Diritto d’asilo: a Roma fino a 4 anni di attesa

A Roma il diritto d’asilo rischia di restare intrappolato nella burocrazia. Non per qualche settimana, ma per mesi o addirittura anni. Secondo il Centro Studi e Ricerche IDOS, che con l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” cura il 21° Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio, nella Capitale il percorso per ottenere il riconoscimento della protezione internazionale è segnato da ritardi strutturali, procedure poco accessibili e ostacoli amministrativi che possono prolungare l’attesa fino a tre o quattro anni.

Il Rapporto sarà presentato il 24 giugno alle 16 al Teatro Rossini di Roma. Una delle parti più dure del documento riguarda proprio il funzionamento del sistema d’asilo romano, descritto come un meccanismo in progressiva paralisi.

Al centro della denuncia c’è il sistema istituzionale che, nella Capitale, fa capo alla Prefettura di Roma per la gestione dell’accoglienza e delle procedure territoriali, alla Questura per gli adempimenti legati all’identificazione e ai permessi, e alla Commissione territoriale per l’esame delle domande di protezione internazionale. Secondo il Rapporto, questo intreccio amministrativo produce ritardi, passaggi opachi e ostacoli che rendono difficile l’esercizio effettivo del diritto d’asilo.

La questione è particolarmente rilevante perché Roma è il territorio italiano in cui si concentra il maggior numero di domande di protezione internazionale. In teoria, la normativa stabilisce che una persona diventa richiedente asilo nel momento in cui manifesta la volontà di chiedere protezione, anche prima della formalizzazione della domanda.

In pratica, però, l’accesso alla procedura può trasformarsi in una lunga attesa senza documenti, senza accoglienza e senza accesso pieno ai diritti.

La fila come primo ostacolo

Il primo imbuto è l’accesso all’Ufficio immigrazione. Secondo quanto riportato dal Rapporto, a Roma vengono ricevute solo 20 persone al giorno e non esiste un sistema di prenotazione online come in altre città. Il risultato è che molti richiedenti sono costretti a presentarsi per giorni consecutivi davanti agli uffici, spesso restando in fila sui marciapiedi in condizioni difficili.

Questa situazione alimenta anche forme di sfruttamento. Quando l’accesso a un diritto dipende dalla possibilità di conquistare un posto in fila, si creano spazi per intermediazioni informali, pagamento dei turni e mercato nero delle attese. Il Tribunale di Roma, segnala IDOS, ha già censurato più volte questa prassi di contingentamento, ma il sistema non sarebbe cambiato in modo sostanziale.

Anche chi riesce a entrare negli uffici non conclude subito la procedura. Spesso ottiene soltanto un appuntamento successivo per il fotosegnalamento e il rilascio del cedolino, seguito da un’altra convocazione per formalizzare la domanda. Ogni passaggio può richiedere nuovo tempo, nuovi spostamenti e nuove incertezze.

Convocazioni lontane e tempi impossibili

Tra le criticità indicate dal Rapporto c’è anche la gestione del fotosegnalamento. Il richiedente può essere convocato non negli uffici centrali, ma in commissariati periferici o fuori città, come Ostia, Tivoli o Civitavecchia. Il preavviso, in alcuni casi, può arrivare anche solo il giorno prima.

Per chi vive in condizioni precarie, senza una dimora stabile, senza denaro sufficiente per gli spostamenti o senza assistenza legale, una convocazione così organizzata può diventare impossibile da rispettare. E quando una persona non riesce a presentarsi, il rischio è di dover ricominciare l’intero percorso, con conseguenze pesanti sulla propria posizione giuridica.

È in questa fase che si crea quella che il Rapporto definisce una zona d’ombra: il richiedente ha manifestato la volontà di chiedere asilo, ma non ha ancora un titolo pienamente utilizzabile. In questo intervallo può restare escluso dall’accoglienza, dal lavoro, dalla formazione e perfino dall’accesso ordinario alle cure.

Documenti deboli, diritti sospesi

Anche dopo la formalizzazione della domanda, i problemi non finiscono. L’attestato nominativo rilasciato ai richiedenti, secondo la denuncia contenuta nel Rapporto, non sempre consente una vita amministrativa normale. L’assenza di una scadenza chiara può rendere difficile aprire un conto corrente, firmare un contratto di lavoro, iscriversi all’anagrafe o accedere a servizi essenziali.

Il sistema appare ancora più chiuso perché molti contatti diretti con l’utenza sono stati eliminati. Per chiedere informazioni, verificare lo stato della pratica o comunicare variazioni importanti, come un cambio di residenza, spesso resta soltanto la Pec. Ma non tutti i richiedenti asilo dispongono degli strumenti digitali, delle competenze linguistiche e dell’assistenza necessaria per usare correttamente questo canale.

