Non è più soltanto una questione di integrazione mancata. È una questione di povertà prodotta, amministrata, spesso resa invisibile. Il 21° Rapporto dell’“Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio”, curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS e dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, sarà presentato mercoledì 24 giugno alle 16 al Teatro Rossini di Roma.
Ma l’anticipazione diffusa dagli organizzatori basta già a indicare il cuore politico e sociale della ricerca: per una parte della popolazione straniera, soprattutto nella Capitale, le condizioni di vita stanno peggiorando.
Il Rapporto dedica tredici capitoli alla denuncia di ritardi, inadempienze, illeciti amministrativi e disfunzioni che colpiscono persone già esposte a precarietà economica, abitativa e giuridica. I temi indicati sono pesanti: marginalità abitativa, ostacoli alle cure sanitarie, invisibilità della popolazione rom, prassi illegittime nella domanda di protezione internazionale, accoglienza ridotta a gestione dell’emergenza, sfruttamento del lavoro domiciliare femminile, mancato accesso dei detenuti stranieri alle misure alternative.
La cornice numerica aiuta a capire la portata del fenomeno. Nel Lazio, secondo la scheda di sintesi del precedente Rapporto IDOS, al 31 dicembre 2023 risiedevano 643.312 cittadini stranieri, l’11,3% della popolazione regionale. Nella Città metropolitana di Roma erano 517.466, pari al 12,2% della popolazione. Non si tratta dunque di una presenza marginale, ma di una componente strutturale della società regionale e romana.
Il punto è che questa presenza continua spesso a essere trattata come emergenza. L’abitare è il terreno più evidente. A Roma, secondo il report capitolino sul disagio abitativo, le cosiddette “popolazioni speciali” — persone senza fissa dimora, residenti in campi, insediamenti tollerati o soluzioni improprie come roulotte, cantine e garage — sono 29.613. Il 75% è costituito da persone senza tetto o senza fissa dimora; gli stranieri sono il 54%, più degli italiani. Solo il 26% risulta occupato.
Questi numeri dicono che la povertà migrante non è un settore separato della città. È dentro la crisi generale della casa, ma ne rappresenta una delle forme più estreme: meno reti familiari, meno accesso stabile al lavoro, più ostacoli burocratici, maggiore esposizione al mercato informale degli affitti e alle sistemazioni degradate. Quando il diritto alla casa si indebolisce, chi ha meno documenti, meno reddito e meno protezione sociale cade per primo.
Lo stesso meccanismo si ripete nella sanità. L’anticipazione del Rapporto cita gli ostacoli alle cure nelle periferie svantaggiate e in contesti come Bastogi, Ostia e Roma Tiburtina. Non è un tema astratto. Nel 2026 MEDU e Periferiacapitale hanno promosso il rapporto “Periferie – Salute e marginalità nei quartieri di Roma: Bastogi e Idroscalo di Ostia”, nato dall’esperienza di una clinica mobile che nel 2025 ha portato assistenza medica di base, orientamento ai servizi e supporto psicologico in aree segnate da vulnerabilità socio-economica e difficoltà di accesso ai servizi sanitari.

La cura, in questi contesti, non dipende solo dalla presenza formale del Servizio sanitario nazionale. Dipende dalla possibilità concreta di arrivare a un ambulatorio, capire una procedura, superare una barriera linguistica, avere un documento, non vivere in una condizione abitativa incompatibile con la prevenzione e la continuità terapeutica. La salute diventa così un indicatore della cittadinanza reale: chi è più povero, più isolato o più invisibile si ammala peggio e si cura più tardi.
Un altro nodo riguarda l’asilo. Il Rapporto parla di “diritto d’asilo in agonia” e di prassi illegittime della Questura di Roma durante la domanda di protezione internazionale. Anche qui la questione non è solo amministrativa. La possibilità di formalizzare una richiesta di protezione è la porta d’ingresso a un sistema di diritti: accoglienza, assistenza, regolarità del soggiorno, possibilità di lavoro, tutela contro l’espulsione. Se quella porta viene rallentata o resa opaca, la persona resta sospesa in una zona grigia dove ogni altra vulnerabilità peggiora.
Poi c’è il carcere. Il Rapporto segnala il mancato accesso dei detenuti stranieri alle misure alternative. Il problema è nazionale, ma nel Lazio assume un peso particolare perché il sistema penitenziario è già sotto pressione. Secondo il Ministero della Giustizia, al 31 ottobre 2025 negli istituti del Lazio erano presenti 6.659 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 5.284 posti; gli stranieri erano 2.292. Il Garante dei detenuti del Lazio, a fine 2025, indicava per la regione un tasso medio di affollamento del 146%.
Le misure alternative dovrebbero servire proprio a ridurre il carcere dove il carcere non è necessario. Ma secondo Antigone, al 30 aprile 2025 gli stranieri erano il 31,6% della popolazione detenuta, una percentuale superiore a quella registrata tra le persone in misura alternativa, segno di una maggiore difficoltà di accesso a questi percorsi. La ragione è spesso materiale: domicilio assente o instabile, lavoro non dimostrabile, reti sociali fragili, minore accesso a difesa e orientamento.
Tra i capitoli annunciati c’è anche il lavoro domiciliare delle donne immigrate. È una delle forme meno visibili della povertà urbana: cura degli anziani, assistenza domestica, lavoro intermittente, contratti parziali o mancanti. Donne che per anni hanno sostenuto il welfare familiare italiano scoprono, una volta anziane, di avere pensioni povere perché il loro lavoro è stato frammentato, sottopagato o non registrato. È la povertà che arriva dopo una vita di lavoro.
Il Rapporto, però, non racconta solo il peggioramento. Segnala anche esperienze di partecipazione, cittadinanza attiva e sostegno ai migranti nell’area metropolitana e nelle province del Lazio. È un elemento da non sottovalutare: mentre le istituzioni spesso continuano a trattare l’immigrazione come emergenza, pezzi di società civile costruiscono pratiche ordinarie di convivenza, orientamento, cura e difesa dei diritti.
La domanda politica, allora, è semplice: Roma continuerà a gestire la popolazione straniera come un problema collaterale o riconoscerà che casa, salute, asilo, carcere e lavoro povero sono la stessa questione sociale? Il 21° Rapporto IDOS sembra indicare una risposta netta. La marginalità dei migranti non è un incidente. È il punto in cui le disuguaglianze della città diventano più leggibili.



