Non è più soltanto una guerra combattuta nelle distese aride del Mali, del Burkina Faso e del Niger. La pressione dei gruppi jihadisti si sta spostando lungo le frontiere meridionali del Sahel, verso il Benin, il Togo, la Costa d’Avorio e il Ghana, mentre altre formazioni estendono le proprie attività nel nord-ovest della Nigeria.
L’allarme è arrivato il 14 luglio dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Leonardo Santos Simão, rappresentante speciale del segretario generale per l’Africa occidentale e il Sahel, ha descritto una minaccia non soltanto più estesa, ma anche più organizzata. I gruppi armati utilizzano droni, sistemi di comunicazione avanzati e criptovalute, coordinano operazioni in Paesi diversi e intrecciano le proprie attività con traffici illeciti e reti criminali transnazionali.
Il punto più importante dell’avvertimento dell’ONU riguarda la direzione del fenomeno. Il jihadismo saheliano non sembra preparare una tradizionale avanzata militare verso le capitali costiere. Sta piuttosto cercando di penetrare nelle zone di confine, controllare strade, imporre tasse alle comunità, condizionare i commerci e rendere progressivamente irrilevante la presenza dello Stato.
In altre parole, l’obiettivo non è necessariamente conquistare subito le città, ma svuotare il territorio che le circonda.
Il nuovo fronte del Benin e del Togo
I Paesi del Golfo di Guinea non rappresentano più soltanto una possibile area di espansione futura. In alcuni casi sono già diventati parte del conflitto.
Il Benin è oggi lo Stato costiero più esposto. Nell’aprile 2025 il Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, conosciuto con la sigla JNIM e legato ad Al Qaeda, rivendicò l’uccisione di 70 militari durante due attacchi contro postazioni dell’esercito nel nord del Paese. Fu il bilancio più grave mai rivendicato da un’organizzazione jihadista in Benin.
Anche il Togo ha registrato una forte accelerazione. Secondo i dati forniti nel luglio 2025 dal ministro degli Esteri Robert Dussey, nei primi mesi dell’anno il JNIM aveva compiuto quindici attacchi nel nord del Paese, causando la morte di 54 civili e otto soldati.
La zona più vulnerabile è quella che circonda il complesso naturalistico transfrontaliero W-Arly-Pendjari, un vastissimo sistema di parchi e foreste condiviso da Benin, Burkina Faso e Niger e collocato a poca distanza da Togo, Ghana e Nigeria. La vegetazione, la scarsità di strade, la debole presenza amministrativa e la possibilità di attraversare rapidamente più frontiere rendono quest’area un rifugio naturale per combattenti, trafficanti e contrabbandieri.
Qui i jihadisti possono nascondere uomini e materiali, osservare i movimenti delle forze di sicurezza, reclutare informatori e spostarsi da uno Stato all’altro. Le frontiere esistono sulle carte geografiche, ma sono molto più difficili da presidiare sul terreno.
Due grandi reti jihadiste
La minaccia non è composta da un’unica organizzazione. Nel Sahel centrale il gruppo dominante è il JNIM, nato nel 2017 dalla fusione di diverse formazioni legate ad Al Qaeda. Il movimento opera soprattutto in Mali e Burkina Faso, ma dispone ormai di cellule, reti logistiche e appoggi anche in Niger, Benin e Togo.
Accanto al JNIM agisce la Provincia del Sahel dello Stato Islamico, indicata con la sigla ISSP. I due gruppi sono rivali, anche se entrambi sfruttano l’assenza delle istituzioni, il malcontento delle comunità rurali e le economie informali delle aree di confine.
Una delle zone più preoccupanti è quella compresa tra Niger, Benin e Nigeria. Secondo i dati dell’Armed Conflict Location & Event Data Project, tra il 2024 e il 2025 gli episodi violenti attribuiti a formazioni jihadiste in quest’area sono aumentati del 90%, mentre il numero delle vittime ha superato quota mille.
