Per anni gli Emirati Arabi Uniti sono stati accusati – da diplomatici, esperti ONU, ong – di alimentare uno dei conflitti più feroci e meno raccontati del continente africano: la guerra in Sudan tra l’esercito regolare e le Rapid Support Forces (RSF) del generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti.
L’accusa non era generica: rifornimenti, denaro, tolleranza sui traffici d’oro e, soprattutto, una scommessa politica chiarissima dopo il 2019 – meglio un Sudan in mano a uomini forti, militari e anti-islamisti, che un Sudan realmente governato da civili.
Ora, dopo i massacri di El Fasher e a quattro anni dal colpo di Stato del 2021, quella linea viene pubblicamente corretta da Abu Dhabi. Non è un dettaglio: è la prima ammessa inversione di rotta da parte di un attore del Golfo che in Sudan aveva messo soldi, influenza e reputazione.
L’occasione è stata un intervento in Bahrein di Anwar Gargash, uno dei volti più esperti della diplomazia emiratina. Gargash ha detto una cosa che finora Abu Dhabi aveva evitato di dire ad alta voce: “Abbiamo tutti commesso un errore quando i due generali che oggi stanno combattendo la guerra civile hanno rovesciato il governo civile”.
Quel “tutti” è importante perché allarga la responsabilità a più capitali regionali, ma soprattutto perché ribalta la narrativa emiratina degli ultimi anni. Non era un processo di transizione caotico da “aiutare” con la tutela dei militari: era un colpo di Stato e non è stato trattato come tale.
Per capire perché questo cambiamento conta bisogna tornare al 2019. Dopo la caduta di Omar al-Bashir, gli Emirati e l’Arabia Saudita si muovono insieme: vogliono una transizione “stabile”, cioè guidata dall’esercito e non da un fronte civile potenzialmente aperto a forze islamiste.
Stanziano 3 miliardi di dollari di aiuti al consiglio militare di transizione che succede a Bashir e, quando la componente civile prende più spazio, rallentano i pagamenti. Quella scelta – come ha ricostruito Jonas Horner dell’ECFR – indebolisce il governo civile e spiana la strada al golpe del 2021, organizzato proprio da quei due poli militari che oggi si massacrano: l’esercito e la RSF. In altre parole: con più sostegno al governo civile, la traiettoria sudanese sarebbe potuta essere diversa.
Oggi però gli Emirati pagano un prezzo reputazionale altissimo. Le RSF, l’alleato su cui avevano investito, sono le stesse che hanno commesso uccisioni su base etnica a El Fasher, che controllano miniere d’oro e rotte di contrabbando, che sono state già colpite da sanzioni USA insieme a società con sede proprio negli Emirati.
Washington ha di fatto detto: il vostro uomo, Hemedti, e le vostre aziende lo stanno finanziando. Abu Dhabi continua a negare di essere lo sponsor del conflitto e parla di campagne di disinformazione orchestrate da islamisti sudanesi o ong ostili al Golfo, ma la sequenza è chiara: avvertimenti ONU, denunce di Human Rights Watch, presa di posizione americana. A un certo punto, il costo d’immagine supera il vantaggio tattico.

E tuttavia gli Emirati non possono semplicemente “uscire” dal Sudan. Non solo perché ormai sono dentro al dossier politico – fanno parte del Quad con USA, Arabia Saudita ed Egitto per cercare un cessate il fuoco e una transizione civile – ma perché in Sudan hanno interessi materiali molto concreti. Da decenni gli stati del Golfo guardano al Sudan come a una riserva di terra, cibo, manodopera, minerali.
Per monarchie che importano oltre l’80% del proprio fabbisogno alimentare, assicurarsi accesso ad agricoltura, allevamento e acqua sudanesi è quasi una questione di sicurezza interna. A questo si aggiunge la posizione sul Mar Rosso – porti, logistica, corridoi – su cui gli Emirati hanno già firmato accordi miliardari poi sospesi da Khartoum e che oggi vorranno riprendere con chiunque governerà domani.
Soprattutto, c’è l’oro. Quello ufficiale – che nel 2024 è andato per il 97% agli Emirati – e quello molto più voluminoso che esce dalle zone di conflitto, spesso controllate proprio dalla RSF, e che passa per i soliti corridoi africani prima di arrivare a Dubai.
È oro che finanzia milizie e guerra, ma è anche oro che entra nei circuiti emiratini perché le restrizioni sull’import da paesi in guerra sono applicate poco e male. Finché questa filiera esiste, la relazione tra Abu Dhabi e le forze armate sudanesi “economiche” (esercito e RSF) non si può recidere con un comunicato.
C’è poi la dimensione politica-ideologica: gli Emirati da anni modellano la loro politica regionale sull’argine all’islamismo, soprattutto alla Fratellanza Musulmana. È uno schema che abbiamo visto in Libia e nello Yemen: appoggiare attori locali forti, spesso militari, pur di impedire che forze islamiste entrino stabilmente nel governo.
In Sudan il calcolo era simile: meglio i generali, anche ruvidi, che un governo civile con dentro componenti islamiste. Ma questo calcolo oggi incrina la narrazione dello “stato mediatore” che gli Emirati amano coltivare. Se sostieni chi bombarda civili a El Fasher, sei un attore di parte, non un facilitatore.
Per questo la presa di distanza di Gargash è significativa: è come se Abu Dhabi dicesse “quel cavallo non è più vincente”. Ma la comunità internazionale sta chiedendo una prova più sostanziale della semplice autocritica. Human Rights Watch ha già detto: se gli Emirati vogliono essere creduti, cooperino davvero con il gruppo ONU che controlla l’embargo sulle armi al Sudan.
Gli Stati Uniti puntano a un’intesa tra i due veri sponsor regionali delle parti in guerra – Emirati per la RSF, Egitto per l’esercito – per forzare il cessate il fuoco e arrivare in nove mesi a un governo civile credibile. È la road map messa nero su bianco dal Quad a settembre. Ma finché non c’è un accordo sui fatti – chi arma chi, chi contrabbanda cosa, chi finanzia chi – difficilmente i sudanesi smetteranno di sparare.
In sintesi: gli Emirati hanno capito che la guerra sudanese è diventata tossica anche per loro. Ammettere l’“errore critico” del 2021 è il primo passo per disinnescare un danno d’immagine e per tornare a sedersi al tavolo come attore rispettabile. Ma la loro posizione resta ambigua: non vogliono più farsi associare alla RSF, però non vogliono perdere l’accesso alle risorse sudanesi né lasciare spazio a islamisti ostili.
Da qui in avanti la domanda chiave è una sola: Abu Dhabi è pronta davvero a rompere con Hemedti o sta solo ricalibrando la propria influenza sul Sudan, cambiando cavallo ma non obiettivo?



