e attività nelle zone minerarie; unità dell’Upc continuavano a muoversi lungo corridoi minerari e in diverse aree dell’est. Il disarmo, inoltre, soffre della mancanza di fondi per reintegrare gli ex combattenti, proprio il passaggio senza il quale consegnare un fucile può diventare soltanto una pausa prima di riprenderne un altro.

Ai confini il problema è ancora più evidente. Nel sud-est gli esperti hanno raccolto informazioni su armi provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dal Sud Sudan. Nel nord-est, soprattutto nelle prefetture di Vakaga e Haute-Kotto, la guerra sudanese ha creato un sistema ancora più instabile, dove si intrecciano gruppi centrafricani, combattenti sudanesi e reti legate alle Rapid Support Forces.

Nel rapporto dell’Onu il nord-est viene descritto come uno snodo della circolazione delle armi, mentre attorno alle miniere e alle strade continuano uccisioni, sequestri, saccheggi e spostamenti forzati della popolazione.

È per questo che le sanzioni, da sole, possono soltanto contenere il problema. In un Paese grande quasi il doppio dell’Italia, senza sbocco al mare, con confini estesissimi e una presenza statale debole fuori dai principali centri, vietare formalmente il commercio di armi significa poco se non si riescono a colpire le rotte, gli intermediari e soprattutto l’economia che mantiene in vita i gruppi.

Oro, diamanti, bestiame, pedaggi illegali e controllo delle vie commerciali permettono alle milizie di procurarsi risorse anche quando i loro finanziatori ufficiali vengono sanzionati. La stessa Onu ha incaricato i propri esperti di dedicare particolare attenzione proprio alle reti transnazionali di traffico e approvvigionamento che continuano a finanziare e armare questi gruppi.

Ma guardare soltanto alle armi significa vedere metà della Repubblica Centrafricana. L’altra metà è la povertà. E forse è quella che spiega meglio perché un conflitto riesca a sopravvivere per decenni.

Il Paese possiede oro, diamanti, foreste e centinaia di siti minerari. La Banca mondiale ne censisce circa 470 e indica proprio il settore minerario e quello forestale tra quelli con le maggiori possibilità di generare risorse per lo Stato.

Eppure la Repubblica Centrafricana rimane uno dei Paesi più poveri del pianeta: gli ultimi dati disponibili indicano che circa il 71 per cento della popolazione vive sotto la soglia internazionale di povertà. La ricchezza è sotto terra, la miseria sopra.

Foto Alexsegrelles, licenza CC BY-SA 3.0

La povertà, inoltre, non è distribuita uniformemente. È assai più grave nelle campagne e nelle regioni più lontane da Bangui, proprio quelle dove lo Stato è più debole e i gruppi armati trovano maggiore spazio. Una mappa utilizzata dalla Banca mondiale indica un’incidenza della povertà del 78,6 per cento nella regione di Kagas e dell’84,65 per cento nell’Haut-Oubangui. Nei territori rurali l’estrema povertà è circa una volta e mezzo quella delle aree urbane.

Qui “povertà” non significa soltanto avere poco denaro. Quasi nove centrafricani su dieci non dispongono di elettricità secondo la più recente valutazione strutturale della Banca mondiale. Nelle campagne l’accesso alla rete elettrica era stimato addirittura intorno allo 0,4 per cento.

Solo il 2,5 per cento delle strade è asfaltato, l’iscrizione alla scuola secondaria si ferma intorno al 16 per cento e circa il 70 per cento della popolazione in età lavorativa dipende dall’agricoltura, in gran parte pluviale e quindi esposta direttamente a siccità, alluvioni e oscillazioni climatiche.

Significa che un raccolto perso, una strada chiusa da un gruppo armato o l’aumento del prezzo del carburante possono separare una famiglia dalla fame. Ed è esattamente ciò che sta avvenendo. Tra aprile e agosto 2026 oltre due milioni di persone, quasi una su tre, si trovano in condizioni di insicurezza alimentare acuta, e 262 mila sono classificate in “emergenza”, il livello immediatamente precedente alla catastrofe.

Rispetto alle previsioni formulate lo scorso anno il dato è leggermente migliore grazie alle piogge, a un raccolto più favorevole e agli aiuti alimentari. Ma resta peggiore rispetto ai mesi precedenti. Le cause indicate dall’Ipc sono sempre le stesse: conflitto, sfollamenti, prezzi elevati di cibo e carburante, bassissimo potere d’acquisto e strade impraticabili.

Nel complesso 2,3 milioni di persone avranno bisogno di assistenza umanitaria nel corso del 2026, circa il 43 per cento della popolazione. Più di 427 mila sono sfollate all’interno del Paese, mentre la guerra nel vicino Sudan continua a spingere nuovi profughi oltre il confine.

Nel 2025 gli appelli umanitari per la Repubblica Centrafricana erano stati finanziati soltanto per il 37 per cento: più di cento basi operative sono state chiuse e programmi essenziali, soprattutto nella nutrizione e nella protezione della popolazione, sono stati sospesi. Per gli interventi contro l’insicurezza alimentare, nel 2026 i finanziamenti disponibili equivalgono a circa un decimo del fabbisogno stimato.

Anche lo Stato dispone di pochissimo margine. Un rapporto della Banca mondiale pubblicato questo luglio mostra che le entrate interne rimangono inferiori al 10 per cento del Pil e che la spesa per il personale pubblico può assorbire fino al 73 per cento delle risorse disponibili. Rimane quindi pochissimo per scuole, sanità, strade, acqua, agricoltura e protezione sociale.

È una macchina pubblica troppo povera per amministrare un Paese poverissimo e, proprio per questo, troppo debole per sottrarre stabilmente territori e popolazioni alle economie armate.

La Repubblica Centrafricana ha certamente fatto passi avanti rispetto agli anni in cui la guerra civile sembrava minacciare direttamente Bangui. Faustin-Archange Touadéra è stato rieletto per un terzo mandato alla fine del 2025 con oltre il 76 per cento dei voti, dopo che il referendum costituzionale del 2023 aveva eliminato il limite dei mandati; le opposizioni hanno contestato il processo elettorale.

Sul terreno, l’appoggio militare russo e ruandese e gli accordi con alcune delle principali formazioni ribelli hanno ridotto l’intensità del conflitto in diverse zone. Ma la sicurezza rimane fragile e i gruppi armati non sono scomparsi.

Ed è probabilmente questo il punto che il nuovo giro di sanzioni non può risolvere. Si possono congelare conti correnti, vietare viaggi e sequestrare casse di munizioni. È necessario farlo. Ma finché un ragazzo in una provincia dimenticata avrà davanti a sé una scuola lontana, nessuna elettricità, una strada che durante le piogge scompare e quasi nessuna possibilità di guadagnarsi da vivere, un uomo con un fucile continuerà ad avere qualcosa da offrirgli.

Foto Adrien Blanc, licenza CC BY 2.0