Un uomo viene quasi risucchiato fuori da un aereo dopo la rottura di un finestrino. L’immagine sembra scritta apposta per questi anni: ci vendono il futuro, la velocità, il mondo a portata di clic, e poi ci ritroviamo aggrappati al sedile perché qualcosa, nella macchina perfetta, ha ceduto.
Non importa qui la perizia tecnica. Importa il simbolo. Una delle compagnie che hanno trasformato il cielo in un grande autobus globale ci ricorda come funziona davvero il capitalismo: prende un sogno umano, lo comprime, lo divide in supplementi e ce lo rivende al prezzo più basso possibile, purché nessuno chieda troppo sulla qualità del viaggio.
Puoi attraversare l’Europa con pochi euro, ma devi pagare per scegliere il posto, per portare una valigia, per sederti accanto a tuo figlio, forse un giorno anche per respirare con maggiore comodità. Il progresso consiste nell’aver reso il volo accessibile a tutti, ma nella versione in cui tutti devono sentirsi un po’ di troppo.
Il capitalismo contemporaneo è questa promessa imballata male. Come il pacco ordinato su Amazon che arriva in ventiquattr’ore, puntuale e rotto. La logistica ha funzionato, l’algoritmo ha funzionato, il fatturato ha funzionato. L’unica cosa che non funziona è quella che hai comprato. A quel punto devi fotografarla, reimballarla, stampare l’etichetta, portarla al punto di ritiro. Hai pagato un servizio e sei diventato gratuitamente un addetto ai resi.
Le piattaforme digitali hanno perfezionato questo gioco. Ti offrono comodità e ti restituiscono lavoro in più per te. Ti offrono socialità e prendono i tuoi dati. Ti offrono libertà di espressione e trasformano ogni parola, fotografia, paura o desiderio in materiale pubblicitario. Tu chiami amici, ricordi, discussioni. Loro chiamano tutto questo profilazione, permanenza sulla piattaforma, valore per gli azionisti.
Perfino il nostro malcontento produce profitto. Litighiamo sui social, ci indigniamo, scorriamo video sulla guerra, la povertà e il cambiamento climatico; intanto qualcuno vende pubblicità tra una catastrofe e l’altra. Il capitalismo non deve più convincerci a lavorare per lui. Gli basta convincerci che stiamo passando il tempo.
E poi ci sono quelli che la finestra rotta ce l’hanno davvero. Non a diecimila metri di quota, ma in cucina o nella stanza dei figli. Entra il freddo, il telaio marcisce, il proprietario non risponde. Mettono un asciugamano contro lo spiffero, un cartone sul vetro, accendono una stufa che farà salire la bolletta. Non sanno di stare illustrando un trattato di economia: la rendita resta al proprietario, il costo della rottura scende sull’inquilino.
I poveri allora, in questo senso, fanno capitalismo selvaggio anche se non lo sanno. Pensavano soltanto di non avere un euro e invece erano ingranggi essenziali del neoliberismo. Lo fanno quando riparano con il nastro adesivo ciò che non possono sostituire, quando comprano scarpe economiche che dureranno una stagione, quando pagano a rate un frigorifero, quando perdono tre ore sui mezzi pubblici per raggiungere un lavoro sottopagato. Il povero non paga meno: paga più volte. In denaro, in tempo, in salute, in ansia.
Essere poveri significa soprattutto vivere circondati da cose che stanno per rompersi se non si sono già rotte. La macchina, la caldaia, il telefono, un dente, il contratto di lavoro. Per chi ha denaro, un guasto è una seccatura. Per chi non ne ha diventa una catastrofe. Il mercato non distribuisce soltanto beni differenti: distribuisce diversi gradi di sicurezza.
Il ricco compra la distanza dal rischio. Una casa ben isolata, un’assicurazione, una clinica privata, un posto più largo, un’assistenza clienti che risponde. Gli altri ricevono la versione essenziale della vita, quella senza bagaglio, senza rimborso, senza protezione. Poi vengono invitati a essere resilienti, parola elegante con cui si chiede alle persone di sopportare in silenzio ciò che non si vuole riparare.
Il finestrino rotto ci dice questo: sotto la vernice dell’innovazione, il mondo resta costruito per scaricare il rischio verso il basso. In alto viaggiano i profitti, protetti e assicurati. In basso viaggiano i corpi, comprimibili, sostituibili, adattabili.
Ci parlano di turismo spaziale mentre milioni di persone non riescono a cambiare una finestra. Ci promettono città intelligenti mentre gli autobus non passano. Ci vendono l’intelligenza artificiale per capire meglio mentre quella umana viene impiegata per scrivere contratti, offerte, bonus, tariffe e condizioni in modo che nessuno le capisca fino in fondo.
Forse è questa la vera fotografia del capitalismo: non la macchina che non funziona, ma la macchina che funziona benissimo per qualcuno mentre sembra rotta a tutti gli altri. Il volo parte, il pacco arriva, il post viene pubblicato, l’affitto viene incassato. Il sistema ha raggiunto il proprio obiettivo. Siamo noi a essere rimasti con il vetro in mano.
Ci avevano promesso le stelle. Per ora grazie al capitalismo spaziale viaggiamo come pezzenti dentro un futuro col finestrino rotto.