In Nigeria la situazione è ancora più complessa. Nel nord-est continuano a operare Boko Haram e la Provincia dell’Africa occidentale dello Stato Islamico, mentre nel nord-ovest stanno emergendo cellule collegate al JNIM, allo Stato Islamico e ad Ansaru. Queste formazioni si muovono in territori già attraversati da bande criminali specializzate in rapimenti, furti di bestiame ed estorsioni.
La distinzione tra jihadismo e criminalità comune diventa così sempre più difficile. Le bande imitano le tattiche dei jihadisti, mentre i gruppi ideologizzati utilizzano rapimenti, saccheggi ed estorsioni per finanziarsi e controllare le comunità.
Gli attacchi simultanei che hanno cambiato il conflitto
La nuova capacità operativa dei gruppi armati è emersa con particolare evidenza il 25 aprile 2026, quando il JNIM e il Fronte di Liberazione dell’Azawad, formazione separatista tuareg, hanno lanciato attacchi coordinati in numerose località del Mali.
Sono state colpite Bamako, la base militare di Kati, Gao, Kidal, Mopti e Sévaré. Nell’offensiva è stato ucciso il ministro della Difesa maliano Sadio Camara, mentre l’aeroporto della capitale e diverse installazioni militari sono finiti sotto attacco.
L’alleanza tra jihadisti e separatisti non implica necessariamente la nascita di un progetto politico comune. Le due componenti hanno obiettivi differenti e in passato si sono combattute. La loro collaborazione dimostra però che organizzazioni diverse possono sospendere le rivalità e coordinarsi quando condividono un nemico: il governo militare di Bamako e i suoi alleati russi.
Pochi giorni dopo gli attacchi, il JNIM ha intensificato il blocco delle strade che collegano Bamako alle regioni occidentali e ai Paesi confinanti. Centinaia di mezzi sono rimasti fermi, mentre il trasporto di carburante, alimenti e altri beni essenziali è diventato sempre più rischioso.
Questa strategia mostra come la guerra non venga combattuta soltanto contro caserme e convogli militari. Le strade, i distributori di carburante, le linee elettriche, i mercati e i trasporti commerciali sono diventati obiettivi.
La battaglia per le strade che portano ai porti
Mali, Burkina Faso e Niger non hanno accesso al mare. Gran parte delle loro importazioni passa attraverso i porti di Dakar, Abidjan, Tema, Lomé e Cotonou. Per raggiungere le capitali saheliane, merci e carburante devono percorrere centinaia di chilometri lungo corridoi stradali che attraversano territori nei quali il JNIM sta aumentando la propria presenza.
Controllare o interrompere questi collegamenti significa esercitare una pressione enorme sui governi. Significa aumentare il prezzo dei prodotti, ridurre le entrate doganali, provocare carenze di carburante e dimostrare alla popolazione che lo Stato non è più in grado di garantire la circolazione delle merci.
Tra settembre e novembre 2025, l’insicurezza lungo il collegamento tra Dakar e Bamako ha bloccato ogni giorno circa 120 container destinati al Mali. Alla fine di novembre più di duemila container risultavano fermi nel porto senegalese. Anche la direttrice tra Abidjan e Bamako, fondamentale per il trasporto di prodotti petroliferi e alimentari, è entrata nell’area operativa del JNIM.
L’espansione verso il Golfo di Guinea ha quindi anche una dimensione economica. I gruppi armati non devono necessariamente raggiungere il mare per minacciare gli Stati costieri: è sufficiente che controllino o rendano insicure le strade che collegano i porti all’interno del continente.
Droni economici, comunicazioni e criptovalute
L’innovazione tecnologica sta contribuendo a modificare il conflitto. I droni commerciali, relativamente economici e facilmente reperibili, possono essere utilizzati per osservare le basi militari, seguire i convogli, correggere il tiro o trasportare piccoli ordigni.
