Iraq, lo Stato ostaggio delle milizie

L’Iraq è di nuovo davanti alla stessa domanda che lo accompagna da più di vent’anni: chi comanda davvero nel Paese? Il nuovo primo ministro Ali al-Zaidi ha promesso di riportare tutte le formazioni armate sotto il controllo dello Stato, ma il suo tentativo si muove dentro un equilibrio fragile, dove sovranità nazionale, pressione americana, influenza iraniana e potere delle milizie continuano a sovrapporsi.

La questione non è solo militare. È il cuore della crisi irachena: uno Stato formalmente dotato di istituzioni, parlamento, governo, esercito e forze di sicurezza, ma attraversato da gruppi armati che dispongono di catene di comando proprie, relazioni politiche, basi sociali, risorse economiche e legami esterni.

Alcuni di questi gruppi sono vicini all’Iran, altri rivendicano una funzione nazionale, altri ancora oscillano tra integrazione istituzionale e autonomia operativa.

Al-Zaidi, entrato in carica a maggio con un governo ancora parziale, ha ereditato un Paese in cui la sfida del monopolio statale della forza non è mai stata risolta. Il Parlamento iracheno ha approvato a metà maggio una parte del suo esecutivo, lasciando però ancora aperti nodi importanti, compresi ministeri chiave come Interno e Difesa.

Il nuovo premier arriva al potere con il sostegno pubblico di Donald Trump, ma anche con l’obbligo politico di dimostrare a Washington che Baghdad può prendere le distanze dalle milizie legate a Teheran.

La pressione statunitense è diventata molto più esplicita. Ad aprile l’amministrazione Trump ha sospeso parte delle spedizioni di valuta statunitense destinate all’Iraq, circa 500 milioni di dollari legati ai proventi petroliferi iracheni normalmente instradati attraverso la Federal Reserve Bank of New York.

La misura, secondo il Washington Post, è stata legata alla frustrazione americana per l’influenza delle milizie filo-iraniane e per il loro peso nel processo politico iracheno.

È dentro questa cornice che va letto il nuovo tentativo di “normalizzare” le milizie. Alcune tra le formazioni più potenti, come Asaib Ahl al-Haq e le Brigate Imam Ali, hanno annunciato l’intenzione di cominciare a consegnare le armi alle autorità irachene o comunque di lavorare a una collocazione sotto il comando statale.

Ma altri gruppi, tra cui Kataib Hezbollah e Harakat al-Nujaba, resistono o pongono condizioni, legando il disarmo alla fine dell’interferenza americana e alla piena sovranità dell’Iraq.

Il problema è che in Iraq la parola “integrazione” può voler dire molte cose. Può indicare un reale assorbimento nella catena di comando statale, con disciplina, responsabilità e controllo politico. Oppure può limitarsi a una regolarizzazione di facciata: le milizie entrano formalmente nell’architettura pubblica, ma conservano fedeltà, strutture e margini operativi autonomi.

È il nodo storico delle Forze di Mobilitazione Popolare, nate nel 2014 per combattere lo Stato Islamico e poi diventate un attore permanente della sicurezza e della politica irachena.

La guerra contro l’Isis aveva dato alle milizie sciite una legittimazione enorme. In un momento in cui l’esercito iracheno era crollato davanti all’avanzata jihadista, le Forze di Mobilitazione Popolare sono state percepite da una parte della popolazione come difesa necessaria.

Ma finita l’emergenza territoriale dello Stato Islamico, il Paese non è riuscito a sciogliere l’ambiguità: quelle forze sono parte dello Stato o un potere parallelo?

Oggi questa ambiguità è diventata ancora più pericolosa perché l’Iraq è incastrato nel confronto regionale tra Stati Uniti, Israele e Iran. Secondo Chatham House, la guerra tra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra ha creato una possibile finestra per riportare le milizie sotto controllo statale, ma anche ostacoli enormi: i gruppi armati legati a Teheran restano profondamente radicati nel sistema politico e securitario iracheno.

Parlamento iracheno nella Green Zone – Foto: Jim Gordon / Wikimedia Commons, Creative Commons

Il governo iracheno ha cercato negli ultimi anni di restare fuori dalle grandi escalation regionali. Baghdad sa che una nuova guerra sul proprio territorio avrebbe effetti devastanti su stabilità, investimenti, petrolio, bilancio pubblico e fragile normalizzazione interna. Ma la capacità di restare neutrale dipende proprio dal controllo delle milizie.

