Nel cuore dell’Africa nord-orientale, si sta consumando una delle crisi più gravi e dimenticate del mondo. Da due anni il Sudan è devastato da una guerra civile feroce tra l’esercito regolare e un potente gruppo paramilitare, le Forze di Supporto Rapido (RSF).
Il bilancio, secondo le stime più attendibili, è tragico: 150 mila morti, oltre 12 milioni di sfollati e una carestia che rischia di uccidere più della guerra stessa.
Il 22 marzo, l’esercito sudanese ha riconquistato il palazzo presidenziale a Khartoum dopo settimane di scontri cruenti. È un evento simbolico e militare di rilievo: il centro della capitale era in mano alle RSF da quasi due anni. Ma non segna la fine della guerra. Anzi, potrebbe inasprirla ulteriormente.
La guerra è cominciata nell’aprile 2023 come una lotta per il potere tra due generali: Abdel Fattah al-Burhan, a capo dell’esercito regolare, e Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”, leader delle RSF. Un conflitto nato ai vertici dello Stato e poi scivolato rapidamente in una guerra su scala nazionale, fatta di massacri, violazioni dei diritti umani, carestie e accuse incrociate di crimini di guerra.
Khartoum, una delle principali città africane, è stata devastata. Palazzi istituzionali bruciati, università saccheggiate, hotel e ministeri trasformati in ruderi. L’università, un tempo centro del dibattito politico e culturale sudanese, è ora un guscio vuoto. I luoghi simbolo della rivolta popolare del 2019 che rovesciò il dittatore Omar al-Bashir sono deserti, le scritte sui muri coperte di proiettili.

Nel caos, anche chi manifestava per la democrazia ha preso le armi. Alcuni gruppi di attivisti, come le “Emergency Response Rooms”, si sono trasformati in combattenti, altri tentano ancora di organizzare mense e soccorsi per la popolazione civile, rischiando rappresaglie.
Le potenze straniere alimentano il conflitto. Gli Emirati Arabi Uniti sono accusati di armare le RSF attraverso aeroporti in Ciad, accusa ritenuta “credibile” anche dalle Nazioni Unite. L’esercito sudanese ha minacciato di colpire questi scali, parlando apertamente di “obiettivi legittimi” e provocando una dura reazione da parte del Ciad, che ha definito la dichiarazione “una minaccia di guerra”.
Anche il Sudan del Sud è stato accusato di appoggiare le RSF, mentre l’esercito sudanese ha ricevuto droni iraniani e turchi. Il risultato è una guerra sempre più internazionale, combattuta per procura, dove le rivalità regionali si giocano sul sangue dei civili.
Nel Darfur, regione già teatro di un genocidio negli anni Duemila, la situazione è catastrofica. Le RSF controllano quasi tutta l’area e stanno stringendo l’assedio su El Fasher, l’ultima capitale statale rimasta sotto controllo governativo. I testimoni parlano di interi villaggi saccheggiati, mercati distrutti, ospedali fuori uso.
Alcune comunità etniche, come i Zaghawa, sono particolarmente colpite. Ci sono segnalazioni di esecuzioni, case incendiate, leader tribali assassinati. Migliaia di persone cercano rifugio in Ciad, dove però la situazione umanitaria è già al collasso.
Il rischio, secondo molti analisti, è che si arrivi a una vera e propria spartizione del Sudan: l’esercito a Est e al Nord, le RSF nel Darfur e nel Sud. Due governi, due eserciti, due territori in mano a fazioni che non intendono più negoziare. Nel frattempo, gli sforzi internazionali di mediazione sono falliti, e l’attenzione del mondo resta altrove.
Mentre droni armati sorvolano il cielo di Khartoum e le milizie si spartiscono ciò che resta di città fantasma, milioni di civili sopravvivono senza acqua, medicine, né elettricità. Alcuni attendono aiuti, altri cercano una via di fuga. Ma tutti vivono nell’incubo che la guerra non sia nemmeno a metà del suo corso.



