Algeria, solo il 21% ha votato, vince il Fln

In Algeria il partito del potere ha vinto ancora, non è una sorpresa, ma l’astensionismo ha raggiunto vette che dovrebbero inquietare chi detiene le leve del comando. Il Fronte di Liberazione Nazionale (Fln) è arrivato primo alle elezioni legislative del 2 luglio, conquistando 90 seggi su 407 nell’Assemblea popolare nazionale. Non abbastanza per governare da solo, ma abbastanza per confermare la sua centralità dentro il sistema politico algerino, insieme agli altri partiti e blocchi che sostengono l’ordine costruito attorno al presidente Abdelmadjid Tebboune. L’affluenza, però, si è fermata al 21 per cento: il dato più basso nella storia delle elezioni legislative del Paese, inferiore perfino al 23 per cento del 2021. Su circa 25 milioni di elettori registrati, quasi quattro su cinque sono rimasti a casa.

Non un colpo di scena elettorale, ma una democrazia svuotata fino al minimo: il partito storico dell’indipendenza continua a vincere, le istituzioni continuano a funzionare, l’autorità elettorale continua a proclamare la trasparenza del voto, ma la società guarda altrove. Il regime conserva il Parlamento; perde, o ha già perso, la partecipazione.

L’Algeria non è un Paese qualunque. È il più grande Stato africano per superficie, uno dei principali produttori di gas del Mediterraneo, un fornitore energetico essenziale anche per l’Italia, e un attore centrale nei dossier del Nord Africa e del Sahel. Ma dietro l’immagine del Paese ricco di idrocarburi c’è un contratto sociale logorato: lo Stato distribuisce salari pubblici, sussidi, alloggi, prezzi amministrati e protezione sociale; in cambio chiede stabilità politica e obbedienza. Per decenni questo scambio ha retto. Oggi scricchiola.

Il voto del 2 luglio si è svolto dentro questo clima. La campagna è stata dominata dal costo della vita, dal peggioramento dei servizi pubblici e dalle restrizioni politiche. L’autorità elettorale ha escluso una parte consistente dei potenziali candidati prima del voto; tra gli esclusi figuravano anche esponenti islamisti e attivisti legati alla stagione dell’Hirak, il movimento di protesta nato nel 2019. Il governo ha difeso le esclusioni parlando di norme anticorruzione e attività sospette; i critici le leggono invece come l’ennesimo filtro politico su un processo già controllato.

Per capire la sfiducia bisogna tornare prprio a quel 2019. L’Hirak riempì le strade algerine per settimane, costrinse alle dimissioni Abdelaziz Bouteflika, il presidente malato e al potere da vent’anni, e chiese qualcosa di più profondo: non solo la fine di un uomo, ma la fine del sistema che lo aveva prodotto. La formula gridata nelle piazze era semplice: uno Stato civile, non militare. Il movimento fu enorme, pacifico, trasversale. Poi arrivò la pandemia, le piazze si svuotarono e il potere riprese terreno. Human Rights Watch ha descritto il 2024 algerino come un anno di repressione delle voci critiche, limitazioni alla libertà di espressione, stampa, associazione, riunione e movimento; Amnesty ha denunciato anche nel 2026 arresti, processi e condanne contro giornalisti e operatori dei media per il loro lavoro o per opinioni espresse.

Il risultato è un Paese dove la protesta non è scomparsa perché le sue ragioni sono state risolte. È stata compressa. E quando la protesta non può più esprimersi nelle piazze, spesso si trasforma in astensione. Il 21 per cento di affluenza non dice solo che gli algerini non credono nei partiti. Dice che molti non credono più che votare serva a cambiare qualcosa.

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Dentro questa apatia politica c’è anche una questione sociale enorme. L’Algeria è formalmente un Paese a reddito medio-alto, ma la vita quotidiana di una parte crescente della popolazione racconta altro. La Banca mondiale indica un’economia ancora fortemente dipendente da petrolio e gas: tra il 2020 e il 2024 gli idrocarburi hanno rappresentato circa il 13 per cento del Pil, l’83 per cento delle esportazioni e il 46 per cento delle entrate di bilancio. Significa che lo Stato sociale algerino, il lavoro pubblico, i sussidi e una parte della pace sociale dipendono ancora dal prezzo dell’energia e dalla capacità dello Stato di redistribuire rendita.

Quando quella rendita basta, il sistema respira. Quando cala, il disagio affiora. La stessa Banca mondiale segnala che l’economia algerina è cresciuta negli ultimi anni, ma resta esposta alla volatilità degli idrocarburi, mentre disoccupazione e inflazione restano problemi sensibili. Il tasso di disoccupazione indicato dalla Banca mondiale è al 12,7 per cento; quello giovanile arriva al 29,4 per cento. Per un Paese giovane, significa una generazione bloccata: troppa istruzione per accettare la marginalità, troppo poco spazio economico per entrare davvero nel mercato del lavoro.

La povertà algerina non ha sempre la forma estrema che si associa ad altre crisi africane. È spesso una povertà di potere d’acquisto, di accesso, di prospettiva. Famiglie che non muoiono di fame ma tagliano carne, cure, trasporti, studio. Giovani che vivono a lungo in casa perché non possono permettersi un’abitazione. Laureati che restano sospesi tra concorsi pubblici, lavoro informale e desiderio di emigrare. Ceti medi che si sentivano protetti e oggi scoprono di essere vulnerabili. Durante il Ramadan del 2026 l’aumento dei prezzi alimentari ha reso difficile perfino sostenere i costi dei pasti tradizionali, mentre ristoranti solidali nati per senzatetto e persone sole hanno iniziato a servire intere famiglie.

Il regime algerino non è povero di risorse: è povero di fiducia. Dispone di gas, apparati, burocrazia, esercito, memoria rivoluzionaria, rendita energetica. Ma fatica a produrre mobilità sociale, rappresentanza politica e futuro. Il Fln, che fu il partito della guerra d’indipendenza contro la Francia, continua a usare il capitale simbolico della liberazione nazionale. Ma per una parte crescente della popolazione quel capitale non paga l’affitto, non crea lavoro, non abbassa i prezzi, non apre lo spazio pubblico.

Il paradosso è che l’Algeria è contemporaneamente più stabile e più fragile di quanto sembri. Stabile perché il potere reale non dipende da un Parlamento competitivo: si regge su presidenza, apparati di sicurezza, esercito, amministrazione e partiti allineati. Fragile perché la stabilità è sempre più passiva. Non nasce dal consenso, ma dalla stanchezza, dalla paura, dall’assenza di alternative credibili, dalla convinzione che nulla cambi.

Per l’Italia gli avvenimenti algerini non sono lontani. L’Algeria è uno dei cardini della strategia energetica italiana nel Mediterraneo, soprattutto da quando Roma ha cercato alternative al gas russo. Guardare ad Algeri solo come a un rubinetto del gas significa però non vedere il Paese reale: una società giovane, compressa, attraversata da diseguaglianze territoriali, dipendente dalla spesa pubblica e governata da un sistema che vince elezioni a cui partecipa sempre meno gente. In prospettiva una situazione che in caso di rovesciamento degli equilibri attuali nel Paese può influire anche sui rapporti commerciali.

“111013 Social discontent simmers in Algeria as teachers strike | استياء شعبي يعم الجزائر مع إضراب الأساتذة | Mécontentement social en Algérie après la grève des enseignants” by Magharebia is licensed under CC BY 2.0.