Evviva la disuguaglianza! Hanno smesso di fingere

Fa molto discutere in questi giorni negli Usa un saggio pubblicato sul New York Times. Lo firma Kim Phillips-Fein, storica della Columbia University, e parte da una constatazione semplice: alcuni tra gli uomini più ricchi e potenti d’America hanno cominciato a dire apertamente che la disuguaglianza è una cosa buona.

Non lo dicono più a mezza voce. Peter Thiel, l’investitore che ha contribuito a creare PayPal e Palantir, scrive che nell’economia “pochi superano radicalmente tutti i rivali” e che questa è “la legge dell’universo”. Elon Musk descrive l’umanità come materiale di passaggio verso la superintelligenza digitale.

E il rettore di una università finanziata proprio da Thiel, Carlos Carvalho, ha inaugurato l’anno accademico con un discorso intitolato, senza giri di parole, “In difesa della disuguaglianza”.

La storica fa il suo mestiere e dimostra che non c’è niente di nuovo: sono idee vecchie di due secoli, passate per la difesa della schiavitù e per l’eugenetica, e periodicamente rispolverate da chi sta in cima. Verissimo. Ma c’è una differenza, e il saggio la sfiora appena: quelli di ieri dovevano convincere, questi di oggi possiedono.

Possiedono le piattaforme dove le idee circolano, finanziano i politici che le trasformano in leggi, controllano le tecnologie da cui dipendono i governi. La loro non è un’opinione in cerca di consenso. È un’opinione che il consenso se l’è comprato.

E poi c’è una frase, nel discorso del rettore Carvalho, che vale più di tutto il resto. Dice così: “La democrazia si fonda sull’uguaglianza; la libertà e l’eccellenza si fondano sulla disuguaglianza”.

“Rich and Poor” by IanAWood is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Leggiamola bene, perché è una confessione. Per un secolo chi difendeva la ricchezza concentrata ha almeno finto che servisse a tutti: i magnati costruivano biblioteche, gli economisti promettevano che la ricchezza dei pochi sarebbe “sgocciolata” verso i molti.

Era ipocrisia, certo. Ma l’ipocrisia è un omaggio: ammette che l’uguaglianza è il metro con cui si viene giudicati. Carvalho quell’omaggio non lo paga più. Dice che bisogna scegliere: o la democrazia o il loro modello. Loro hanno scelto.

E noi? Qui il discorso smette di essere americano.

In Italia nessuno terrebbe mai un discorso “in difesa della disuguaglianza”. Non abbiamo i nostri Thiel che scrivono manifesti, i nostri rettori che teorizzano. Da noi la disuguaglianza non si dichiara: si amministra.

Si amministra con la flat tax presentata come equità, con i condoni che premiano chi non ha pagato, con il salario minimo affossato per sfinimento, con i poveri ribattezzati “occupabili” come se la povertà fosse una pigrizia da correggere. Nessuna teoria, nessun manifesto. Solo provvedimenti, uno dopo l’altro, tutti nella stessa direzione.

Viene da chiedersi quale delle due versioni sia più pericolosa. Quella americana almeno offre un bersaglio: contro un discorso intitolato “In difesa della disuguaglianza” si può rispondere, discutere, indignarsi. Contro una prassi che non si dichiara mai si combatte nel vuoto. L’America ha smesso di fingere. L’Italia finge ancora, e la finzione funziona benissimo.

Resta la frase del rettore, che è il regalo involontario di tutta questa storia. Perché se ha ragione lui — se davvero la democrazia si fonda sull’uguaglianza — allora il ragionamento si può rovesciare: ogni punto di disuguaglianza in più è un pezzo di democrazia in meno.

E allora i numeri della povertà assoluta in Italia, i milioni di lavoratori poveri, le famiglie che non curano i denti e non accendono il riscaldamento, non misurano soltanto un problema sociale. Misurano quanta democrazia ci è rimasta.

Lo ha detto uno di loro. Per una volta, prendiamolo in parola.

“Uguaglianza di genere nella filiera del cacao” by Oxfam Italia is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.