Il 7 luglio la Commissione europea ha registrato una nuova Iniziativa dei cittadini europei dal titolo “Introduction of Unconditional Basic Income throughout the EU”. Tradotto: introduzione di un reddito di base incondizionato in tutta l’Unione europea. È una formula abbastanza tecnica per indicare una delle proposte più discusse, e più divisive, del nuovo welfare europeo: un trasferimento economico regolare, individuale, universale e senza condizioni, pagato a tutti, non solo ai poveri, non solo ai disoccupati, non solo a chi accetta un percorso di formazione o di lavoro.
La prima cosa da chiarire è cosa non è successo. La Commissione non ha proposto una legge europea sul reddito universale. Non ha approvato la misura. Non ha detto che sia sostenibile né che vada introdotta. Ha soltanto stabilito che l’iniziativa rispetta i requisiti formali per essere registrata.
Da questo momento gli organizzatori hanno sei mesi per aprire la raccolta firme. Quando la campagna partirà, avranno dodici mesi per raccogliere almeno un milione di firme valide in almeno sette Paesi dell’Unione. Solo allora la Commissione sarà obbligata a esaminare la proposta e a rispondere politicamente. Non sarà comunque obbligata a trasformarla in legge.
Questo è il primo elemento di onestà. Il reddito universale non entra domani nei bilanci pubblici europei. Entra però, di nuovo, nell’agenda politica. E ci entra in un momento preciso: quello in cui l’intelligenza artificiale, l’automazione e la frammentazione del lavoro stanno riportando al centro una domanda che sembrava appartenere al dibattito utopico degli anni passati.
Se il lavoro non garantisce più reddito stabile a una parte crescente della popolazione, il welfare deve continuare a essere costruito solo intorno al lavoro?
I promotori dell’iniziativa chiedono alla Commissione di adottare “tutti i passi necessari e legali” per aiutare l’introduzione del reddito di base incondizionato negli Stati membri e di rivolgere agli stessi Stati una raccomandazione coordinata. È una richiesta calibrata sulle competenze reali dell’Unione. Bruxelles può raccomandare, coordinare, finanziare programmi, aprire un dibattito legislativo.
Ma i sistemi di welfare, la fiscalità generale e le politiche di sostegno al reddito restano in larga parte competenza nazionale. È qui che l’ambizione europea incontra il primo muro.
Il reddito universale, nella sua definizione più pura, ha cinque caratteristiche. È individuale: spetta alla persona, non al nucleo familiare. È universale: non dipende dall’ISEE o dal patrimonio. È incondizionato: non richiede di cercare lavoro, accettare offerte, partecipare a corsi o dimostrare uno stato di bisogno.
È periodico: viene erogato con regolarità, di solito ogni mese. Ed è monetario: non è un servizio, non è un voucher, non è uno sconto fiscale. I sostenitori aggiungono un sesto elemento, decisivo: deve essere abbastanza alto da permettere una vita dignitosa e la partecipazione alla società. È proprio questo punto, però, a rendere la proposta politicamente forte e finanziariamente enorme.
Per capirlo basta distinguere il reddito universale dal reddito minimo. Il reddito minimo è selettivo: aiuta chi non ha risorse sufficienti. Il reddito universale è generale: parte dall’idea che una quota di sicurezza economica debba spettare a tutti.
Il primo corregge la povertà. Il secondo ridisegna il rapporto tra cittadino, lavoro e Stato. Non è una differenza lessicale, è la differenza tra un ammortizzatore sociale e una nuova architettura del welfare.
L’Unione europea, finora, si è mossa quasi sempre sul primo terreno. Il Pilastro europeo dei diritti sociali riconosce il diritto a un reddito minimo adeguato per chi non dispone di risorse sufficienti. Il Consiglio dell’Unione, nel 2023, ha adottato una raccomandazione per rafforzare i sistemi nazionali di reddito minimo, accesso ai servizi essenziali e reinserimento lavorativo.
Anche il rapporto della Commissione del 2025 sui redditi minimi guarda all’adeguatezza, alla copertura e all’accesso alle misure esistenti. Non al reddito universale. L’Europa istituzionale, insomma, per ora parla la lingua della protezione mirata, non quella del trasferimento incondizionato a tutti.
