Il Parlamento europeo si prepara ad aprire un’indagine su Europa delle Nazioni Sovrane (Esn) la famiglia politica nata nel 2024 attorno all’AfD tedesca e ad altri partiti dell’estrema destra nazionalista. Il voto è previsto oggi, martedì 7 luglio, a Strasburgo, durante la sessione plenaria, ma la posta in gioco riguarda tutta l’Unione: stabilire se un partito accusato di violare i valori fondamentali europei possa continuare a ricevere soldi pubblici dall’Europa.
Il Parlamento europeo avvierà la procedura formale per verificare se il partito europeo rispetti i principi dell’articolo 2 del Trattato sull’Unione: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e diritti delle minoranze. Se l’accusa fosse confermata, Esn potrebbe perdere il riconoscimento come partito politico europeo e, soprattutto, l’accesso ai finanziamenti comunitari: circa due milioni di euro l’anno.
Non sarebbe un divieto politico nel senso classico. Nessun eurodeputato verrebbe espulso dal Parlamento, nessun gruppo parlamentare verrebbe sciolto automaticamente. La distinzione è decisiva: il partito europeo Esn e il gruppo parlamentare Esn sono due entità giuridiche diverse.
Il primo serve a organizzare una famiglia politica transnazionale, ricevere fondi, fare campagne, costruire reti e fondazioni; il secondo è la formazione dentro l’Aula di Strasburgo, dove siedono gli eletti. Se la procedura arrivasse fino in fondo, il colpo sarebbe finanziario e simbolico, non parlamentare. Gli eurodeputati di AfD e degli altri partiti resterebbero al loro posto.
Ed è proprio questo a rendere la vicenda interessante. L’Unione non sta discutendo se mettere fuori legge l’estrema destra. Sta discutendo se continuare a pagarle la cassa comune europea mentre una sua autorità indipendente segnala possibili violazioni dei valori fondamentali dell’Unione.
La procedura nasce da una lettera dell’Autorità per i partiti politici europei e le fondazioni politiche europee, l’Appf, l’organismo che registra, controlla e può sanzionare i partiti europei. La nuova disciplina entrata in vigore alla fine del 2025 ha rafforzato il vincolo tra riconoscimento europeo, finanziamento pubblico e rispetto dei valori dell’Unione.
Non basta più presentarsi come una rete di partiti nazionali eletti: per accedere ai soldi europei, una famiglia politica deve dimostrare di non contraddire i principi che fondano l’ordinamento comunitario.
l dossier dell’Appf contiene centinaia di pagine con esempi tratti da dichiarazioni pubbliche, post, sentenze e posizioni di partiti aderenti a Esn. Il caso non riguarda soltanto l’AfD, anche se l’AfD è il partito politicamente più pesante del gruppo. Nel mirino compaiono anche il partito bulgaro Vazrazhdane, forza nazionalista e filo-russa, Reconquête di Éric Zemmour in Francia e il Forum voor Democratie nei Paesi Bassi.
Le possibili violazioni indicate riguardano dignità umana, uguaglianza, diritti delle minoranze, razzismo, antisemitismo, omofobia e ostilità verso migranti e musulmani.
L’AfD viene citata, tra l’altro, per dichiarazioni della sua leader Alice Weidel sui “bambini musulmani”, già richiamate in Germania in un contesto giudiziario. Ma il punto non è una singola frase. È la natura politica dell’alleanza. Esn è nata dopo le europee del 2024 come rifugio per la destra più radicale, quella che persino altri blocchi nazionalisti europei avevano tenuto a distanza.
L’AfD, dopo essere stata emarginata dal vecchio gruppo Identità e Democrazia, ha costruito una nuova casa con partiti provenienti da Bulgaria, Francia, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria e altri Paesi. Già nel 2024 il gruppo era come una formazione dominata dall’AfD e collocata più a destra rispetto ai Patrioti per l’Europa, il blocco in cui si muovono Marine Le Pen e Viktor Orbán.
Qui si apre il vero problema politico. L’estrema destra europea non è un blocco unico. È un arcipelago. Ci sono i conservatori nazionalisti che vogliono restare presentabili, i sovranisti che cercano di governare dall’interno dell’Unione, e poi c’è una destra più dura, anti-immigrazione, anti-islamica, spesso ambigua o apertamente ostile verso il sostegno europeo all’Ucraina, più vicina alla retorica del Cremlino e più aggressiva sui diritti civili.
Esn occupa questo ultimo spazio: non la destra che vuole cambiare Bruxelles entrando nei suoi salotti, ma quella che usa Bruxelles come cassa, megafono e bersaglio.

