Nel Lazio l’immigrazione non è più da tempo una parentesi, né un’emergenza. È una componente strutturale della popolazione, del lavoro, delle famiglie, delle scuole, della cura, dell’equilibrio demografico. Eppure, proprio dove la presenza straniera appare più stabile, più radicata e più necessaria, le politiche nazionali e le prassi amministrative continuano a produrre ostacoli, esclusione, irregolarità e marginalità.
È questa la frattura raccontata dal 21° Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio, curato da IDOS con l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”. Il titolo scelto per la presentazione, “Cittadini nonostante”, sintetizza bene il punto: persone che vivono, lavorano, crescono figli, invecchiano e contribuiscono alla società regionale, ma che devono farlo spesso contro un sistema che rende faticoso anche ciò che dovrebbe essere ordinario.
Alla fine del 2024 nel Lazio risiedono 651.033 cittadini stranieri, pari all’11,4% della popolazione regionale, una quota superiore alla media nazionale, ferma al 9,1%. La crescita nell’ultimo anno è stata dell’1,2%, mentre la popolazione italiana è diminuita. Non si tratta soltanto di numeri: la presenza immigrata contribuisce ancora a contenere lo squilibrio demografico di una regione che, come il resto d’Italia, invecchia e perde popolazione attiva.
Gli stranieri residenti sono molto più giovani degli italiani: circa il 75% ha meno di 50 anni, contro il 50% della popolazione autoctona. Il loro tasso di natalità resta più alto e contribuiscono al 14,1% delle nascite regionali, quota che sale al 21,2% se si considerano anche i nati da coppie miste. Anche l’indice di dipendenza strutturale mostra la differenza: per ogni 100 persone in età attiva, il carico di giovani e anziani è del 27,3% tra gli stranieri, contro il 60,2% tra gli italiani. In altre parole, l’immigrazione sostiene la base demografica e occupazionale del Lazio.
Il radicamento è confermato anche da un altro dato: nel 2024 la regione ha registrato un nuovo record di acquisizioni di cittadinanza italiana, 16.833 in un anno, con un aumento del 16,5% rispetto al 2023. Un incremento nove volte superiore alla media nazionale. È il segnale di una stabilizzazione avanzata: famiglie che restano, minori che crescono, giovani che diventano italiani, percorsi migratori che non possono più essere letti come provvisori.
Il Lazio, però, è anche un territorio fortemente polarizzato. La Città metropolitana di Roma concentra l’80,1% degli stranieri residenti nella regione; Roma Capitale da sola ospita il 67,9% degli stranieri dell’area metropolitana. La Capitale si conferma la principale città italiana per numero assoluto di residenti stranieri: 392.090 persone al 31 dicembre 2024, pari al 14% della popolazione cittadina. La presenza è distribuita in modo diseguale: il quadrante orientale, con i municipi V, VI e VII, raccoglie circa un terzo degli stranieri residenti a Roma, mentre il municipio I ha l’incidenza più alta.
Questa geografia non è neutra. Dice dove si addensano bisogni, lavoro povero, accesso diseguale ai servizi, pressione abitativa, percorsi di integrazione e zone di invisibilità. Dice anche che Roma non è solo capitale politica e amministrativa, ma anche luogo in cui le contraddizioni delle politiche migratorie diventano più evidenti.
Una delle trasformazioni più rilevanti riguarda i permessi di soggiorno. Nel 2024 i cittadini non comunitari con permesso nel Lazio sono 419.156. Nel decennio 2015-2024 il modello migratorio si è profondamente modificato: i permessi per lavoro sono crollati, passando dal 45,7% al 22,6% dei permessi a termine, mentre quelli per protezione internazionale sono cresciuti da 17mila a oltre 45mila, triplicando la loro incidenza fino al 25,5%. Restano prevalenti i motivi familiari, pari al 33,2%.
È un dato politico prima ancora che statistico. Il passaggio da un sistema centrato sul lavoro a uno segnato dalla protezione internazionale racconta da una parte l’impatto delle migrazioni forzate, dall’altra il fallimento delle politiche di ingresso per lavoro. I Decreti flussi continuano a programmare quote che solo in minima parte si trasformano in permessi effettivi. Secondo l’analisi ripresa dal Rapporto, nel 2024 solo il 16,9% delle quote nazionali si è tradotto in permessi; nel 2025 la quota provvisoria è scesa al 7,9%. Nel Lazio il rischio di irregolarità è ancora più alto che nel resto d’Italia.
Qui il Rapporto parla esplicitamente di “fabbrica dell’irregolarità”. Non è un’espressione retorica. Indica un meccanismo preciso: procedure lente, complesse, inefficaci, fondate su un incontro a distanza tra datore di lavoro e lavoratore che spesso non regge alla prova della realtà. Il risultato è che persone potenzialmente regolari vengono lasciate in un limbo, o spinte verso l’irregolarità per responsabilità del sistema che dovrebbe governarne l’ingresso.
La stessa dinamica riguarda il diritto d’asilo. A Roma, la gestione amministrativa delle domande da parte della Questura è descritta come prossima alla paralisi. L’accesso agli uffici di via Patini è estremamente difficile: pochi numeri distribuiti ogni giorno, file notturne, convocazioni lunghissime, tempi che si dilatano ben oltre quanto previsto dalla legge. Tra la manifestazione della volontà di chiedere asilo e la formalizzazione della domanda possono passare mesi; per il rilascio del permesso di soggiorno si può arrivare a tre o quattro anni.

