Quasi 3.200 morti e oltre 6.500 contagi. Nella Repubblica Democratica del Congo l’epidemia di Ebola continua ad allargarsi e il dato più preoccupante non è neppure il numero delle vittime: è che il virus ormai corre più velocemente della capacità di individuarlo e contenerlo.
L’epidemia, iniziata a maggio nell’Ituri, nell’est del Paese, è provocata dal virus Bundibugyo e ha raggiunto sei province. È già la più grave mai registrata nella storia del Congo e la seconda epidemia di Ebola per dimensioni dopo quella che tra il 2014 e il 2016 uccise oltre 11.000 persone nell’Africa occidentale.
Ma questa volta la progressione è particolarmente rapida. Alla fine di agosto l’Organizzazione Mondiale della Sanità registrava quasi 5.800 casi confermati e 2.786 morti soltanto nella Repubblica Democratica del Congo. Pochi giorni dopo i contagi avevano già superato quota 6.500 e le vittime erano vicine a 3.200.
Il problema fondamentale è il tracciamento. Per fermare Ebola bisogna individuare rapidamente ogni malato, ricostruire i suoi contatti, isolarli e sorvegliarli. Oggi questo meccanismo sta funzionando solo in parte.
Secondo i dati raccolti dai Centers for Disease Control statunitensi, appena il 15-20% dei nuovi casi appartiene a catene di trasmissione già conosciute. In altre parole, circa quattro nuovi malati su cinque compaiono senza che gli operatori sanitari sappiano in anticipo di essere stati a contatto con una persona infetta.
È il segnale più chiaro che una parte consistente dell’epidemia sta circolando sotto il radar. Anche la ricerca dei contatti resta insufficiente. Per ogni malato confermato dovrebbero essere individuate almeno venti persone potenzialmente esposte; se ne trovano mediamente poco più di dieci. Molti casi vengono scoperti tardi e circa il 60% delle persone che muoiono di Ebola non arriva neppure in un centro specializzato.
Poi ci sono i morti.Il virus rimane altamente contagioso anche dopo il decesso e i funerali tradizionali, durante i quali familiari e amici possono toccare o lavare il corpo, rappresentano uno dei momenti più pericolosi per la trasmissione. Per questo sono state create squadre specializzate incaricate delle cosiddette sepolture sicure e dignitose.
Lavorano protette da tute, guanti e maschere, disinfettano il corpo e tutto ciò che vi è entrato in contatto, preparano le bare e impediscono ai familiari qualsiasi contatto diretto con il defunto.
È uno dei lavori più duri di questa epidemia. Non soltanto per il rischio di contagio, ma per quello che significa entrare in una famiglia che ha appena perso qualcuno e spiegare che non potrà salutarlo secondo le proprie tradizioni. Gli addetti alle sepolture raccontano minacce, insulti e talvolta aggressioni fisiche. Eppure, alla fine di agosto, soltanto circa metà delle zone sanitarie colpite disponeva di una squadra adeguatamente preparata.

Sarebbe però troppo semplice spiegare tutto con la diffidenza della popolazione. L’Ebola questa volta ha incontrato uno dei territori politicamente e militarmente più disastrati del continente.
Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu sono attraversati da anni da guerre, gruppi armati, sfollamenti di massa e movimenti continui della popolazione. Intere aree sfuggono al controllo del governo centrale. Nel Nord Kivu l’AFC/M23 controlla vaste porzioni di territorio e proprio all’inizio di settembre è ricomparso un caso di Ebola in una zona che i ribelli avevano precedentemente dichiarato libera dall’epidemia.
Seguire per tre settimane i contatti di un malato è già difficile in condizioni normali. Diventa quasi impossibile quando quelle persone sono sfollate, attraversano zone controllate da gruppi armati, lavorano nelle miniere o si spostano continuamente alla ricerca di sicurezza e reddito.
La guerra entra quindi direttamente nella dinamica dell’epidemia. Distrugge strutture sanitarie, rende alcune zone irraggiungibili, costringe migliaia di persone a muoversi e impedisce allo Stato di costruire quel rapporto di fiducia senza il quale nessuna epidemia può essere fermata. In alcune aree gli operatori sanitari sono arrivati anche a scioperare perché non ricevono lo stipendio.
L’Ebola, nel frattempo, sta trascinando con sé anche il resto dell’assistenza sanitaria. Dove il contagio è più forte diminuiscono vaccinazioni, visite, parti assistiti e cure ordinarie. Le persone evitano gli ospedali per paura di essere contagiate o isolate, mentre medici e strutture vengono assorbiti dall’emergenza.
C’è anche un problema strettamente medico. Contro il virus Bundibugyo non esistono ancora un vaccino e una terapia specificamente approvati. Il vaccino Ervebo, sviluppato contro il virus Ebola Zaire, viene utilizzato nella risposta e somministrato agli operatori più esposti, ma la protezione contro questa variante non è ancora dimostrata come lo è per il ceppo per cui è stato progettato.
L’OMS mantiene l’epidemia come emergenza sanitaria internazionale. E il rischio non riguarda soltanto il Congo: durante questa epidemia sono già stati registrati casi oltre confine, anche se finora Uganda e altri Paesi interessati sono riusciti a interrompere le catene locali di trasmissione.
Il Congo, invece, non riesce ancora a farlo. Ebola non è diventata improvvisamente un virus più intelligente. Ha semplicemente trovato ciò che ogni epidemia cerca: ospedali fragili, povertà, popolazioni costrette a spostarsi, territori fuori controllo, guerra e uno Stato con risorse insufficienti.
Il virus fa il resto. E finché quattro nuovi contagi su cinque continueranno a comparire fuori dalle catene di trasmissione conosciute, il numero più importante non è quello dei morti già contati, ma quello delle persone infette che ancora nessuno sa di dover cercare.