Se gruppi armati iracheni attaccano obiettivi americani, israeliani o del Golfo, l’Iraq rischia di essere trascinato in un conflitto che formalmente non ha dichiarato.

La posta in gioco è anche economica. L’Iraq dipende pesantemente dal petrolio e ha bisogno di entrate, investimenti e stabilità finanziaria. Reuters ha riportato che al-Zaidi dovrebbe visitare Washington a metà luglio per rafforzare i legami economici, commerciali e di investimento con gli Stati Uniti, in un momento in cui il governo cerca di diversificare l’economia, attrarre capitali e gestire problemi strutturali come disoccupazione giovanile e infrastrutture carenti.

Ma l’economia irachena resta vulnerabile. Le tensioni nella regione e le difficoltà delle esportazioni petrolifere pesano sui conti pubblici. Reuters ha riferito che l’Iraq ha persino valutato l’ipotesi di lasciare l’Opec se non otterrà un aumento della propria quota produttiva, segno della pressione finanziaria che grava sul governo. Baghdad sostiene di avere bisogno di produrre di più per sostenere le proprie necessità economiche e politiche.

La fragilità economica rende ancora più forte il ricatto incrociato. Gli Stati Uniti possono usare leve finanziarie, accesso al dollaro, cooperazione militare e investimenti. L’Iran può usare legami politici, religiosi, commerciali e milizie alleate. I partiti iracheni usano a loro volta questi rapporti esterni per rafforzarsi nella competizione interna. In mezzo resta lo Stato, spesso costretto a negoziare la propria autorità invece di esercitarla.

Il nuovo premier prova a muoversi su una linea strettissima. Se forza troppo la mano contro le milizie filo-iraniane, rischia una crisi politica o persino scontri interni. Se non fa abbastanza, rischia nuove sanzioni, isolamento da Washington e perdita di fiducia da parte degli investitori. Se si allinea troppo agli Stati Uniti, verrà accusato di piegare l’Iraq a un’agenda straniera. Se concede troppo ai gruppi armati, confermerà che il governo non controlla davvero il territorio.

Il caso di Muqtada al-Sadr mostra quanto sia complessa la partita. Il leader sciita, capace da anni di mobilitare una larga base popolare e politica, ha annunciato la disponibilità a integrare le sue Brigate della Pace nella struttura statale. Per al-Zaidi è un segnale utile, perché dà copertura interna al principio del monopolio pubblico delle armi.

Ma non risolve il nodo dei gruppi più vicini all’Iran, né quello delle milizie che hanno costruito una parte della propria forza proprio sulla capacità di muoversi fuori dal comando governativo.

Il risultato è che l’Iraq si trova davanti a una sovranità incompiuta. Non è uno Stato fallito, ma non è nemmeno uno Stato pienamente padrone della forza armata. Ha istituzioni, elezioni, apparati, relazioni internazionali, crescita economica e una società che negli ultimi anni ha cercato spazi di normalità. Però continua a convivere con poteri armati che possono decidere autonomamente la guerra e la pace, o almeno sabotare la linea ufficiale del governo.

Questa è la vera posta della fase aperta da al-Zaidi. Il disarmo delle milizie non è solo una richiesta americana, né soltanto un modo per ridurre l’influenza iraniana. È la condizione minima perché l’Iraq possa smettere di essere terreno di confronto tra potenze esterne e tornare a decidere per sé.

Ma proprio per questo è anche il passaggio più difficile: tocca interessi armati, equilibri confessionali, clientele economiche, partiti, memorie della guerra all’Isis e paura di una nuova destabilizzazione.

Il governo può ottenere dichiarazioni di principio, comitati tecnici, consegne simboliche di armi, integrazioni parziali. Ma la domanda decisiva resta un’altra: chi controlla gli ordini, i finanziamenti, gli arsenali, i movimenti e le decisioni operative?

Finché questa risposta resterà ambigua, l’Iraq potrà avere un primo ministro riconosciuto, un esercito nazionale e relazioni diplomatiche formali, ma continuerà a vivere sotto la minaccia di decisioni prese altrove: a Washington, a Teheran, o dentro le stanze dei gruppi armati.

Per questo la partita delle milizie è molto più di una riforma della sicurezza. È il test della sovranità irachena. E oggi quel test resta aperto.

“Ali Al-zaidi” by Amir n alzaidi is licensed under CC BY-SA 4.0.