Per questo la questione dei finanziamenti pesa. I partiti europei ricevono fondi pubblici per favorire il pluralismo politico su scala continentale. L’idea originaria era semplice: se esiste un Parlamento europeo, devono esistere anche partiti europei capaci di collegare cittadini, eletti e programmi oltre i confini nazionali.
Ma il pluralismo non è un assegno in bianco. L’Unione sostiene il confronto tra forze politiche che accettano il terreno democratico comune; non è obbligata a finanziare chi viene accusato di erodere quel terreno dall’interno.
La sinistra europea ha spinto per l’apertura della procedura. Socialisti e Verdi hanno sostenuto la linea. Anche una parte dei gruppi di centro ha presentato una propria mozione, rendendo il voto di Strasburgo quasi scontato. Martin Schirdewan, copresidente della Sinistra al Parlamento europeo, ha riassunto la posizione in una formula netta: il denaro dei contribuenti europei non deve servire a finanziare odio, razzismo e incitamento. Il verde Daniel Freund ha posto la questione sullo stesso piano: le violazioni dei valori fondamentali non possono essere coperte con fondi pubblici.
Esn naturalmente respinge le accuse e parla di attacco politico. La sua linea difensiva è prevedibile: chi vuole colpire il partito, dicono i suoi esponenti, non sta difendendo la democrazia, ma sta cercando di delegittimare milioni di elettori di destra.
L’eurodeputato dell’AfD Alexander Sell ha sostenuto che un’eventuale sanzione sarebbe un tentativo di mettere al bando un partito sovranista. È un argomento potente, perché tocca il punto più sensibile: dove finisce la difesa dei valori democratici e dove comincia l’esclusione politica dell’avversario?
Ma la risposta non può essere affidata agli slogan. Non si tratta di cancellare voti. Quei voti restano rappresentati in Parlamento. Si tratta di stabilire se una struttura transnazionale possa ricevere denaro europeo pur essendo sospettata di violare i principi minimi dell’Unione. La differenza è sostanziale. Una democrazia non deve finanziare qualunque cosa in nome del pluralismo, così come non deve trasformare ogni procedura amministrativa in una scomunica politica.
Proprio per questo il procedimento sarà lungo: dopo l’eventuale voto del Parlamento, Esn avrà tempo per rispondere; poi un comitato di esperti dovrà valutare le accuse; infine servirà il passaggio tra Parlamento, Commissione e Consiglio. Non ci sarà una decisione prima di settembre.
Il calendario, però, è già politico. In Germania l’AfD guarda alle elezioni regionali d’autunno con ambizioni forti, e ogni mossa di Bruxelles verrà usata dal partito come prova della persecuzione delle élite europee contro il voto popolare.
L’AfD vive di questo doppio registro: entra nelle istituzioni, ne usa i fondi, ne occupa gli spazi, e intanto racconta quelle stesse istituzioni come un regime ostile. Il procedimento contro ESN le offre materiale perfetto per la propaganda. Ma il fatto che una procedura possa essere sfruttata politicamente non significa che non debba esistere.
La posta in gioco, allora, è più ampia dei due milioni di euro. È la definizione del perimetro democratico europeo. Per anni l’Unione ha chiesto agli Stati membri e ai Paesi candidati di rispettare lo Stato di diritto, l’indipendenza della magistratura, i diritti fondamentali, la protezione delle minoranze.
Ora quel principio torna dentro casa, applicato non a un governo ma a un partito europeo. È un passaggio nuovo: Bruxelles prova a dire che i suoi valori non sono solo retorica da trattati, ma condizioni materiali per ricevere riconoscimento e soldi.
Resta il rischio opposto: trasformare i valori europei in un’arma discrezionale, usata dai gruppi maggioritari contro le opposizioni radicali. È il punto su cui Esn costruirà la propria difesa. Per evitare questo rischio, il procedimento dovrà essere rigoroso, documentato, verificabile, non fondato sull’antipatia politica ma su violazioni concrete, gravi e persistenti. Altrimenti la sanzione finirebbe per rafforzare proprio la narrazione vittimistica dell’estrema destra.
Ma se quelle violazioni venissero accertate, la domanda diventerebbe inevitabile: perché i contribuenti europei dovrebbero finanziare chi usa la piattaforma europea per attaccare dignità, uguaglianza e diritti delle minoranze? La democrazia non si difende soltanto permettendo a tutti di parlare. Si difende anche decidendo che i suoi soldi pubblici non servono a pagare la sua demolizione.
Il voto di Strasburgo non chiuderà la partita. La aprirà. E la novità è proprio questa: l’Europa che per anni ha tollerato l’estrema destra come parte del paesaggio politico ora comincia a chiedersi se debba anche mantenerla.



