Alle dieci di stamane, mercoledì 24 giugno, Gianni Alemanno è uscito dal carcere di Rebibbia dopo un anno, cinque mesi e ventiquattro giorni. Lo aspettava una piccola folla di militanti di destra con i tricolori; non lo aspettava Roberto Vannacci, che pure aveva annunciato il pellegrinaggio e ha poi spedito una delegazione. Nei mesi di detenzione Alemanno ha tenuto un “diario di cella” in cui descriveva il sovraffollamento, le docce fredde, le caldaie rotte, le celle dove “si muore di caldo”.
Diciamolo subito, senza ipocrisie: Alemanno è l’esatto contrario del mondo per cui esiste questo giornale. Ex sindaco missino di Roma, oggi in rotta verso il sovranismo di Vannacci, erede di una tradizione politica che ha costruito mattone su mattone la macchina del populismo penale. Eppure di lui dobbiamo scrivere una cosa scomoda: sul carcere, ha ragione. E il fatto che abbia ragione lui è precisamente ciò che rende necessario puntualizzare le cose che non piacciono ai benpensanti sul carcere.
Perché un principio che vale solo per le persone simpatiche non è un principio: è una simpatia. Lo Stato di diritto sta in piedi proprio nel momento in cui difende chi non ci piace. Se la dignità del detenuto dipende dalla fedina di chi sta in cella, allora non è un diritto — è un premio, revocabile a discrezione dell’opinione pubblica. È la stessa logica forcaiola che molti quotidiani applicano ogni giorno ai poveri, ai migranti, agli ultimi: e che diventa improvvisamente garantismo solo quando il recluso ha la tessera giusta.
Quello che né i forcaioli né i tifosi raccontano
Prima di trasformare Alemanno in martire — operazione già in corso a destra — conviene rimettere a posto i fatti, perché su questo si gioca tutto.
“Il reato è stato abolito” non è vero. Alemanno lo ripete dalla cella e i giornali lo trascrivono senza verificare. Ad essere abolito è stato l’abuso d’ufficio. Il traffico di influenze illecite — il reato per cui è stato condannato in via definitiva — non è stato abolito: la legge Nordio del 2024 lo ha soltanto ristretto, e la Corte costituzionale lo ha salvato per due volte, da ultimo con la sentenza 185 del dicembre 2025. La condanna di Alemanno non è stata revocata da nessuno.
Lo sconto di pena non riguarda l’innocenza. I 39 giorni che gli hanno anticipato l’uscita derivano dall’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario: uno strumento che ristora chi ha scontato la pena in condizioni contrarie alla dignità della persona, in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha riconosciuto che le condizioni di Rebibbia integravano quel pregiudizio.
Tradotto: il giudice ha certificato che il carcere lo ha trattato in modo inumano, non che fosse innocente. Il titolo di condanna resta intatto. E a Rebibbia, peraltro, Alemanno è finito il 31 dicembre 2024 non per il reato, ma per aver violato le prescrizioni dell’affidamento ai servizi sociali.
“Mafia Capitale” non era mafia — ma non era nemmeno un’invenzione. Nel 2019 la Cassazione ha escluso definitivamente l’associazione di stampo mafioso (l’art. 416-bis) per Buzzi, Carminati e gli altri: il “mondo di mezzo” era corruzione sistemica, non Cosa Nostra capitolina. Su questo l’impianto accusatorio di Pignatone e del Ros si è rivelato giuridicamente insostenibile, e va detto.
Ma la destra che oggi parla di “inesistente traffico di influenze” forza il dato nella direzione opposta: Buzzi e Carminati sono stati condannati per corruzione e associazione semplice, Alemanno per finanziamento illecito e traffico di influenze. Né eroe perseguitato né padrino: un corruttore accertato dentro un’inchiesta gonfiata. La verità sta in questo mezzo scomodo, che non fa comodo a nessuno dei due tifo.
Lo scandalo vero: la sofferenza è uguale, il rimedio no
Qui sta il punto che a Diogene interessa davvero, e che nessuno scrive: Il carcere italiano è fuori dalla legalità costituzionale, e i numeri lo dicono da soli. A fine maggio 2026 erano detenute quasi 64.700 persone per circa 46.300 posti realmente disponibili: un sovraffollamento reale del 139%, con 73 istituti oltre il 150% e otto oltre il 200%. Lucca al 247%, Vigevano al 243%, San Vittore al 231%. Lo stesso Rebibbia di Alemanno viaggiava intorno al 156% dopo i trasferimenti da Regina Coeli, con gli spazi di socialità convertiti in celle.

