Sudan, la guerra passa dalle miniere d’oro

Il governo sudanese ha annunciato una stretta sul settore minerario artigianale, quello che produce la gran parte dell’oro del Paese e dà lavoro a circa due milioni di persone. Le nuove misure prevedono la rimozione immediata degli impianti di lavorazione dell’oro dalle aree residenziali e militari, l’introduzione di carte d’identità obbligatorie per i minatori, più controlli nei campi minerari e un rafforzamento della sicurezza contro contrabbando e attività illegali.

La decisione arriva dopo nuovi episodi di contaminazione ambientale: oltre venti pecore sarebbero morte dopo aver bevuto acqua avvelenata da sostanze chimiche usate nell’estrazione dell’oro, tra cui il cianuro. Ma fermarsi al bestiame morto, agli impianti illegali e alla tutela ambientale sarebbe riduttivo. In Sudan l’oro non è solo una risorsa economica. Dentro la guerra in corso è diventato una forma di potere, una valuta e un carburante militare.

Dal 2023 il Paese è spezzato dal conflitto tra l’esercito regolare, le Sudanese Armed Forces, e le Rapid Support Forces. È una guerra che ha devastato città, sfollato milioni di persone, distrutto servizi, spezzato l’economia e trasformato molte aree del Paese in territori controllati da armi, milizie e reti locali.

In questo contesto l’oro è una delle poche ricchezze che si può estrarre, trasportare, vendere e trasformare rapidamente in denaro.

Per questo la stretta sulle miniere artigianali non riguarda solo cianuro e sicurezza locale. Riguarda il controllo di una delle casse della guerra.

Secondo il Sudan Tribune, ripreso da Business Insider Africa, l’attività mineraria tradizionale e non regolata rappresenta circa l’80 per cento della produzione aurifera del Sudan e impiega circa due milioni di persone.

È un settore enorme, diffuso, spesso informale, difficile da controllare. Campi minerari, impianti di lavorazione, intermediari, trasportatori, compratori, contrabbandieri: attorno all’oro si muove un’economia intera.

La guerra l’ha resa ancora più opaca. Dove lo Stato arretra, entrano gruppi armati, reti criminali e poteri locali. I campi minerari diventano luoghi di lavoro, sopravvivenza e sfruttamento, ma anche spazi di contrabbando, riciclaggio, traffici paralleli e finanziamento militare.

Le autorità sudanesi parlano anche di produzione e circolazione di droghe illegali, tra cui il Captagon, dentro o attorno a queste aree fuori controllo.

Il punto è semplice: chi controlla l’oro controlla denaro. E chi controlla denaro, in una guerra, compra armi, paga uomini, costruisce alleanze e prolunga il conflitto.

Chatham House ha spiegato che il commercio dell’oro collega la guerra civile sudanese all’economia regionale e che la competizione per le risorse aurifere era già uno dei fattori del conflitto prima dell’aprile 2023.

Le due parti armate, esercito e RSF, non combattono soltanto per il potere politico a Khartoum o per il controllo del territorio. Combattono anche per le risorse che permettono alla guerra di continuare.

“Sudanese goldhunter area” by 10b travelling / Carsten ten Brink is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

La geografia dell’oro segue infatti quella del conflitto. Le aree minerarie controllate dall’esercito e quelle dominate dalle RSF alimentano circuiti diversi di produzione, protezione e vendita. Parte dell’oro entra nei canali ufficiali. Una parte consistente prende la via del contrabbando.

Passa attraverso frontiere porose, intermediari regionali, reti commerciali e mercati esteri, fino agli Emirati, alla Russia e ad altri snodi del commercio globale.

Il Sudan ha prodotto decine di tonnellate di oro anche durante la guerra. Le stime più recenti parlano di circa 70 tonnellate nel 2025. Ma il dato ufficiale racconta solo una parte della storia: secondo diverse ricostruzioni, una quota enorme della produzione esce illegalmente dal Paese.

Questo significa meno entrate pubbliche, più potere ai circuiti armati e criminali, maggiore dipendenza dalle reti che comprano e rivendono l’oro fuori dal controllo statale.

Per il governo sudanese, quindi, introdurre carte d’identità per i minatori e spostare gli impianti di lavorazione non è solo un’operazione amministrativa. È un tentativo di rendere visibili persone, luoghi e flussi economici che oggi sfuggono al controllo.

Sapere chi lavora nei campi minerari, dove viene lavorato l’oro, chi lo trasporta, chi lo compra e dove finisce significa provare a ricostruire sovranità su un settore strategico.

Ma qui nasce la contraddizione più dura. L’estrazione artigianale dell’oro è anche una delle poche fonti di reddito per milioni di sudanesi. In un Paese devastato dalla guerra, senza lavoro stabile, senza servizi, con città distrutte e campagne impoverite, le miniere rappresentano per molti l’unica possibilità di sopravvivere. Chi scava non è necessariamente parte di una rete criminale. Spesso è l’ultimo anello di una catena che lo supera completamente.

Il minatore artigianale resta con il mercurio, il cianuro, i crolli, le malattie, l’acqua contaminata, la violenza dei gruppi armati e la povertà quotidiana. Il valore vero dell’oro, invece, sale lungo la filiera: intermediari, comandanti, contrabbandieri, compratori, reti regionali, mercati internazionali. È la solita struttura dell’economia estrattiva: il rischio resta in basso, il profitto sale verso l’alto.

Per questo la stretta annunciata dal governo può avere due facce. Può ridurre danni ambientali, rendere più difficile il contrabbando e togliere ossigeno ad alcune reti illegali. Ma può anche colpire lavoratori poveri, spingerli ancora più nell’informalità o consegnare il controllo del settore a nuove autorità armate, burocratiche o militari.

In un Paese in guerra, la regolamentazione non è mai neutra: dipende da chi la applica, contro chi, e a vantaggio di quale potere.

Il caso sudanese mostra una verità più ampia. L’oro non è soltanto una materia prima. È una moneta politica. Può sostenere un bilancio pubblico, ma anche finanziare milizie. Può dare reddito a chi non ha altro, ma anche avvelenare acqua e terre. Può passare da mani callose a circuiti finanziari globali senza che quasi nessuno, lungo la catena, chieda da dove venga davvero.

La nuova operazione del governo sudanese va quindi letta dentro questa guerra dell’oro. Ufficialmente si parla di ambiente, sicurezza, identificazione dei minatori e contrasto al contrabbando. In realtà il nodo è più profondo: riportare sotto controllo una ricchezza che, negli anni del collasso, è diventata una delle principali economie della guerra.

Finché l’oro continuerà a uscire dal Sudan come merce di contrabbando e a rientrare sotto forma di armi, potere e rendite militari, nessuna stretta basterà davvero. I minatori resteranno poveri, i territori contaminati, le reti armate più forti. E il metallo che dovrebbe arricchire il Paese continuerà ad alimentare la sua distruzione.

“Sudanese goldhunters – ‘I borrowed it'” by 10b travelling / Carsten ten Brink is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.