Dopo un accoltellamento, una notte di case incendiate e famiglie immigrate in fuga. Ma la xenofobia nordirlandese non nasce dall’immigrazione, che quasi non c’è: nasce dalla macchina della guerra civile mai smontata, che ha trovato negli ultimi il nuovo nemico disponibile. E chi soffia sul fuoco non abita in quei quartieri.
Le famiglie sono uscite di casa scortate dai vigili del fuoco, mentre le loro abitazioni bruciavano. È successo martedì notte a Belfast: auto in fiamme, un autobus di linea incendiato da gruppi di giovani su Newtownards Road, nella zona est della città, cassonetti usati come barricate ardenti in altri quartieri.
La miccia: l’accoltellamento, lunedì sera, di un uomo di circa quarant’anni, per il quale la polizia ha incriminato per tentato omicidio un trentenne sudanese, rifugiato regolarmente residente nel Regno Unito. Il video dell’aggressione ha fatto il giro dei social in poche ore, accompagnato da un’ondata di disinformazione sull’identità dell’aggressore.
Tommy Robinson, agitatore inglese di estrema destra con vari precedenti penali, ha invocato la piazza contro quello che ha definito un attacco di “invasori”; Elon Musk ha rilanciato ai suoi centinaia di milioni di follower gli elenchi dei luoghi di raduno.
La premier nordirlandese Michelle O’Neill ha parlato di uomini mascherati che bruciano le case delle famiglie come di un atto di vigliaccheria che non ha nulla a che fare con la comunità, denunciando il tentativo di sfruttare l’aggressione per colpire persone innocenti.
Fin qui la cronaca. Che però, da sola, non spiega niente. Perché il dato che dovrebbe disorientare chiunque legga questa storia con le categorie abituali è un altro: l’Irlanda del Nord è la regione meno etnicamente diversificata del Regno Unito. Le minoranze sono il 3,4% della popolazione, contro il 18,3% di Inghilterra e Galles.
La xenofobia, lì, è massima dove gli stranieri sono pochissimi. Il che significa che non nasce dall’esperienza dell’immigrazione: nasce da qualcos’altro che l’immigrazione l’ha solo trovata pronta.
La macchina mai smontata. Quel qualcos’altro ha un nome preciso: l’infrastruttura della guerra civile. L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 ha fermato il conflitto tra repubblicani cattolici e lealisti protestanti, ma ha disarmato la politica, non il territorio. Le organizzazioni paramilitari lealiste si sono riciclate in strutture di governo informale dei quartieri popolari protestanti: racket, traffici e, soprattutto, il controllo di chi può abitare dove.
Le organizzazioni per i diritti civili nordirlandesi documentano da anni un repertorio collaudato di intimidazione abitativa nelle aree sotto influenza paramilitare — minacce alle famiglie migranti per cacciarle dalle case, materiale razzista affisso preventivamente negli spazi pubblici per scoraggiarle dall’arrivare.
Le fiamme di martedì notte non sono spontaneismo popolare: sono la stessa macchina territoriale di cinquant’anni fa, che ha cambiato bersaglio.
Perché la società nordirlandese è stata costruita per un secolo attorno a una divisione binaria. I muri “di pace” tra quartieri cattolici e protestanti sono ancora in piedi, l’edilizia popolare resta in larga parte segregata su base confessionale. Una comunità addestrata per generazioni a definirsi contro un “altro” non smette quando l’altro storico esce di scena: lo sostituisce.
La transizione dalla violenza settaria a quella razziale è documentata e in corso da anni — e ha prodotto persino l’immagine che la certifica meglio di qualsiasi analisi: nelle proteste anti-immigrazione degli ultimi anni a Belfast sono comparsi, fianco a fianco, il tricolore irlandese e la bandiera britannica. Repubblicani e lealisti, che si sono sparati addosso per trent’anni, riconciliati dal capro espiatorio.

Il rancore è la benzina, il fiammifero ce l’ha qualcun altro. C’è poi lo strato sociale, quello che ci riguarda più da vicino. La classe operaia protestante è quella che ha perso di più dalla pace: i cantieri navali e l’industria pesante di East Belfast, fondamento materiale dell’identità lealista, sono spariti; i ragazzi protestanti dei quartieri popolari registrano oggi tra i peggiori risultati scolastici della regione; la Brexit ha messo una frontiera nel mare d’Irlanda facendo sentire il lealismo tradito persino da Londra.
Sociologi come John Nagle, della Queen’s University di Belfast, osservano che le aree operaie unioniste percepiscono di aver perso con il processo di pace, e che quel rancore viene innestato sull’immigrazione. Un operatore di comunità lealista lo ha riassunto involontariamente meglio di tutti, parlando ai giornali dopo i riot dell’estate 2024: la gente si rivolta perché mancano soldi e case, mentre chi arriva da fuori sembra ottenere tutto subito.
È falso nei fatti — ma è il meccanismo esatto: una scarsità reale, decenni di liste d’attesa per l’alloggio sociale, trasformata in colpa del vicino più povero.
Attenzione però alla direzione causale, perché qui la lettura facile diventa una trappola. Il Committee on the Administration of Justice, analizzando le violenze esplose dal 2023 in poi, non ha trovato alcuna correlazione tra i luoghi degli attacchi e i tassi di povertà o di immigrazione: i roghi non avvengono nelle aree più deprivate, ma dove operano gruppi di estrema destra ed ex paramilitari.
Dire “è la miseria che brucia le case” significa fare due torti in uno: ripulire il razzismo travestendolo da protesta sociale, e insultare i poveri — che nella loro stragrande maggioranza non bruciano niente, e che anzi a Belfast sono scesi in piazza in massa alle contromanifestazioni antirazziste, in alcuni casi fermando fisicamente i rioters dove la polizia non era arrivata.
La guerra tra gli ultimi e i penultimi. Resta allora la fotografia vera di questa notte di giugno, ed è una fotografia di classe. I migranti in Irlanda del Nord finiscono negli alloggi più economici, cioè nei quartieri popolari lealisti, cioè nei territori controllati da chi ha fatto dell’intimidazione un mestiere.
Chi brucia e chi viene bruciato abita lo stesso fondo della scala sociale, e si contende le briciole di un’edilizia pubblica che manca per tutti. Mentre chi indica il bersaglio — l’agitatore professionale con i precedenti penali, l’uomo più ricco del mondo che condivide gli indirizzi dei raduni — non metterà mai piede in quei quartieri.
È il copione già visto a Southport nel 2024 e a Ballymena un anno fa, identico fin nei dettagli: un’accusa criminale a uno straniero, la disinformazione virale, tre notti di fuoco nei quartieri poveri.
L’Irlanda del Nord è il laboratorio di cosa succede quando uno Stato lascia marcire per decenni la questione abitativa nei territori che la pace doveva ripagare e non ha ripagato: il vuoto non resta vuoto. Lo riempie chi sa organizzare l’odio — e la fattura, come sempre, la pagano gli ultimi. Anche quando a presentargliela sono i penultimi.