Nel febbraio 2026 l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine ha riunito a Ouagadougou investigatori, magistrati, funzionari doganali ed esperti provenienti da Burkina Faso, Mali e Niger proprio per affrontare l’impiego terroristico di ordigni esplosivi improvvisati e droni commerciali modificati.
Ai droni si aggiungono telefoni satellitari, applicazioni di messaggistica cifrata, propaganda digitale e sistemi informali di trasferimento del denaro. L’ONU ha segnalato anche un ricorso crescente alle criptovalute, che possono rendere più difficile individuare finanziatori, intermediari e destinatari dei pagamenti.
Non significa che i gruppi jihadisti abbiano improvvisamente raggiunto una superiorità tecnologica sugli eserciti della regione. Significa però che strumenti nati per usi civili permettono a organizzazioni relativamente piccole di osservare, comunicare e colpire con un’efficacia un tempo riservata a forze militari molto più strutturate.

Droga, contrabbando e terrorismo
Un’altra componente dell’allarme riguarda il traffico di stupefacenti. L’Africa occidentale è da tempo una delle rotte utilizzate per trasportare la cocaina sudamericana verso l’Europa, ma negli ultimi anni una quota crescente dei carichi ha attraversato il Sahel.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, nel 2022 nei Paesi saheliani furono sequestrati 1.466 chilogrammi di cocaina, contro una media annua di appena 13 chilogrammi tra il 2015 e il 2020.
Il rapporto tra terrorismo e narcotraffico deve tuttavia essere interpretato con cautela. Non esiste necessariamente un’unica organizzazione che controlla contemporaneamente produzione, trasporto e vendita delle droghe. Più spesso i gruppi armati riscuotono pedaggi, proteggono convogli, concedono il passaggio ai trafficanti o impongono tasse sulle rotte che attraversano i territori sotto la loro influenza.
A loro volta, i trafficanti possono fornire denaro, veicoli, armi e informazioni. Il risultato è un’economia di guerra nella quale jihadisti, contrabbandieri, funzionari corrotti e criminalità locale possono cooperare senza condividere la stessa ideologia.
Per gli Stati coinvolti, l’effetto è devastante: le reti criminali penetrano nelle istituzioni, corrompono funzionari e forze di sicurezza e rendono sempre più difficile distinguere tra attività economica legale e commercio clandestino.
Gli eserciti avanzano, la sicurezza arretra
Il paradosso del Sahel è che l’aumento della presenza militare non ha prodotto un miglioramento generale della sicurezza.
In Mali, Burkina Faso e Niger le forze armate hanno conquistato il potere sostenendo che i governi civili non fossero capaci di fermare il terrorismo. I tre Paesi hanno poi ridotto o interrotto la cooperazione con Francia e Stati Uniti, allontanato le missioni occidentali e rafforzato i rapporti con la Russia.
Il 9 luglio 2026, pochi giorni prima del briefing dell’ONU, Mosca e i tre membri dell’Alleanza degli Stati del Sahel hanno annunciato un ulteriore rafforzamento della cooperazione militare. L’accordo è arrivato mentre gli attacchi jihadisti continuavano ad aumentare e le forze russe dell’Africa Corps erano sottoposte a una crescente pressione in Mali.
L’uso massiccio della forza può consentire di riconquistare temporaneamente una città o una base, ma non basta a controllare campagne, foreste e zone di frontiera. In alcuni territori, inoltre, operazioni indiscriminate, arresti arbitrari e violenze contro i civili hanno alimentato sfiducia e desiderio di vendetta, offrendo ai jihadisti nuove possibilità di reclutamento.
La povertà, da sola, non produce terrorismo. Diventa però un fattore di rischio quando si combina con servizi pubblici inesistenti, conflitti tra agricoltori e pastori, disoccupazione giovanile, corruzione e abusi delle forze di sicurezza.
