Quando il calcio diventa potere

La religione, oppio dei popoli, oggi è soppiantata dal calcio, anche perché al credo metafisico si può derogare, a quello della pelota no.

Il torneo con più fascino è indubbiamente il Campionato mondiale per nazioni, che si svolge ogni quattro anni e che proprio nel mese corrente è arrivato alla sua 23ª edizione.

Essendo un fenomeno sociologico, nel tempo ha destato l’interesse del potere economico e proprio le ultime due edizioni ne sono il plastico esempio.

Nel 2022 lo ha organizzato il Qatar e, per la prima volta nella storia, la competizione non si è disputata nei mesi di giugno e luglio, ma in quelli di novembre e dicembre, cioè nel periodo autunnale e invernale dell’emisfero boreale. Nel periodo estivo, infatti, le temperature sarebbero state proibitive: nei mesi più caldi il Paese tocca di fatto i 50 °C di temperatura percepita e può raggiungere i 40 °C anche di notte, a causa dell’umidità relativa.

La scelta di Doha e dintorni è stata dettata da ragioni geopolitiche: terrorismo, riserve energetiche, fondi di investimento e potere televisivo. Per il Qatar, il Mondiale ha avuto un inestimabile valore d’immagine: è servito a ottenere «legittimità», a rompere l’isolamento diplomatico imposto dai Paesi del Golfo, a oscurare le critiche sulla democrazia interna e, soprattutto, a far dimenticare le accuse di finanziamento del terrorismo islamista.

La scelta della sede fu indubbiamente determinata dai petrodollari.

Quelli terminati il 19 luglio, disputati tra Stati Uniti, Messico e Canada, non hanno dato garanzie assolute sul rispetto dei diritti umani. Dopo lo sfruttamento dei lavoratori ai Mondiali del Qatar del 2022, l’assegnazione del torneo del 2034 all’Arabia Saudita, senza garanzie significative sempre in materia di diritti umani, dimostra che la Fifa privilegia il profitto rispetto al benessere delle persone che amano il calcio.

La presidenza della Fifa, dall’avvento di João Havelange nel 1974, è stata una carta di potere assoluto. Havelange è stato una delle figure più controverse del calcio mondiale, accusato di aver reso la corruzione un sistema stabile all’interno della Fifa durante la sua presidenza, terminata nel 1998.

Storica la polemica con Maradona, culminata nella finale dei Mondiali del 1990 a Roma, con il rifiuto del Pibe de Oro di stringergli la mano durante la premiazione e la decisione di definirlo un «mafioso».

Nel 2013, all’età di 97 anni, Havelange si è dimesso da presidente onorario della Fifa in seguito alla pubblicazione dei documenti di un’inchiesta che confermavano il suo coinvolgimento nei pagamenti illeciti per l’assegnazione dei diritti televisivi e commerciali dei Mondiali di calcio.

Il suo successore, Sepp Blatter, è stato squalificato per violazione del codice etico, a causa di bonus economici e spese legali non giustificate.

Il terzo Mondiale del nono presidente della Fifa, l’italiano Gianni Infantino, ha fatto registrare visti negati, prezzi proibitivi, interferenze politiche e decisioni disciplinari senza precedenti.

Anche il calcio nostrano non gode di buona salute e siamo, mutuando da Proust, alla ricerca del Mondiale perduto.

La sede centrale della Fifa a Zurigo – Foto albinfo, Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0