Tigray: accordi traditi. Fame e truppe straniere restano

Il 2 novembre 2022 il governo etiope e il Tigray People’s Liberation Front firmavano a Pretoria un cessate-il-fuoco «permanente». Doveva essere la fine di una guerra che ha ucciso centinaia di migliaia di civili. Oggi—23 aprile 2025—nel Tigray restano truppe eritree, milizie amhariche, fame diffusa e più di 760 000 persone sotto i teloni di campi improvvisati. Il World Food Programme ha sospeso le cure nutrizionali per 650 000 donne e bambini perché i fondi sono finiti. La pace, insomma, è rimasta sulla carta: la popolazione continua a pagare, mentre Addis Abeba e i partner internazionali parlano di “normalizzazione”.

Accordo firmato, impegni disattesi
Pretoria prevedeva tre punti chiave: ritiro totale delle forze eritree, ripristino dell’amministrazione tigrina nei territori occupati e avvio di un processo di giustizia transizionale indipendente.

L’Eritrea non se ne è andata. Su Shire, Zalambessa e la zona di Irob i soldati di Asmara controllano ancora check-point e depositi militari.

Western Tigray resta occupata da amministratori e milizie dello Stato di Amhara, che impediscono il rientro di decine di migliaia di sfollati.

Giustizia transizionale fantasma. Il Parlamento etiope ha approvato a marzo una legge-quadro, ma non prevede tribunali speciali né commissioni indipendenti: le vittime non avranno voce.

Il mediatore dell’Unione Africana, Olusegun Obasanjo, ha definito i progressi «deludenti»; il governo etiope replica parlando di «criticità tecniche» e di «processo in corso». Intanto i civili continuano a morire di stenti.

La guerra che non finisce
Sul fianco occidentale i combattimenti si sono spostati nello Stato di Amhara. Le milizie Fano, armate e irregolari, accusano il governo di volerli disarmare senza garanzie sulla sicurezza del territorio. A fine marzo l’esercito federale ha annunciato 300 morti in 48 ore; i Fano rovesciano i numeri e minacciano di riaprire il corridoio verso il Tigray. L’instabilità alimenta il contrabbando di armi lungo il confine con il Sudan e rende fragile ogni ipotesi di disimpegno eritreo.

“Image” by T U R K A I R O is licensed under CC BY 2.0.

Fame: l’arma invisibile
760 000 sfollati vivono tuttora in campi sovraffollati a Shire, Mekelle e Adigrat. Latrine insufficienti, acqua razionata, tende ormai logore.

650 000 donne e bambini fuori dai programmi di trattamento per la malnutrizione: il WFP ha esaurito i fondi e sospeso le distribuzioni terapeutiche.

3,6 milioni di persone rischiano di perdere gli aiuti entro giugno se i donatori non sbloccano finanziamenti d’emergenza.

10 milioni di etiopi in insicurezza alimentare grave, metà dei quali nel nord colpito dal conflitto e dalla siccità peggiore degli ultimi decenni.

Le organizzazioni umanitarie denunciano ostacoli burocratici, tasse extra su carburante e trasporti, e “controlli di sicurezza” che bloccano i convogli per giorni. La fame è diventata un mezzo di pressione politica.

Sfollati senza via di ritorno
Western Tigray è ancora sotto amministrazione provvisoria amharica. Chi prova a tornare trova case occupate o distrutte, campi minati, registri anagrafici cancellati. Senza un meccanismo di restituzione delle terre, la prospettiva è un esilio a tempo indeterminato. I più giovani partono verso il Sudan o rischiano la rotta saudita attraverso il Mar Rosso: le morti in mare superano ormai quelle del Mediterraneo orientale.

Giustizia negata
La legge di marzo sulla “giustizia transizionale” assegna al governo il potere di nominare giudici e procuratori, senza garanzie d’indipendenza né pianificazione chiara per indagare crimini di guerra di esercito federale, TPLF o forze eritree. Le vittime parlano di «amnistia mascherata». Senza verità non c’è riconciliazione: il rischio è di congelare il conflitto, non di risolverlo.

Normalizzazione che premia l’impunità
Banca Mondiale e Unione Europea hanno riattivato linee di credito e programmi di sviluppo sospesi nel 2021. Addis Abeba riceverà quasi due miliardi di dollari nel 2025. Alle ONG che chiedono condizionalità su diritti umani la Commissione UE risponde citando “progressi incoraggianti”. Progressi che sul terreno nessuno vede: più facile rifinanziare un partner strategico (specie da quando l’Etiopia ha chiesto accesso al porto di Assab) che impuntarsi su giustizia e ritiro delle truppe straniere.

Un’altra guerra dimenticata
Nel Tigray la violenza non fa più rumore di bombe: fa rumore di stomaci vuoti, di tende che si strappano al vento, di silenzi giudiziari. L’Accordo di Pretoria è diventato un foglio ingiallito mentre la comunità internazionale volta pagina troppo in fretta. Finché Eritrea resterà sul campo, Western Tigray sarà occupata e il cibo userà check-point come dogane politiche, la guerra non potrà dirsi finita.

La pace vera ha un prezzo: ritiro delle truppe, giustizia per le vittime, corridoi umanitari aperti e fondi vincolati al rispetto dei diritti. Ogni dollaro versato senza queste clausole è un premio all’impunità. E ogni giorno di ritardo costa vite che non fanno notizia—finché la prossima esplosione non ricorderà al mondo che il Tigray esiste ancora.

“Community Water Pump, Tigray” by Rod Waddington is licensed under CC BY-SA 2.0.