All’alba del 30 maggio 2026 i Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Agrigento hanno fatto irruzione in un’azienda agricola di Naro. Lavoratori in nero, nessuna tutela, nessun contratto.
L’operazione si inserisce, recita il comunicato, in una “più ampia strategia di contrasto al caporalato e allo sfruttamento in agricoltura”. La stessa frase, quasi parola per parola, compare nei comunicati delle settimane precedenti, e in quelli dell’anno scorso, e in quelli dell’anno prima. Ogni estate arriva l’operazione, ogni estate arriva il comunicato, ogni estate ricomincia tutto da capo.
La cronaca di questi giorni dice il resto senza bisogno di commenti. Ad Amendolara, in Calabria, due braccianti sono stati bruciati vivi. Un sopravvissuto ha raccontato agli inquirenti: “I due fermati non ci davano soldi, solo cibo. Mi sono salvato rompendo un finestrino.” A Marsala, in un solo giorno, quattro episodi di braccianti stranieri aggrediti a bastonate. Non sono notizie eccezionali. L’orrore resterà pochi giorni sui giornali, poi cadrà nell’oblio. La superficie visibile di un sistema che funziona esattamente così — e che la cronaca registra, archivia, e dimentica fino alla prossima volta.
I numeri che la Guardia di Finanza ha pubblicato il 29 maggio, fotografano l’anno 2025. Nel corso di dodici mesi sono stati individuati circa 12.000 lavoratori in nero e 16.000 lavoratori irregolari. Sono state denunciate 128 persone per caporalato, a danno di 1.224 vittime accertate di sfruttamento lavorativo. Sono stati accertati appalti fraudolenti di manodopera per 980 milioni di euro. Sequestri per 186 milioni. Dieci arresti.
Dodici mesi di lavoro, numeri da strage silenziosa. E siamo certi che siano una frazione di quello che esiste: perché le vittime del lavoro irregolare non denunciano, perché chi lavora in nero dipende da chi lo sfrutta anche per il tetto sulla testa e il cibo in tavola, perché la catena del caporalato è anche la catena della sopravvivenza per migliaia di persone senza alternative.
L’agricoltura è il settore con più morti sul lavoro in Italia: 243 nel 2025, di cui 144 schiacciati dal trattore. Macchine vecchie, nessuna manutenzione, nessuna formazione, turni massacranti.
I lavoratori stranieri rappresentano il 32% di tutte le vittime sul lavoro — in proporzione molto superiore alla loro presenza nella forza lavoro. Non è un caso: sono i più ricattabili, i meno tutelati, i meno capaci di resistere perché il permesso di soggiorno spesso dipende dal contratto, e il contratto dipende dal datore di lavoro che li sta sfruttando.

Nel turismo e nella ristorazione la situazione non è diversa, è solo meno visibile. L’irregolarità contrattuale nel settore alloggio e ristorazione si attesta al 7,7% — ma è una stima per difetto, costruita sui controlli effettuati, non sulla realtà sommersa.
Un cameriere di quarto livello, con contratto regolare, porta a casa 1.150-1.250 euro netti al mese. Per la stagione. Chi lavora in parte in nero, o con ore non dichiarate, prende meno. Senza che quelle ore compaiano nella busta paga, senza che contribuiscano alla Naspi di fine stagione, senza che alimentino una pensione che già in condizioni normali sarà insufficiente.
In questo quadro, il governo ha varato il 1° maggio 2026 il decreto legge n. 62, che nel titolo ufficiale si chiama “Disposizioni urgenti in materia di salario giusto”. La misura principale introduce un meccanismo di adeguamento automatico delle retribuzioni quando i contratti collettivi scadono senza essere rinnovati entro dodici mesi: in quel caso scatta un adeguamento pari al 30% della variazione dell’inflazione. Una protezione minima, parziale e labile per quanto riguarda i controlli.
Il decreto contiene però un’eccezione. Recita l’articolo 10, terzo comma: nei settori “caratterizzati da elevata stagionalità e variabilità dei ricavi” quella protezione non si applica. I giuristi la definiscono una norma “criptica” — non è chiaro cosa significhi esattamente, non è chiaro se i due requisiti debbano sussistere insieme o separatamente, non è chiaro quale interpretazione prevarrà.
Quello che è chiaro è chi viene escluso: turismo e agricoltura. Esattamente i settori dove il caporalato è strutturale, dove il lavoro nero è endemico, dove i salari sono più bassi e le tutele più deboli. Il governo ha scritto una legge sul salario giusto con un’eccezione su misura per chi il salario giusto non l’ha mai visto.
Non è una svista. È una scelta. I settori stagionali sono storicamente i più organizzati sul fronte datoriale e i meno organizzati sul fronte sindacale. Le associazioni di categoria di albergatori, ristoratori e agroindustriali hanno peso politico. I braccianti stranieri a Naro, i camerieri stagionali di Rimini, i raccoglitori di pomodori in Puglia non ce l’hanno. Il decreto riflette questo rapporto di forze con la precisione di un atto notarile.
Ogni anno, con l’arrivo dell’estate, tornano le interviste ai ristoratori che non trovano personale. “I giovani non vogliono lavorare”, “mancano le figure professionali”, “il reddito di cittadinanza ha rovinato tutto”. Non torna mai, in quelle interviste, una domanda semplice: quanto pagate? In quali condizioni? Per quante ore dichiarate?
I lavoratori stagionali italiani non sono pigri. Sono razionali. Sanno che quella stagione non costruirà niente — non una carriera, non una pensione, non la possibilità di affittare un appartamento in una città dove i canoni sono esplosi anche grazie agli stessi albergatori e ristoratori che li assumono. Sanno che lo sfrattamento dall’abitare e lo sfruttamento nel lavoro sono facce della stessa economia. E sanno che il decreto sul salario giusto non li riguarda.