Una regione divisa di fronte a gruppi transnazionali
La crisi è aggravata dalla frattura politica dell’Africa occidentale. Mali, Burkina Faso e Niger hanno lasciato formalmente la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale nel gennaio 2025 e hanno consolidato una propria confederazione, l’Alleanza degli Stati del Sahel.
La separazione ha indebolito lo scambio di informazioni, la gestione congiunta delle frontiere e la capacità di organizzare operazioni regionali. I gruppi jihadisti possono attraversare i confini, mentre eserciti e servizi di intelligence continuano a dipendere da accordi politici e autorizzazioni nazionali.
Negli ultimi mesi sono emersi alcuni tentativi di ricucire i rapporti. La Comunità economica dell’Africa occidentale ha nominato l’ex primo ministro guineano Lansana Kouyaté come negoziatore con l’Alleanza del Sahel, mentre il Togo ha cercato di proporsi come ponte tra i due blocchi.
Resta però una contraddizione fondamentale: la minaccia funziona come una rete regionale, mentre gli Stati continuano a rispondere come entità separate.
Milioni di sfollati e migliaia di scuole chiuse
Dietro le strategie militari e le alleanze internazionali esiste una crisi umanitaria sempre più profonda.
Alla fine di febbraio 2026, nell’Africa occidentale e nel Sahel si contavano quasi 6,8 milioni di sfollati interni e circa 1,3 milioni di rifugiati e richiedenti asilo. Gli Stati del Golfo di Guinea ospitavano già circa 220 mila persone fuggite dai conflitti più a nord.
La violenza sta inoltre cancellando il diritto all’istruzione di un’intera generazione. Nel solo Sahel centrale, nel 2025, più di 8.400 scuole sono diventate inaccessibili. Nello stesso periodo le Nazioni Unite hanno documentato oltre 1.500 gravi violazioni contro i bambini, tra uccisioni, rapimenti e reclutamento da parte dei gruppi armati.
Nell’intera Africa occidentale e centrale, quasi 15 mila scuole risultavano chiuse a causa dei conflitti, con circa tre milioni di bambini privati delle lezioni.
Una scuola chiusa non rappresenta soltanto una conseguenza della guerra. Può diventare una delle condizioni che permettono alla guerra di continuare. I bambini esclusi dall’istruzione sono più esposti al lavoro minorile, ai matrimoni precoci, alla criminalità e al reclutamento da parte dei gruppi armati.
La sicurezza non si costruisce soltanto con le armi
Gli Stati costieri hanno ancora la possibilità di evitare che il modello saheliano si riproduca integralmente sul loro territorio. Per farlo, però, non basta schierare soldati lungo le frontiere.
Servono intelligence condivisa, pattugliamenti coordinati e controllo dei traffici di armi e denaro. Ma servono anche scuole, strutture sanitarie, strade, amministrazioni locali affidabili e rapporti meno conflittuali tra le autorità e le comunità delle regioni settentrionali.
La Costa d’Avorio ha cercato di combinare il rafforzamento militare con investimenti economici e programmi di occupazione nelle aree di confine. Benin e Togo hanno aumentato la presenza delle proprie forze armate, ma continuano a pagare la difficoltà di controllare zone forestali e comunità separate dai principali centri economici del Paese.
L’avvertimento delle Nazioni Unite non annuncia dunque l’imminente conquista jihadista del Golfo di Guinea. Descrive qualcosa di più graduale e, proprio per questo, più difficile da contrastare: l’insediamento di reti armate capaci di inserirsi nelle fragilità locali, controllare economie clandestine e trasformare le periferie dimenticate in nuovi territori di guerra.
Il problema non è soltanto che il terrorismo stia scendendo verso sud. È che trova davanti a sé Stati divisi, frontiere poco controllate e comunità che troppo spesso conoscono le istituzioni soltanto attraverso un posto di blocco o un’operazione militare.
I gruppi jihadisti hanno imparato a muoversi senza rispettare i confini. Per fermarli, anche i governi dell’Africa occidentale dovranno imparare a fare lo stesso.