Nei Paesi europei il quadro è ancora più frastagliato. Nessuno Stato dell’Unione ha introdotto un reddito universale pieno. Alcuni hanno sperimentato. Altri hanno discusso. Altri hanno creato forme di reddito minimo più o meno robuste, spesso confuse nel dibattito pubblico con l’idea di base income.
Il caso più famoso resta la Finlandia. Tra il 2017 e il 2018 il governo finlandese ha selezionato duemila disoccupati tra i 25 e i 58 anni e ha versato loro 560 euro al mese, senza condizioni e senza prova dei mezzi. Il risultato è stato più sfumato di quanto dicano sia i sostenitori sia gli avversari.
L’esperimento non ha prodotto un grande aumento dell’occupazione, ma non ha nemmeno confermato l’idea che un reddito incondizionato spinga automaticamente le persone a smettere di lavorare. Gli effetti più evidenti sono stati sul benessere percepito: meno stress, più sicurezza economica, migliore fiducia nella propria condizione. La Finlandia, però, non ha trasformato il test in una misura nazionale.
La Germania è il Paese dove il dibattito resta culturalmente più vivo ma politicamente incerto. Un progetto privato seguito dall’Istituto tedesco per la ricerca economica ha dato 1.200 euro al mese per tre anni a 122 persone, confrontandole con un gruppo di controllo di oltre 1.500 individui. Anche qui i risultati non descrivono una fuga dal lavoro.

Ma quando il tema è uscito dal laboratorio ed è arrivato alle urne, l’esito è stato diverso: nel 2025 Amburgo ha votato su un modello sperimentale di reddito di base e il 62,7 per cento dei votanti lo ha respinto. In Germania il reddito universale è materia da think tank, associazioni, sinistra radicale, ecologisti e pezzi della società civile; non è una linea di governo.
L’Irlanda ha scelto una strada diversa e molto più limitata. Non un reddito universale per tutti, ma un reddito di base per gli artisti. Il programma Basic Income for the Arts 2026-2029 finanzia duemila professionisti del settore con 325 euro a settimana. È una misura settoriale, condizionata all’appartenenza a un campo professionale e sottoposta a verifiche.
Non è reddito universale, ma è uno dei casi europei più concreti di trasferimento regolare pensato non come assistenza passiva, ma come sostegno alla continuità di una pratica lavorativa fragile.
Nei Paesi Bassi le sperimentazioni municipali hanno riguardato soprattutto persone già beneficiarie di assistenza sociale. L’obiettivo non era dare soldi a tutti, ma capire cosa succede se si riducono obblighi, controlli e sanzioni dentro il welfare esistente. Anche qui, quindi, siamo più vicini a una riforma del reddito minimo che a un vero reddito universale.
La Spagna ha introdotto nel 2020 l’Ingreso Mínimo Vital, misura nazionale contro povertà ed esclusione sociale. È stata una svolta importante per un Paese che aveva un sistema molto frammentato di sostegni regionali. Ma anche in questo caso il nome può ingannare: non è universale. È rivolto a persone sole o nuclei in condizione di vulnerabilità economica. Serve a garantire un livello minimo di reddito, non a distribuire una quota monetaria a ogni cittadino.
Fuori dall’Unione, ma dentro il dibattito europeo, ci sono altri due casi utili. La Svizzera nel 2016 votò in referendum sull’introduzione del reddito di base e lo respinse nettamente. Il Galles ha sperimentato un reddito di base per giovani usciti dai percorsi di tutela pubblica: 1.600 sterline al mese per due anni ai diciottenni care leavers. Anche qui non universalità, ma sperimentazione mirata su una platea vulnerabile. La valutazione finale arriverà nel 2027.
E l’Italia? L’Italia è probabilmente il Paese dove la confusione lessicale è più forte. Il Reddito di cittadinanza non era un reddito universale. L’Assegno di inclusione non è un reddito universale. Il Supporto per la formazione e il lavoro non è un reddito universale. Sono misure selettive, legate a reddito, composizione familiare, residenza, condizioni soggettive, obblighi o percorsi di attivazione.
