Con un giro d’affari stimato di 1,6 miliardi di sterline, il nuovo accordo di libero scambio tra il Regno Unito e il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) dovrebbe portare, secondo Downing Street, a un incremento degli scambi annuali di 8,6 miliardi entro il 2035.
Un successo, sulla carta. Eppure, attorno a questo accordo – ormai in dirittura d’arrivo – regna lo sgomento. Non per il volume d’affari, ma per ciò che manca: diritti umani, condizioni vincolanti sul lavoro, clausole ambientali, trasparenza democratica. I critici parlano di “accordo senza valori”. E per una volta, l’etichetta non è retorica.
Keir Starmer, il commercio e la continuità post-Brexit
L’accordo rappresenta il quarto grande trattato commerciale dell’era Starmer, dopo quelli con Stati Uniti, India e Unione Europea. Ma segna anche la prosecuzione di una visione commerciale “realista”, che privilegia l’accesso al mercato alla coerenza etica.
Il governo laburista ha giustificato l’assenza di vincoli su diritti umani e ambiente sostenendo che tali temi “vengono trattati in altre sedi” e che “gli accordi di libero scambio non sono lo strumento migliore per affrontarli”. Ma a ben guardare, questa posizione non solo riduce il ruolo geopolitico del Regno Unito a quello di broker commerciale, ma contraddice l’impegno esplicito di Starmer per una “global Britain” etica e progressista.
In pratica, il Regno Unito tratta con governi autoritari ignorando le condizioni lavorative, le discriminazioni di genere e la repressione del dissenso, in cambio di una manciata di contratti e di promesse di investimento.
Lo 0,1% del PIL: un ritorno che non giustifica il silenzio
Secondo le stime ufficiali, l’impatto dell’accordo sul PIL britannico sarà inferiore allo 0,1% nel prossimo decennio. Si tratta di un guadagno economico marginale, soprattutto se confrontato con le implicazioni etiche.
Eppure, a fronte di questo risultato modesto, il Regno Unito è pronto a concedere molto: non ci sarà alcun obbligo giuridico sui diritti dei lavoratori, nessuna clausola vincolante contro la schiavitù moderna, nessun requisito ambientale serio. E nemmeno una valutazione d’impatto indipendente è stata resa pubblica. Come ha osservato Tom Wills del Trade Justice Movement: “Quando le parole sui diritti non sono vincolanti, non valgono più della carta su cui sono scritte”.

Il grande rimosso: i lavoratori invisibili del Golfo
Tra i più colpiti dall’assenza di tutele ci sono i milioni di lavoratori migranti che operano nei Paesi del Golfo, molti dei quali in condizioni che ONG internazionali paragonano alla schiavitù moderna. Il sistema kafala – che lega legalmente il lavoratore al datore di lavoro – è ancora attivo in diverse forme in tutto il GCC. È stato oggetto di critiche documentate da parte di Human Rights Watch, Amnesty e delle Nazioni Unite.
Eppure, il governo britannico ha scelto di ignorare del tutto questo tema nei negoziati, evitando ogni pressione formale sui partner. Un silenzio che, nei fatti, legittima e rafforza i modelli repressivi esistenti.
Ambiente, standard alimentari e animali: il prezzo della fretta
Anche sul fronte ambientale le contraddizioni sono evidenti. I sei Paesi firmatari sono tra i primi dieci al mondo per emissioni pro capite di CO₂, e l’accordo non prevede alcun meccanismo per legare l’aumento dei commerci a impegni di decarbonizzazione.
La bozza include inoltre concessioni agroalimentari, tra cui l’importazione di carne di pollo da allevamenti che non rispettano gli standard britannici sul benessere animale, creando forti tensioni con il settore agricolo interno. La National Farmers’ Union ha già espresso “preoccupazione profonda” per un patto che potrebbe penalizzare gli agricoltori britannici sottoposti a normative più stringenti.
Dove sono finiti il Parlamento e l’opinione pubblica?
Oltre al merito, colpisce anche il metodo con cui si è giunti a questo accordo: totale assenza di dibattito parlamentare, nessuna consultazione pubblica, scarsa trasparenza sugli impatti. Il trattato è stato negoziato quasi interamente in sede tecnica, senza controllo democratico, e sarà presentato al Parlamento solo a cose fatte.
Secondo un sondaggio condotto nel novembre 2024 dal Trade Justice Movement, solo il 21% dei cittadini britannici è favorevole all’accordo, mentre una larga maggioranza si dice contraria ad accordi con Paesi che violano diritti umani e tutele sul lavoro.
Commercio e valori, un divorzio annunciato
Ciò che colpisce in questa vicenda non è solo la firma in sé, ma l’assenza di un principio guida. Il Regno Unito sembra perseguire una politica commerciale senza visione, senza coerenza e senza regole, dettata da opportunismi tattici più che da una strategia a lungo termine.
L’accordo con il Golfo – modesto nei risultati, grave nelle concessioni – non rafforza la posizione economica del Regno Unito, ma ne indebolisce il profilo morale e internazionale. E così, la domanda di fondo resta: quanto valgono i diritti umani, l’ambiente, i diritti dei lavoratori per il governo britannico del 2025? La risposta, almeno oggi, è drammaticamente chiara: meno dello 0,1% del PIL.