È in questo tempo sospeso che si produce marginalità. Persone appena arrivate, spesso senza reti familiari o sociali, restano escluse dall’accoglienza, vivono per strada, diventano vulnerabili allo sfruttamento, al lavoro nero, alla criminalità, alla precarietà abitativa. La burocrazia non è più un passaggio amministrativo: diventa una forza che decide chi può restare visibile e chi viene spinto nell’invisibilità.
Anche il sistema di accoglienza conferma questa impostazione emergenziale. Nel Lazio i Centri di accoglienza straordinaria continuano a pesare molto più del Sistema di accoglienza e integrazione. A fine 2024 i Cas ospitavano il 72,6% delle persone accolte, contro il 27,4% inserito nel Sai. Nel 2025 i Cas regionali sono saliti a 528 strutture, con 10.294 posti e una presenza media giornaliera di 10.818 persone. Il Lazio concentra l’8,5% dei Cas presenti in Italia, il 10,2% della capienza nazionale e l’11% delle presenze complessive.
Il problema non è solo quantitativo. È qualitativo. Il Rapporto segnala il gigantismo delle strutture, il sovraffollamento cronico e la crescente presenza di soggetti for profit nella gestione dell’accoglienza. Il 58,4% della capienza regionale è concentrato in centri grandi o molto grandi; due megastrutture con oltre 300 posti assorbono da sole l’11,1% della capacità complessiva. I soggetti for profit controllano quasi un terzo dei posti, pur gestendo meno di un decimo delle strutture. In questo quadro, il rischio è che l’accoglienza si riduca a “mero albergaggio”, perdendo la sua funzione di inclusione.
Sul lavoro la contraddizione è altrettanto netta. Nel 2024 nel Lazio sono stati attivati quasi 1,9 milioni di contratti; il 15% ha riguardato manodopera straniera. A Latina l’incidenza arriva al 37,6%, segno del peso del lavoro agricolo, mentre a Viterbo è del 24,3%. A Roma pesa soprattutto il terziario, in particolare servizi alla persona, pulizie e assistenza domestica.
Gli immigrati sono essenziali, ma restano spesso collocati negli ultimi gradini del mercato del lavoro. L’area metropolitana di Roma presenta una quota molto alta di stranieri con titolo di studio medio-alto, il 51,4%, ma circa il 46% dei lavoratori stranieri è sovra-istruito rispetto all’occupazione che svolge. È capitale umano sprecato: competenze non riconosciute, percorsi professionali bloccati, mobilità sociale ridotta. A questo si aggiunge una maggiore esposizione agli infortuni, anche mortali, con il Lazio ai vertici nazionali per incidenti sul lavoro che coinvolgono lavoratori stranieri.
Il Rapporto dedica infine attenzione a una figura spesso rimossa: le donne straniere impiegate nel lavoro domestico e di cura, molte delle quali arrivate a Roma già dagli anni Settanta. Dopo una vita passata ad assistere anziani, bambini e famiglie italiane, molte badanti si ritrovano oggi con pensioni poverissime. Il problema nasce da carriere frammentate, ore lavorate ma non sempre contrattualizzate, contributi versati solo in parte rispetto al lavoro effettivamente svolto. Per alcune, pur avendo 67 anni e oltre vent’anni di contributi, risulta più conveniente chiedere l’assegno sociale.
È una delle immagini più dure del rapporto: donne che hanno sostenuto pezzi decisivi del welfare familiare romano e laziale, ma che invecchiano senza una protezione adeguata. Anche qui il punto non è solo economico. È il riconoscimento sociale di un lavoro essenziale che resta svalutato proprio perché svolto da donne, straniere, spesso dentro le case, lontano dallo sguardo pubblico.
La fotografia restituita da IDOS e S. Pio V è quindi quella di una regione attraversata da due movimenti opposti. Da un lato, l’immigrazione si normalizza: crescono i cittadini italiani di origine straniera, aumentano i percorsi familiari, si consolida una presenza giovane e attiva, indispensabile per la demografia e il lavoro. Dall’altro, le politiche pubbliche continuano a trattarla come emergenza, sospetto, problema amministrativo, segmento sacrificabile del mercato del lavoro.
Il risultato è una cittadinanza di fatto che fatica a diventare cittadinanza piena. Persone che partecipano alla vita collettiva ma incontrano barriere nell’accesso ai diritti. Lavoratori necessari ma dequalificati. Richiedenti asilo bloccati da procedure interminabili. Minori accolti in un sistema insufficiente. Donne della cura lasciate povere dopo una vita di lavoro. Famiglie stabilizzate che restano esposte alla precarietà dei documenti.
“Cittadini nonostante” significa questo: nonostante la burocrazia, nonostante i Decreti flussi inefficaci, nonostante l’accoglienza emergenziale, nonostante il lavoro povero, nonostante la sottovalutazione delle competenze, nonostante la fatica quotidiana di dimostrare di avere diritto a esistere nello spazio pubblico.
Il Lazio, e Roma in particolare, non raccontano una questione marginale. Raccontano il futuro del Paese. Una società che invecchia, perde forza lavoro e riduce le nascite non può permettersi di trattare come provvisoria una parte stabile della propria popolazione. E non può continuare a produrre irregolarità mentre dichiara di volerla combattere.
Il rapporto pone dunque una domanda semplice: se queste persone sono già dentro la società, se ne sostengono il lavoro, la cura, la demografia e le comunità, perché le istituzioni continuano a comportarsi come se dovessero restarne ai margini?



