Kenya, prima i keniani: la stretta sugli stranieri

Per usare una formula americana, con tutti i limiti del paragone, in Kenya sembra affacciarsi una sorta di “Make Kenya Great Again”. Prima i keniani nel piccolo commercio, più lavoro locale negli investimenti stranieri, più trasformazione delle materie prime dentro il Paese e meno spazio per chi viene dall’estero se non dimostra di produrre un beneficio per l’economia nazionale.

È un nazionalismo economico che il presidente William Ruto sta rendendo sempre più esplicito. Ma quando il principio del “prima i nostri” scende dalle politiche industriali alle bancarelle di strada, il confine tra protezione dell’economia nazionale e ostilità verso gli stranieri può diventare molto sottile.

Le immagini arrivate in questi giorni da Nairobi mostrano dove può portare quella sovrapposizione. Centinaia di cittadini del Burundi si sono messi in fila davanti alla loro ambasciata, alcuni con valigie e sacchi già pronti, per ottenere passaporti o documenti di viaggio e lasciare il Kenya. La corsa è iniziata dopo che Ruto aveva annunciato una stretta contro gli stranieri impegnati nel piccolo commercio.

Nonostante il governo abbia successivamente concesso 90 giorni per regolarizzare documenti, permessi e licenze, molti burundesi hanno continuato a prepararsi alla partenza, raccontando di non sentirsi più al sicuro. Il Kenya ospita circa 16 mila rifugiati e richiedenti asilo burundesi e una parte di loro vive proprio di piccole attività commerciali.

La vicenda, però, non riguarda soltanto il Burundi. La preoccupazione si è estesa ad altre comunità dell’Africa orientale e centrale, compresa quella congolese. L’Associated Press ha raccolto testimonianze di commercianti che temono aggressioni e chiusure, mentre il governo ha dovuto intervenire pubblicamente per assicurare che minacce e intimidazioni contro gli stranieri non saranno tollerate.

È il primo elemento da tenere presente: una dichiarazione nata formalmente come politica commerciale ha prodotto quasi immediatamente una questione di sicurezza e convivenza.

Tutto era cominciato il 2 settembre, quando Ruto aveva incontrato rappresentanti delle micro e piccole imprese keniane. Il messaggio presidenziale era molto più ampio di un semplice invito a controllare i documenti. Il capo dello Stato aveva chiesto un intervento contro gli stranieri impegnati nelle attività minute e nel commercio informale, sostenendo che determinati lavori dovessero essere protetti per i cittadini del Kenya.

La distinzione proposta dal presidente è sostanzialmente questa: il Paese vuole investitori stranieri capaci di portare capitali, creare fabbriche e occupazione, non persone provenienti dall’estero che competano con i keniani vendendo merci al dettaglio o per strada.

Nei giorni successivi il governo ha ammorbidito la forma, senza abbandonare il principio. Agli operatori stranieri sono stati concessi 90 giorni per mettere in regola status migratorio, permessi di lavoro, registrazioni e licenze. Le autorità hanno promesso che il processo sarà condotto senza discriminazioni e hanno ribadito la protezione per gli stranieri legalmente residenti e autorizzati a lavorare.

Ma nello stesso annuncio Ruto ha chiesto di ampliare il Local Content Bill già all’esame del Parlamento affinché possa individuare categorie di piccole attività economiche da riservare ai soli cittadini keniani. La retromarcia, quindi, è soltanto parziale: l’ordine immediato è diventato un periodo di regolarizzazione, mentre l’obiettivo politico di creare settori economici “keniani” resta sul tavolo.

Una vicenda che entra in collisione con uno dei grandi progetti politici dell’Africa orientale. Kenya e Burundi appartengono alla East African Community insieme a Uganda, Tanzania, Rwanda, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e Somalia. Dal 2010 la Comunità sta costruendo un mercato comune fondato sulla libera circolazione di persone, lavoro, servizi e capitali e sui diritti di residenza e di stabilimento.

Secondo le stesse regole della EAC, i cittadini degli Stati membri possono stabilire imprese negli altri Paesi e svolgere attività economiche nel rispetto delle leggi nazionali, mentre le restrizioni basate sulla sola nazionalità dovrebbero essere rimosse. Il Kenya, inoltre, ha abolito le tariffe per i permessi di lavoro e di residenza per i cittadini dell’Africa orientale che vi lavorano o vi si stabiliscono.

Questo non significa che entrare liberamente in Kenya equivalga al diritto di aprire un negozio senza formalità. Anche i cittadini della EAC devono rispettare le procedure previste per risiedere, lavorare e commerciare. In questi giorni le autorità hanno ricordato, per esempio, l’esistenza del permesso di classe R per i cittadini della Comunità che intendono risiedere nel Paese svolgendo un’attività economica.

È dunque perfettamente possibile per Nairobi perseguire chi lavora senza i documenti richiesti. La questione cambia, però, se l’esclusione dipende non dall’assenza di una licenza ma dal passaporto: è precisamente questo il punto sul quale la politica del “prima i keniani” rischia di entrare in tensione con l’idea stessa di mercato comune regionale.

I burundesi, dunque, sono soltanto il volto più visibile di una trasformazione più generale. E il piccolo commercio è soltanto una parte della strategia. Il Local Content Bill del 2025, attualmente in Parlamento, nasce infatti per obbligare i grandi investitori stranieri a lasciare una quota maggiore del valore prodotto dentro il Kenya.

