Sahel, l’ISIS rivendica 20 attacchi: numeri e realtà

Nel racconto che lo Stato islamico costruisce di sé, il Sahel è tornato a essere una vetrina. Non una vetrina di “territorio” nel senso del califfato di un tempo, ma una vetrina di continuità operativa: colpire, sopravvivere, tornare a colpire, e farlo in una regione dove gli eserciti sono sotto pressione, i confini sono porosi e l’informazione sulle perdite è spesso frammentaria.

È in questo quadro che va letto l’ultimo messaggio della propaganda jihadista: in un’infografica pubblicata sulla rivista settimanale al-Naba (numero 528), l’ISIS attribuisce alla sua “Provincia del Sahel” venti attacchi compiuti nell’arco di circa cinque mesi, tra il 5 agosto e il 31 dicembre 2025, in tre Paesi – Niger, Mali e Burkina Faso – rivendicando complessivamente oltre duecento tra militari uccisi e feriti.

È il genere di contabilità che va maneggiata con cautela, perché nasce per intimidire e reclutare. Il punto, però, non è fermarsi alla cifra. Il punto è il segnale: il gruppo vuole essere percepito come un attore ancora capace di infliggere costi, e di farlo con regolarità.

La propaganda, per definizione, millanta. Gonfia i numeri, seleziona gli episodi, tace i fallimenti. Ma sarebbe un errore speculare liquidare tutto come teatro. Il Sahel centrale – il triangolo tra Niger occidentale, Mali orientale e Burkina settentrionale – resta uno dei teatri più letali al mondo per la violenza jihadista, con una competizione costante tra gruppi affiliati allo Stato islamico e galassie legate ad al-Qaeda.

In quel contesto, il valore della rivendicazione non è la precisione aritmetica: è la conferma di un metodo. Attacchi a convogli, imboscate, incursioni su postazioni militari isolate, azioni rapide in aree dove lo Stato fatica a mantenere presenza continuativa. Ogni operazione, anche quando non “sfonda” militarmente, produce un effetto politico: mette in discussione la promessa di sicurezza su cui le giunte militari della regione fondano parte della propria legittimità.

Mali, Burkina Faso e Niger hanno trasformato la lotta ai gruppi armati in una bandiera nazionale, hanno espulso o ridotto drasticamente alcuni partner occidentali, e stanno cercando di coordinarsi in una cornice regionale autonoma, l’Alleanza degli Stati del Sahel.

Proprio mentre annunciano “operazioni su larga scala” e nuovi dispositivi congiunti, lo Stato islamico tenta di imporre una contro-narrazione: noi siamo ancora qui, e ogni proclamata svolta strategica non vi libera dall’emorragia quotidiana. La propaganda non mira solo al reclutamento, mira anche a incrinare il morale, a far percepire l’insurrezione come inevitabile e interminabile.

C’è poi un fattore che rende queste rivendicazioni particolarmente scivolose: la difficoltà di verifica indipendente. In molte aree rurali le notizie arrivano tardi, filtrate, talvolta minimizzate. Le autorità tendono a comunicare in modo selettivo, mentre i gruppi armati comunicano in modo iperbolico.

Nel vuoto tra sottostima e sovrastima, la percezione pubblica diventa un campo di battaglia. Ed è anche per questo che lo Stato islamico investe tanto nella forma “statistica”: la cifra, anche se incerta, ha un potere retorico superiore al racconto episodico.

Spc. Zayid Ballesteros / U.S. Army (DVIDS) — Public Domain

In parallelo, fonti indipendenti continuano a documentare che la minaccia non riguarda solo le forze armate. In Niger, ad esempio, organizzazioni per i diritti umani e agenzie di stampa hanno segnalato nel 2025 un’intensificazione di attacchi attribuiti a milizie affiliate allo Stato islamico anche contro civili, con massacri e razzie in villaggi occidentali.

Un altro elemento che aumenta la pressione sui governi, perché sposta la crisi dal piano militare a quello della protezione della popolazione. In questo senso, la pericolosità dell’ISIS nel Sahel non si misura soltanto nella capacità di colpire un avamposto, ma nella capacità di trasformare insicurezza e sfiducia in una condizione permanente.

Infine, c’è la dimensione internazionale. La regione è entrata in un periodo di riallineamenti e competizione tra influenze esterne, e questo ha avuto un effetto pratico: l’intelligence e il supporto operativo che per anni hanno sostenuto alcune campagne contro-insurrezionali si sono ridotti o sono diventati più complessi.

È un passaggio tecnico, ma con conseguenze molto concrete: quando la sorveglianza aerea e l’intercettazione diminuiscono, aumenta il vantaggio di chi si muove leggero, conosce il territorio, sfrutta il confine come scudo. Ed è esattamente il tipo di vantaggio che i gruppi jihadisti sanno capitalizzare.

Alla fine, la frase giusta con cui leggere quelle rivendicazioni è questa: sì, dentro c’è propaganda; ma la propaganda funziona solo se poggia su un nucleo di realtà. Nel Sahel quel nucleo esiste. È una guerra a bassa intensità perenne, fatta di attacchi intermittenti e spazi non governati, dove la differenza tra “contenere” e “sconfiggere” è enorme e dove ogni stagione politica promette una svolta che la geografia e la frammentazione del conflitto tendono a smentire.

Lo Stato islamico lo sa e, con la freddezza delle sue infografiche, cerca di ricordarlo a tutti: non serve vincere in modo definitivo per restare pericolosi; basta restare.

Nel Sahel, quel “nucleo di realtà” non è soltanto militare: è economico e sociale, ed è uno dei motivi per cui il jihadismo riesce ancora a reclutare e a radicarsi. In Niger la povertà estrema resta su livelli enormi, sopra la metà della popolazione secondo le stime della Banca mondiale per il 2024, mentre in Burkina Faso l’estrema povertà si mantiene da anni attorno a un quarto degli abitanti e in Mali resta nell’ordine di un quinto.

A questo si somma la fame come condizione di massa: nel Sahel centrale milioni di persone soffrono insicurezza alimentare acuta, e solo in Niger il Programma Alimentare Mondiale stima circa 2,2 milioni di persone in questa condizione, con una crisi nutrizionale infantile gravissima.

In un contesto così, dove lo Stato arriva poco o arriva tardi e l’economia informale è spesso l’unico ammortizzatore, l’offerta jihadista – denaro, protezione, appartenenza, possibilità di vendetta contro abusi reali o percepiti – diventa, per alcuni, una scorciatoia di sopravvivenza prima ancora che un’adesione ideologica.

Lukt64 (Wikimedia Commons) — Licenza CC BY-SA 4.0.