La conseguenza è una barriera tecnologica che può trasformarsi in esclusione. Il Rapporto segnala anche il rischio che una persona venga considerata irreperibile pur avendo comunicato il nuovo indirizzo, se l’aggiornamento non viene registrato dagli uffici. Anche in questo caso, perdere una convocazione può significare ripartire da capo.

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Accoglienza satura e marginalità abitativa

Tempi così lunghi richiederebbero almeno una rete di accoglienza capace di garantire condizioni dignitose. Ma, secondo IDOS, il sistema dei Cas e dei Sai nel territorio romano e laziale resta spesso saturo. Anche persone vulnerabili possono quindi restare fuori dai percorsi di protezione materiale.

La conseguenza è visibile nei numeri della marginalità abitativa. Nel Lazio si concentra quasi il 27% delle oltre 100mila persone senza fissa dimora o in grave precarietà abitativa registrate nelle anagrafi comunali italiane. Quattro su dieci sono straniere, con una forte presenza di cittadini africani. A Roma, in particolare, risultano circa 25mila persone iscritte presso una via virtuale, con una quota di stranieri giovani superiore al 60%.

Il dato più drammatico riguarda i decessi. Nel 2025 nel Lazio sono morte 59 persone senza dimora, nove in più rispetto all’anno precedente. In provincia di Roma i morti sono stati 48 e nell’80% dei casi si trattava di cittadini stranieri.

Salute negata nelle periferie e nei luoghi di transito

La precarietà giuridica e abitativa produce anche un effetto diretto sulla salute. Nei luoghi di transito, come l’area della Stazione Tiburtina, e nelle periferie più fragili, come Bastogi e l’Idroscalo di Ostia, l’accesso ai servizi sanitari resta complicato.

Nel 2025 la clinica mobile di Medu ha realizzato 569 interventi nell’area della Stazione Tiburtina, raggiungendo 303 persone, in prevalenza giovani uomini provenienti dall’Africa subsahariana e dal Corno d’Africa. Molti si dichiarano in transito, ma una parte consistente vive in Italia da più di tre anni. Sei su dieci dormono in strada, quasi nessuno ha un medico di riferimento e due terzi sono privi di documento sanitario.

Questi dati mostrano come la burocrazia non sia un problema astratto. Quando una pratica resta ferma, quando un appuntamento viene perso, quando un documento non arriva o non viene riconosciuto, le conseguenze ricadono sulla vita quotidiana: casa, lavoro, salute, sicurezza personale.

Il nodo della protezione speciale

Il Rapporto richiama anche gli effetti del Decreto Cutro sulla protezione speciale. Questo permesso era pensato per persone che non ottengono la protezione internazionale, ma che non possono essere rimpatriate perché esposte a persecuzioni, tortura o trattamenti inumani e degradanti.

Le modifiche introdotte hanno ristretto i presupposti per il rilascio, limitato le possibilità di rinnovo e cancellato la convertibilità in permesso per lavoro. In questo modo, persone che hanno costruito in Italia legami familiari, sociali e professionali rischiano di restare sospese in una condizione precaria.

Per IDOS, il pericolo è che una parte crescente di migranti venga spinta fuori dai percorsi regolari e finisca nella marginalità, non per assenza di integrazione, ma per impossibilità di consolidare giuridicamente la propria presenza.

Un diritto che si perde nell’attesa

Il quadro che emerge è quello di un sistema che non nega formalmente il diritto d’asilo, ma lo rende difficile da esercitare. La protezione internazionale dovrebbe essere una procedura accessibile e tempestiva. A Roma, invece, secondo il Rapporto, può diventare una corsa a ostacoli fatta di file, rinvii, convocazioni periferiche, comunicazioni opache e documenti insufficienti.

Il risultato è che molte persone restano per anni in una condizione sospesa: non ancora riconosciute, non pienamente escluse, ma di fatto prive degli strumenti minimi per vivere in modo dignitoso.

La denuncia di IDOS pone dunque una questione politica e amministrativa precisa. Non basta discutere di controllo delle frontiere o di rimpatri. Bisogna guardare anche a cosa accade dentro le città, negli uffici pubblici, nelle file davanti alle Questure, nei dormitori pieni, nelle stazioni e nelle periferie.

Perché quando il diritto dipende dalla capacità di resistere per anni dentro un labirinto burocratico, non è più soltanto una procedura lenta. Diventa una forma di esclusione.

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Óglaigh na hÉireann
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