Quattro anni fa, a Pretoria, due uomini si strinsero la mano davanti alle telecamere e misero fine a una delle guerre più sanguinose del secolo. Redwan Hussein firmava per il governo etiope, Getachew Reda per il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray, il TPLF. Era il novembre 2022.
La guerra tra il governo federale e la regione settentrionale del Tigray aveva ucciso, secondo le stime dell’Unione Africana, fino a 600.000 persone in due anni. Più della guerra in Ucraina. Quasi nessuno, in Europa, se n’era accorto.
Questa settimana quei due uomini hanno firmato di nuovo insieme. Non un accordo: un allarme. In un editoriale pubblicato da Al Jazeera scrivono che l’ala dura del TPLF, con l’aiuto della vicina Eritrea, si prepara a lanciare un’offensiva contro il governo federale “nei prossimi giorni”.
E chiedono a chiunque abbia influenza su Asmara e sul partito tigrino di esercitare “la massima pressione” per evitare il ritorno alla guerra.
C’è un dettaglio che dice tutto: Getachew Reda, l’uomo che firmò la pace per il TPLF, oggi è ministro nel governo del suo ex nemico. Messo a capo dell’amministrazione provvisoria del Tigray dopo l’accordo, è stato cacciato dai falchi del suo stesso partito ed è finito ad Addis Abeba.
I due firmatari della pace stanno ora dalla stessa parte, e dall’altra c’è quel che resta del partito di uno dei due.
Come si è arrivati qui? La risposta sta in quello che la pace di Pretoria non ha portato. Il Tigray contava circa sei milioni di abitanti prima della guerra. A quattro anni dalla firma, un milione di persone è ancora sfollato. I sussidi federali alla regione sono stati tagliati, l’economia è in ginocchio.

L’anno scorso il governo ha tolto al TPLF lo status di partito, escludendolo da ogni attività politica legale. E alle elezioni nazionali del 1° giugno — le prime dalla fine della guerra, quelle che consegneranno ad Abiy Ahmed una vittoria annunciata — il Tigray semplicemente non ha votato. Sei milioni di persone senza rappresentanza, senza risorse, senza ricostruzione.
A fine aprile il TPLF ha ripristinato il parlamento regionale che l’accordo aveva sciolto. Il governo la chiama, con ragione, una violazione della pace. Ma la domanda vera è un’altra: che cosa stava violando, esattamente?
Una pace che lascia un milione di persone fuori dalle loro case, che affama una regione e la esclude dal voto, non è una pace.
È una tregua a cui hanno cambiato nome. La miseria del Tigray non è la conseguenza della guerra finita: è il meccanismo che sta riarmando la prossima.
Serve onestà anche su chi suona l’allarme. L’editoriale lo firmano il capo dei servizi segreti etiopi e un ministro del governo, alla vigilia della proclamazione di una vittoria elettorale scontata.
C’è chi legge la situazione al contrario: secondo il centro studi americano Critical Threats, è il governo federale che si prepara a un’offensiva contro il TPLF, e l’allarme servirebbe a preparare il terreno, ad attribuire la colpa in anticipo.
Le due cose possono essere vere insieme: i falchi tigrini possono davvero trattare con l’Eritrea, e il governo può davvero usare questa trattativa come pretesto. In guerra si entra anche così, con entrambe le parti convinte di rispondere a una minaccia.
Intorno, intanto, tutto brucia.
L’Eritrea è passata da alleata di Addis Abeba nella guerra contro il Tigray a sua nemica. Il Sudan, dilaniato dalla guerra civile dal 2023, ha appena richiamato il suo ambasciatore accusando l’Etiopia di attacchi con droni sull’aeroporto di Khartoum. Nel Corno d’Africa si sta assemblando, pezzo per pezzo, una guerra regionale.
Fino a 600.000 morti la prima volta, nel silenzio quasi totale. Se ci sarà una seconda volta, non potremo dire che non lo sapevamo. Lo hanno scritto, nero su bianco, i due uomini che avevano firmato la pace.



