L’Europa non dice “razza”. Dice sicurezza, Schengen, procedure accelerate, Paesi sicuri, contrasto ai trafficanti, rimpatri. Usa un vocabolario tecnico, amministrativo, apparentemente neutro. Ma secondo il nuovo rapporto dell’European Network Against Racism, proprio questa lingua senza razza è il modo in cui la razza torna a governare la mobilità.
Il rapporto si intitola “Raceless in Name Only: Whiteness and the Racial Governance of Mobility in the European Union”. È un rapporto comparativo che raccoglie i risultati di sette studi nazionali e territoriali dentro un progetto più ampio su razzismo, migrazione e Stato di diritto in Europa.
La ricerca si basa su analisi documentale e lavoro sul campo condotto tra giugno 2024 e dicembre 2025 in cinque aree di frontiera europee — tedesco-austriaca, tedesco-ceca, italo-francese, croato-slovena e basca — e in tre Paesi dell’Unione: Cipro, Francia e Grecia.
Il punto non è soltanto che alle frontiere europee esistono discriminazioni. Questo, purtroppo, non sorprende più nessuno. Il punto è più radicale: secondo ENAR, l’Unione europea sta consolidando un sistema di mobilità a due livelli.
Da una parte chi può muoversi, attraversare, essere protetto, riconosciuto come vulnerabile o legittimo. Dall’altra chi viene immediatamente reso sospetto, controllabile, rimovibile, trattenibile. Non in base a una dichiarazione esplicita sulla razza, ma attraverso procedure, categorie giuridiche, controlli di polizia, visti, frontiere interne, esternalizzazione e rimpatri.
Il rapporto lo definisce un sistema “senza razza solo nel nome”. Le politiche europee, scrive ENAR, usano un linguaggio apparentemente tecnico e neutrale, ma producono effetti sproporzionati sulle popolazioni razzializzate, in particolare persone di origine africana, sud-occidentale asiatica, sud-orientale asiatica e latinoamericana.
La tesi centrale è che la governance europea della migrazione non sia neutra, ma strutturata da quella che il rapporto chiama whiteness, non come colore della pelle individuale, bensì come costruzione politica e storica dell’Europa come spazio bianco, ordinato, da difendere.
Questa è la parte più interessante del rapporto: ENAR non si limita a denunciare il razzismo come abuso o deviazione. Non dice semplicemente che alcuni agenti controllano più spesso le persone nere o musulmane. Dice che l’intero impianto della mobilità europea tende a distinguere tra movimenti desiderabili e movimenti minacciosi.
Alcuni profughi vengono umanizzati, altri criminalizzati; alcuni attraversamenti vengono letti come fuga, altri come invasione; alcune presenze sono accolte dentro la grammatica della protezione, altre dentro quella dell’ordine pubblico.
Il confronto più evidente, per il rapporto, è quello tra la risposta europea alla fuga dall’Ucraina e quella riservata a chi scappa da guerre, povertà o persecuzioni in Africa, Asia o nella regione SWANA, cioè Asia sud-occidentale e Nord Africa.
ENAR sottolinea che l’accoglienza data agli ucraini è stata giusta, ma che proprio quel trattamento mostra la possibilità di un’altra politica della protezione. Il problema nasce quando la solidarietà diventa selettiva, quando la prossimità percepita alla bianchezza decide chi appare meritevole di aiuto e chi invece viene trattato come minaccia.
Il sistema a due livelli non passa solo dalle frontiere esterne. Passa anche da quelle interne. Lo spazio Schengen viene raccontato come il grande spazio europeo della libera circolazione, ma il rapporto descrive una realtà più fratturata: controlli selettivi, profilazione etnica e razziale, polizie che usano fenotipo, abbigliamento, lingua, accento, religione percepita o provenienza sociale come segnali per decidere chi fermare.
Così la frontiera non coincide più solo con il bordo geografico dell’Unione. Può comparire in una stazione, su un treno, in un aeroporto, in una strada, addosso a un corpo.