E poi i morti. Secondo il dossier Morire di carcere di Ristretti Orizzonti, il 2025 si è chiuso con 254 decessi: il dato più alto dal 1992, 80 dei quali suicidi. Dall’inizio del 2026 — al 3 giugno — altri 97 morti, 27 suicidi. Tra le vittime, nel 2025, un minore tunisino non accompagnato impiccatosi a Treviso dopo poche ore di detenzione; un uomo di 73 anni che si è tolto la vita nell’Alta Sicurezza di Padova appena saputo che chiudevano la sua sezione; ragazzi con condanne brevissime morti a Sollicciano tra muffa, topi e infiltrazioni. Il tasso di suicidi è di tredici ogni diecimila detenuti: trasferito sulla popolazione libera, sarebbero settantottomila suicidi l’anno.
Tutto questo non dipende da un’ondata criminale, e va ribadito contro la propaganda della sicurezza: i reati in Italia sono stabili da sei anni e nei primi mesi del 2025 sono calati dell’8%. Il sovraffollamento è una scelta politica — 55 nuovi reati, oltre 60 aggravanti, più di 65 aumenti di pena introdotti da questa legislatura — non una necessità.
Ora teniamo insieme i due piani. Alemanno ha incontrato lo stesso inferno che vivono i settantamila detenuti d’Italia. Ma da quell’inferno è uscito con un corredo che agli altri non tocca: un avvocato di grido che ha ottenuto lo sconto 35-ter, la stampa quotidiana, le lettere ripubblicate dalle testate, un contratto per un libro scritto con il compagno di cella Fabio Falbo, gli editoriali di Storace, la delegazione di Vannacci al cancello. Il 73enne di Padova non aveva niente di tutto questo. Il ragazzo tunisino di Treviso nemmeno.
Questo è il punto. Il carcere è disumano per tutti, ma la visibilità di quella disumanità — e quindi la possibilità di rimediarvi — è distribuita per censo. Alemanno ha potuto trasformare la sua detenzione in una piattaforma di denuncia perché era Alemanno. Migliaia di poveri, di stranieri, di soli muoiono nella stessa cella senza che nessuno ne scriva il nome. Il privilegio non è stato sottrarsi alla pena: è stato essere ascoltati mentre la si scontava. La povertà, qui come altrove, è esattamente questo: l’invisibilità del proprio dolore.
L’ironia che dovrebbe far riflettere chi lo aspetta al cancello
C’è un dettaglio che la destra in festa preferisce non vedere. L’articolo 35-ter che ha liberato Alemanno in anticipo nasce dalla sentenza Torreggiani contro Italia del 2013: la condanna con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo inchiodò l’Italia per trattamenti inumani e degradanti, imponendole un rimedio interno. È un meccanismo di diritti umani europeo — quella stessa “Europa dei giudici” che il sovranismo di casa Alemanno-Vannacci dileggia a ogni comizio. L’uomo è stato salvato da Strasburgo mentre la sua tradizione politica costruiva la macchina che riempie le celle.
Dal 2018 al 2024 i tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre trentamila ricorsi di detenuti per trattamenti inumani: erano circa quattromila al tempo di Torreggiani. Sette volte tanto. Alemanno è uno di quei trentamila. La differenza è che il suo ricorso ha fatto notizia.
Promette di continuare la battaglia contro il sovraffollamento “a prescindere dal colore politico”. Se è sincero, è benvenuto: il fronte per la dignità del carcere ha bisogno di tutti, anche dei convertiti dell’ultim’ora. Ma la sincerità si misura su un terreno preciso, e lì lo aspettiamo. Avrà il coraggio di chiedere l’abrogazione dei 55 reati nuovi, lo stop agli aumenti di pena, il ritiro delle circolari che hanno chiuso gli istituti, l’accesso alla detenzione domiciliare per chi ha meno di un anno di pena residua — cioè di smontare l’impianto punitivo costruito dalla sua stessa parte? O si limiterà al martirologio personale, alla testimonianza del recluso illustre che fa tenerezza e non cambia una virgola?
Perché la verità che il suo “diario di cella” sfiora senza nominarla è questa: non si difende il cittadino riempiendo le galere. Il populismo penale non produce sicurezza, produce cadaveri e recidiva. E un Paese che lascia morire centocinquanta persone l’anno tra le sue mura — un Paese che non riesce a far uscire nemmeno un 88enne graziato dal Capo dello Stato, fermato dal muro di gomma della burocrazia — non sta proteggendo nessuno. Sta solo nascondendo i suoi morti.
Lo scriviamo proprio perché Alemanno non è dei “nostri”. Un principio che si piega alle antipatie non serve a niente: è quando difende l’avversario che dimostra di esistere. La dignità di chi sta in cella non si vota, non si merita e non si revoca. Vale per il poveraccio senza nome morto a Sollicciano. E vale, esattamente nella stessa misura, per l’ex sindaco che oggi è tornato libero.



