Sei risoluzioni in cerca d’autore in campo largo

Per misurare lo stato di salute di un’alleanza politica non servono i sondaggi. Basta contare i documenti. Ieri, alla Camera, le opposizioni hanno depositato sei risoluzioni sulle comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo. Sei. Una a testa: Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Azione, +Europa. Al Senato, per sobrietà, si sono fermati a cinque.

Debora Serracchiani ha spiegato che “non è come sembra”, che le differenze sono “ridotte al minimo”. Il minimo, evidentemente, comprende la guerra in Europa.

Perché è bastato che la Camera votasse per parti separate — un meccanismo crudele, che costringe a dire sì o no a una frase per volta — perché la sintesi tanto evocata si dissolvesse a verbale: il Pd ha votato contro il punto del M5s che chiedeva lo stop agli aiuti militari all’Ucraina.

Al Senato i riformisti dem hanno bocciato il punto pentastellato sul Safe, il fondo europeo per il riarmo. Non dettagli: il dossier su cui si giocherà la prossima legislatura, in Italia come a Bruxelles.

A guardarle da vicino, le sei risoluzioni non esprimono sei sfumature ma tre posizioni inconciliabili. C’è chi vuole l’Ucraina nell’Unione europea “senza tentennamenti” e in tempi rapidi (Italia Viva, Azione, +Europa, e ora anche il Pd di Schlein, che ha pagato il testo con la mediazione interna coi riformisti).

C’è chi invoca il principio del “merito” e i criteri di Copenaghen — formule garbate per dire: non ora, non così — e intanto chiede di interrompere gli aiuti militari a Kiev (M5s, con Avs allineata al punto che è stato Conte stesso a certificarlo: “Non ci sono differenze di vedute con Avs”).

E c’è il vuoto in mezzo, dove dovrebbe stare la sintesi e dove invece staziona la formula magica dei “voti incrociati”: io voto la tua risoluzione, tu voti la mia, e nessuno è costretto ad ammettere che diciamo cose opposte.

Meloni ha avuto gioco facile: se non vi mettete d’accordo su una risoluzione parlamentare, come pensate di scrivere una legge di bilancio? È demagogia, certo. È anche, purtroppo, una domanda legittima.

Perché la risposta del campo largo — le differenze “confluiranno in una sintesi, una volta al governo” — è la più fragile delle promesse: rinviare a dopo la vittoria la soluzione del problema che impedisce di vincere.

Conte, intanto, la sintesi l’ha già fatta a modo suo: “Toccherà a noi rimettere in piedi l’Italia”. Noi chi, esattamente, non è dato sapere. Ma il pronome è un programma: la corsa per la leadership di una coalizione che non esiste è già cominciata.

E quando il merito latita, soccorre il folklore. La giornata parlamentare verrà ricordata non per il dibattito sul riarmo europeo ma per le “ginocchiere” evocate dal pentastellato Silvestri contro la premier — un’immagine che ha regalato alla maggioranza mezza giornata di indignazione a costo zero e costretto gli alleati dem a dissociarsi.

Meloni ha ringraziato con il sorriso: le opposizioni “le danno sempre una mano”. È difficile darle torto.

Il punto amaro è questo. Un governo si batte costruendo un’alternativa, non sommando i seggi di chi gli vota contro. L’alternativa, in politica estera, oggi semplicemente non c’è: ci sono tre linee dentro sei documenti, tenute insieme dalla speranza che gli elettori non leggano gli allegati al resoconto stenografico.

Possono permetterselo, in fondo: non li legge quasi nessuno. Ma i numeri restano scritti lì, e raccontano una coalizione che sulla guerra, sul riarmo e sull’Europa non ha una posizione: ne ha tre, e le mette ai voti separatamente per non doverle mai guardare insieme.

“Tutte le direzioni (da Bevagna)” by Luca Di Ciaccio is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.