Nella testimonianza che apre il rapporto, Emmanuel Achiri racconta di essere stato fermato all’aeroporto di Zagabria mentre aspettava un volo per Bruxelles. Alla richiesta di una giustificazione legale, un agente avrebbe risposto richiamando il fatto che la Croazia è una società “omogeneamente bianca” e che, essendo lui nero, il controllo dei documenti era legittimo.
La scena non vale solo come episodio individuale. Serve a mostrare il punto politico del rapporto: anche dentro l’Unione europea, anche in uno spazio giuridico che vieta la profilazione razziale, il corpo razzializzato può diventare frontiera.
Qui si inserisce il secondo asse del rapporto: la normalizzazione, dentro il diritto e le politiche europee, di categorie che fino a pochi anni fa appartenevano soprattutto alla retorica dell’estrema destra.
La prefazione parla apertamente di narrazioni di estrema destra ormai non più confinate ai margini, ma riprese e normalizzate nella politica mainstream. Idee come la “grande sostituzione” o la “remigrazione”, scrive il rapporto, filtrano nei quadri politici, orientano le assunzioni di fondo e legittimano approcci sempre più duri verso migrazione e appartenenza.
Non siamo davanti soltanto a una denuncia di violenze ai confini. Siamo davanti all’accusa che l’Unione europea stia traducendo in strumenti ordinari di governo una certa visione del mondo: la migrazione come minaccia, il confine come difesa identitaria, il rimpatrio come risposta naturale, la solidarietà come comportamento sospetto, l’asilo come eccezione da restringere.
ENAR individua questo consolidamento in una serie di passaggi legislativi recenti o in corso. Nel 2024 sono stati approvati il Patto europeo su migrazione e asilo e la riforma del Codice frontiere Schengen.
Al momento considerato dal rapporto, le istituzioni europee erano impegnate anche sulla futura regolazione delle deportazioni, mentre già dal 2023 la Commissione aveva proposto nuove norme contro il favoreggiamento dell’ingresso irregolare. Secondo ENAR, questi sviluppi rischiano di criminalizzare la mobilità verso e dentro l’Unione europea, in particolare per le persone razzializzate.

Il Patto migrazione e asilo viene letto dal rapporto come uno strumento che normalizza procedure accelerate e detenzione di fatto ai confini. La riforma del Codice Schengen viene indicata come un passaggio che può legittimare, nella pratica, la profilazione razziale alle frontiere interne.
La regolazione sulle deportazioni segnerebbe lo slittamento verso un modello in cui punizione e rimozione diventano la risposta ordinaria alla migrazione. Il pacchetto anti-smuggling, infine, rischierebbe di criminalizzare non solo chi sfrutta la mobilità delle persone, ma anche pratiche di solidarietà e difesa dei diritti.
La forza del rapporto sta nel collegare queste norme tra loro. Prese singolarmente, possono essere presentate come strumenti tecnici: gestione delle procedure, sicurezza interna, contrasto ai trafficanti, efficienza nei rimpatri.
Messe insieme, disegnano un ordine politico. Un’Europa che si dichiara post-razziale, ma costruisce canali differenziati di accesso alla protezione, al movimento, alla legalità e perfino alla visibilità della sofferenza.
Anche il regime dei visti entra in questo quadro. ENAR lo descrive come una tecnologia amministrativa preventiva: prima ancora che una persona arrivi alla frontiera, il sistema decide chi può viaggiare facilmente e chi deve affrontare percorsi più restrittivi.
Il discrimine non è dichiarato come razziale, ma si intreccia con passaporto, reddito, provenienza, classe, storia coloniale, possibilità di dimostrare affidabilità economica. È una selezione che appare burocratica, ma che produce una mobilità ordinata lungo linee razziali ed economiche.