L’Assegno di inclusione guarda ai nuclei familiari fragili e richiede un ISEE entro soglie precise. Il Supporto per la formazione e il lavoro riguarda singoli componenti tra 18 e 59 anni, con ISEE familiare non superiore a 10.140 euro, e prevede 500 euro mensili come indennità collegata a formazione e politiche attive. Nel modello italiano attuale, dunque, il sostegno al reddito è esattamente l’opposto dell’universalità: è condizionato, selettivo, familiare o categoriale.
Questo non significa che in Italia il tema non esista. Esiste, ma sta più nella società civile e in una parte dell’opposizione che nell’agenda di governo. Nel 2025 è stata presentata alla Camera una proposta promossa da RED, Reddito Europa Diritti, che immagina un reddito di base graduale: prima per chi è in povertà assoluta, poi relativa, poi per quote più ampie della popolazione, con importi diversi per età e fragilità.
Nel dicembre 2025 la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato l’annuncio di una proposta di legge di iniziativa popolare per un “Reddito minimo garantito individuale”. Ma anche qui bisogna stare attenti: reddito minimo individuale non significa automaticamente reddito universale incondizionato.
In Parlamento il precedente più chiaro resta l’emendamento di Alleanza Verdi e Sinistra alla manovra 2024, che proponeva un reddito universale di base da 800 euro mensili. Fu bocciato. Da allora il tema è rimasto politicamente minoritario. Il Movimento 5 Stelle, che aveva fatto del Reddito di cittadinanza una propria bandiera, discute oggi anche di ipotesi più universali, ma non esiste al momento una proposta di governo né una maggioranza parlamentare pronta a sostenerla.
Il nodo vero è il costo. Un reddito universale da 500 euro al mese per tutta la popolazione dell’Unione, che nel 2025 era attorno ai 451 milioni di abitanti, avrebbe un costo lordo teorico superiore ai 2.700 miliardi di euro l’anno. Anche restringendolo agli adulti, anche recuperandone una parte con il fisco, anche sostituendo alcune prestazioni esistenti, l’ordine di grandezza resta enorme.
È per questo che le proposte più realistiche tendono a essere graduali, parziali, fiscali o sperimentali: imposta negativa, dividendo sociale, reddito di base per fasce d’età, per settori, per territori o per condizioni specifiche.
I sostenitori rispondono che il costo lordo è una rappresentazione ingannevole. Se tutti ricevono una somma ma i redditi più alti la restituiscono attraverso il sistema fiscale, il costo netto è molto più basso. Aggiungono che l’universalità riduce burocrazia, stigma, errori di esclusione e trappole della povertà.
Una misura data a tutti non obbliga il cittadino povero a dimostrare continuamente di meritare aiuto. E in un mercato del lavoro discontinuo, dove un individuo può alternare lavoro dipendente, partite Iva, piattaforme digitali, periodi di cura e disoccupazione, un reddito di base garantirebbe continuità dove il vecchio welfare vede solo interruzioni.
I critici vedono il problema opposto. Una misura davvero sufficiente costerebbe troppo. Una misura sostenibile rischierebbe di essere troppo bassa. Se sostituisse pezzi di welfare, potrebbe danneggiare proprio chi ha bisogni maggiori: disabili, anziani, famiglie povere, persone non autosufficienti. Se si aggiungesse al welfare esistente, richiederebbe una pressione fiscale molto più alta. E se fosse usata come risposta all’automazione, potrebbe diventare una resa politica: invece di governare tecnologia, salari e redistribuzione del potere economico, lo Stato compenserebbe i cittadini con un assegno.
L’iniziativa europea riapre quindi una discussione vera, non una soluzione pronta. Il suo merito è costringere Bruxelles e i governi nazionali a dire se il welfare del Novecento sia ancora sufficiente davanti a un’economia in cui il lavoro è più povero, più intermittente e più vulnerabile alla sostituzione tecnologica. Il suo limite è che non risolve la domanda fondamentale: chi paga, quanto paga, e cosa resta del resto dello Stato sociale.



