Il 14 settembre 2001, tre giorni dopo gli attentati, il Congresso autorizzò il presidente a usare la forza contro chiunque avesse pianificato, sostenuto o protetto gli uomini dell’11 settembre. Quell’autorizzazione, la AUMF, è ancora in vigore. Nel rapporto trasmesso dalla Casa Bianca nel febbraio 2026, alla voce che ne definisce l’estensione compare una formula secca: “No change”. Nel 2025 è stata ancora usata come base giuridica per operazioni contro Al Qaeda e ISIS in Iraq e Siria. L’ISIS nel settembre 2001 non esisteva.
L’11 settembre non ha prodotto Donald Trump, così come Bin Laden non ha inventato MAGA. Fra il 2001 e il 2026 ci sono la crisi finanziaria, la deindustrializzazione, le disuguaglianze, l’immigrazione, i social network, Obama, la radicalizzazione repubblicana e il crollo della fiducia nelle istituzioni. Ma l’attentato ha lasciato qualcosa che precede Trump: l’abitudine all’eccezione.
Il Patriot Act, firmato da George W. Bush il 26 ottobre 2001, ampliò gli strumenti investigativi e di sorveglianza. Vennero poi Guantánamo, gli “enemy combatants”, le prigioni segrete della Cia, il waterboarding, le extraordinary renditions, una presidenza chiamata ad agire prima che il nemico colpisse. Una parte di quella macchina contribuì realmente a impedire nuovi attentati. Il passaggio decisivo fu un altro: misure nate per un pericolo eccezionale entrarono nella normalità istituzionale.
Obama corresse una parte di quell’eredità senza smontarla. Vietò le tecniche d’interrogatorio della Cia, tentò invano di chiudere Guantánamo e nel 2015 firmò lo USA Freedom Act, che pose fine alla raccolta governativa indiscriminata dei metadati telefonici prevista dalla Section 215. Ma sotto Obama i droni diventarono uno strumento ordinario dell’antiterrorismo e nel 2011 un attacco in Yemen uccise Anwar al-Awlaki, cittadino americano e dirigente di Al Qaeda, senza processo. Nel 2013 Obama difese quella decisione e ammise il rischio che precisione e segretezza rendessero troppo facile per un presidente ricorrere alla forza.
La continuità fra Bush, Obama e Trump non è una marcia lineare verso la dittatura. È la sedimentazione di poteri e categorie create nell’emergenza e mai completamente restituite al punto di partenza. Trump arriva quando la democrazia americana ha già imparato che, davanti a una minaccia esistenziale, l’esecutivo può chiedere più spazio e il diritto può essere reinterpretato in nome della prevenzione.
Con Trump cambia soprattutto l’oggetto dell’emergenza. Il nemico non è più soltanto il terrorista straniero. È il migrante descritto come invasore, il funzionario del “deep state”, il magistrato, l’università, il giornale, l’avversario politico. Un’inchiesta Reuters del novembre 2025 ha contato almeno 470 persone, organizzazioni e istituzioni colpite nel primo anno del secondo mandato da licenziamenti, indagini, revoche o congelamenti di fondi dopo essere state indicate come avversarie. Molti provvedimenti sono finiti davanti ai tribunali; la Casa Bianca sostiene di stare correggendo abusi precedenti. Ma l’uso del potere pubblico contro nemici nominativamente indicati dal presidente segna una differenza sostanziale.

Il 20 gennaio 2025 Trump ha concesso clemenza a circa 1.500 imputati e condannati per l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, comprese figure dei Proud Boys e degli Oath Keepers. Il gesto non rende MAGA un’organizzazione terroristica e sarebbe assurdo equiparare milioni di elettori repubblicani ad Al Qaeda. Mostra però uno slittamento: la violenza politica può essere condannata o riabilitata a seconda di chi la esercita e del posto che occupa nella narrazione del potere.
Dentro MAGA esiste inoltre una componente religiosa che non può essere liquidata come folclore. Il Public Religion Research Institute ha rilevato nel 2026 che il 56 per cento dei repubblicani rientra fra aderenti o simpatizzanti del Christian nationalism. Fra gli aderenti più convinti, il 30 per cento accetta l’idea che “veri patrioti” possano dover ricorrere alla violenza per salvare il Paese. La maggioranza la respinge, ma il rapporto fra missione religiosa, autoritarismo e disponibilità alla forza è ormai materia di ricerca.
La domanda su che cosa stia diventando il sistema politico americano non si risolve con un’etichetta. Freedom House nel rapporto 2026 continua a classificare gli Stati Uniti come Paese “Free”, con 81 punti su 100. Bright Line Watch registra un parziale recupero rispetto al minimo del 2025. Ma V-Dem, l’istituto dell’Università di Göteborg, parla apertamente di “autocratizzazione”: nel solo 2025 il suo indice di democrazia liberale per gli Stati Uniti è diminuito del 24 per cento, dal ventesimo al cinquantunesimo posto mondiale.
Gli Stati Uniti non sono dunque una dittatura. Continuano ad avere elezioni competitive, opposizione, stampa libera e giudici capaci di fermare il governo. Ma un sistema democratico può deteriorarsi senza cessare in un giorno di essere democratico; un potere può diventare più autoritario senza abolire immediatamente le istituzioni che lo limitano.
L’11 settembre non conduce inevitabilmente a Trump. Dopo il 2001 l’America ha però imparato a convivere con l’idea che una minaccia eccezionale consenta poteri eccezionali. Bush costruì gran parte dell’apparato, Obama ne limitò alcuni aspetti e ne normalizzò altri. Trump eredita quella cultura politica e compie uno spostamento: l’eccezione non richiede più necessariamente un nemico arrivato dall’esterno.
Il passaggio decisivo non è dal terrorista al dittatore. È dal nemico esterno al nemico interno. Quando l’avversario politico viene descritto come una minaccia alla sopravvivenza della nazione, la domanda nata il mattino dell’11 settembre – quanta libertà siamo disposti a sacrificare per essere al sicuro? – cambia soltanto soggetto. Nel 2001 riguardava Al Qaeda. Nel 2026 riguarda l’America stessa.