Poi c’è l’esternalizzazione. L’Europa sposta il controllo fuori dai propri confini, delega a Paesi terzi una parte della gestione, crea zone cuscinetto dove respingimenti, detenzione e violenza diventano meno visibili. In questo modo la frontiera europea non sparisce: si allunga, si decentra, diventa più opaca.
E quanto più il controllo viene spostato lontano dallo sguardo pubblico europeo, tanto più diventa facile presentare la violenza come effetto collaterale e non come parte del sistema.
La parola più importante, in questo quadro, è forse neutralità. Il rapporto accusa l’Europa di produrre disuguaglianza proprio mentre parla la lingua della neutralità. Non serve scrivere una norma apertamente razziale perché una norma abbia effetti razzializzati.
Basta costruire categorie che colpiscono di più alcune popolazioni: “Paesi sicuri”, “procedure accelerate”, “irregolarità”, “rischio di fuga”, “sicurezza”, “strumentalizzazione”, “rimpatrio”. Sono parole amministrative. Ma nelle pratiche concrete decidono chi viene creduto, chi viene rinchiuso, chi viene respinto, chi viene controllato, chi viene lasciato morire lungo rotte più pericolose.
ENAR usa volutamente il termine irregularised migrant, migrante “irregolarizzato”, invece di “migrante irregolare”. Non è una sfumatura lessicale. Serve a spostare la responsabilità: l’irregolarità non è una qualità naturale della persona, ma una condizione prodotta da Stati, istituzioni e regimi giuridici che negano canali sicuri e poi puniscono chi attraversa gli unici percorsi rimasti.
Questo passaggio è decisivo anche per leggere la povertà prodotta dal sistema. Il rapporto parla di precarietà abitativa, sfruttamento lavorativo, accesso incerto ai servizi, stress psicologico cronico. Ma questi effetti non vanno isolati dal cuore politico del documento.
La povertà non è qui il punto di partenza dell’articolo: è una conseguenza del dispositivo. Prima viene la divisione della mobilità. Poi arriva tutto il resto: marginalità, ricattabilità, lavoro povero, esclusione dai diritti, paura di rivolgersi a ospedali, scuole, sportelli, sindacati.
Per questo il rapporto chiede di andare oltre le correzioni tecniche. Le raccomandazioni non riguardano solo la gestione dei confini. ENAR chiede di integrare l’antirazzismo nella governance migratoria, ridurre i poteri coercitivi, creare meccanismi indipendenti di controllo, separare lo status migratorio dall’accesso ai servizi essenziali e introdurre valutazioni di impatto razziale nelle politiche pubbliche.
Ma chiede anche qualcosa di più ampio: abbandonare le cornici post-razziali che impediscono di vedere come la razza continui a strutturare la società europea e il discorso sulla migrazione.
La tesi di ENAR è dura, ma difficilmente liquidabile come semplice slogan. L’Europa non si limita più a tollerare retoriche securitarie. Le incorpora in architetture normative. Non parla più la lingua brutale della razza biologica, ma amministra corpi, passaporti, accenti, provenienze e religioni percepite attraverso categorie apparentemente impersonali.
Il risultato è una mobilità europea divisa. Per alcuni resta promessa di libertà. Per altri diventa un percorso a ostacoli, fatto di sospetto, fermo, trattenimento, respingimento, espulsione possibile. Una libertà condizionata alla leggibilità del corpo, del nome, del documento, della provenienza.
Il rapporto “Raceless in Name Only” non dice soltanto che l’Europa ha un problema di razzismo. Dice che il razzismo, quando diventa sufficientemente amministrativo, può smettere di nominarsi e continuare a funzionare. Questa è la sua accusa più grave: l’Unione europea si racconta come spazio del diritto, ma sta costruendo un diritto della mobilità diseguale.
Non una frontiera contro tutti. Una frontiera intelligente, selettiva, graduata. Aperta per chi conferma l’idea dominante di Europa. Chiusa, mobile e punitiva per chi la mette in crisi.