Foto Leemwangi29, CC BY-SA 4.0

Tra le misure previste c’è l’obiettivo di arrivare, dove possibile, ad almeno il 60% di beni, servizi e forniture acquistati localmente, accompagnando le imprese keniane quando non siano ancora in grado di soddisfare gli standard richiesti. La filosofia è evidente: chi viene dall’estero non deve limitarsi a utilizzare il Kenya come mercato o piattaforma produttiva, ma deve contribuire allo sviluppo di un tessuto economico nazionale.

È una linea che Ruto sta applicando anche a un livello molto più alto delle bancarelle di Nairobi. Il 3 settembre, il giorno dopo l’annuncio contro i piccoli commercianti stranieri, il presidente ha ordinato alla società indiana Tata Chemicals di lasciare le attività legate alla soda di Lake Magadi. Tata opera in Kenya dal 2005 e la soda è una delle esportazioni minerarie significative del Paese.

Ruto ha accusato l’azienda di aver sfruttato per anni le risorse locali senza creare abbastanza industria e occupazione nella contea di Kajiado, sostenendo che un nuovo investitore dovrà invece costruire sul posto uno stabilimento per la produzione di vetro. Tata sostiene di essere in regola e ha dichiarato di voler continuare il confronto con le autorità.

Il caso Tata e quello del commerciante burundese non possono naturalmente essere messi sullo stesso piano giuridico. Una multinazionale che sfrutta una risorsa mineraria e un migrante che vende merci a Nairobi appartengono a mondi economici completamente diversi.

Politicamente, però, il linguaggio utilizzato è simile: il capitale e il lavoro stranieri sono accettabili se generano un beneficio percepibile per i keniani; quando vengono invece considerati concorrenti dei cittadini o semplici utilizzatori delle risorse nazionali, la loro presenza viene messa in discussione.

La tensione con il commercio straniero non nasce questa settimana. Già negli anni scorsi l’espansione di operatori cinesi nella distribuzione aveva alimentato proteste dei negozianti keniani, preoccupati dalla concorrenza di imprese capaci di vendere a prezzi molto bassi.

La discussione era arrivata fino al governo: l’idea ricorrente era che gli investitori cinesi dovessero portare produzione e posti di lavoro, anziché limitarsi a occupare segmenti del commercio al dettaglio. Oggi quel principio viene esteso con maggiore forza e con un linguaggio politico più direttamente rivolto all’elettorato delle piccole imprese.

Il momento economico aiuta a comprendere perché questo messaggio trovi ascolto. Il 28 agosto centinaia di commercianti avevano chiuso le attività nel centro di Nairobi per protestare contro l’aumento dei valori di riferimento doganali applicati alle merci importate. La polizia aveva disperso parte della manifestazione con i lacrimogeni.

Gli operatori sostenevano che i nuovi criteri avrebbero aumentato i costi proprio per le piccole imprese che dipendono dalle importazioni consolidate; l’autorità fiscale replicava che la misura serviva a contrastare sottodichiarazioni e importazioni valutate artificialmente al ribasso, dannose per le imprese che rispettano le regole e per i produttori locali. Pochi giorni dopo, Ruto ha risposto a quella pressione spostando una parte dell’attenzione sulla concorrenza straniera.

È in questo passaggio che il “Make Kenya Great Again” diventa qualcosa di più di una battuta. Come nel MAGA statunitense, pur in un contesto storico, economico e politico completamente diverso, compare una narrazione semplice e potente: il Paese deve riprendere il controllo delle proprie opportunità economiche, il cittadino deve venire prima dello straniero e l’investimento estero è benvenuto soltanto quando serve esplicitamente l’interesse nazionale. Non è necessario attribuire a Ruto l’intero armamentario politico trumpiano per riconoscere la somiglianza di questo meccanismo.

La difficoltà nasce quando dal principio economico si passa alle persone. Un governo può controllare licenze e permessi, decidere come tassare le imprese straniere, pretendere occupazione locale e perfino riservare determinate attività ai cittadini se il proprio ordinamento e gli accordi internazionali lo consentono. Ma quando un presidente indica pubblicamente lo straniero come concorrente dal quale proteggere il piccolo commerciante, il messaggio può essere recepito molto più rapidamente di qualsiasi regolamento.

È esattamente ciò che Nairobi sta cercando ora di correggere. Il governo insiste sul fatto che non verrà tollerata alcuna xenofobia, ha offerto una finestra di regolarizzazione e ha promesso protezione agli stranieri legalmente presenti. Ma mentre le autorità precisano il significato delle parole del presidente, davanti all’ambasciata del Burundi continuano a presentarsi persone che hanno capito qualcosa di molto più semplice: qui non siamo più desiderati.

Ed è forse questo il vero rischio della politica del “prima i keniani”. Il Kenya può certamente discutere quanto spazio lasciare agli investitori stranieri e quanto valore pretendere che rimanga nell’economia nazionale. Può combattere il lavoro irregolare e difendere i piccoli commercianti. Ma è anche la maggiore economia della sua regione e uno dei Paesi che più hanno puntato sulla costruzione di un’Africa orientale nella quale persone, lavoro e imprese possano attraversare le frontiere con maggiore libertà.

Se la risposta alla difficoltà economica diventa invece stabilire quali lavori appartengano ai cittadini e quali possano essere lasciati agli stranieri, il Kenya rischia di costruire contemporaneamente due politiche opposte: un mercato comune alle frontiere e un’economia nazionale chiusa appena oltre il confine.

Foto AEira-WMF, CC BY 4.0