Iran, la guerra ormai sfuggita di mano a Netanyahu e Trump

L’errore di lettura più grande, dopo quattordici giorni di guerra, è pensare che Israele e Stati Uniti stiano semplicemente vincendo perché controllano il cielo iraniano. E’ stato anche l’errore di partenza, a dimostrazione che l’urgenza dei due leader di Usa e Israele non era l’Iran, ma la conservazione del potere all’interno dei rispettivi Paesi.

Sul piano aereo, di certo, Teheran è stata colpita duramente. Ma una guerra non si misura solo dalla distruzione inflitta. Si misura soprattutto dalla capacità di trasformare quella distruzione in risultato politico. Qui Benjamin Netanyahu e Donald Trump cominciano a mostrare il loro limite.

Netanyahu ha venduto questa offensiva come il colpo finale a un regime che avrebbe potuto cedere anche dall’interno; Trump come una dimostrazione di forza rapida e risolutiva. Due settimane dopo, nessuna delle due promesse si è materializzata.

Il primo punto è il più imbarazzante per Netanyahu, perché lo smentisce sul terreno che gli serviva di più. Il premier israeliano ha ammesso pubblicamente il 12 marzo di non poter dire con certezza che il popolo iraniano rovescerà il regime, pur insistendo sul fatto che Israele e Stati Uniti stanno cercando di creare le condizioni per farlo.

Dall’inizio della guerra non si è visto alcun segno di rivolta popolare in Iran. E già il 2 marzo fonti dell’intelligence americana dicevano a Reuters di essere seriamente scettiche sul fatto che un’opposizione colpita e frammentata potesse abbattere la struttura teocratica nata nel 1979. In altre parole: il “regime change” resta uno slogan, non la dinamica reale.

Questo non è un dettaglio secondario. È il cuore politico della guerra. Perché se i civili iraniani, nel nome della cui libertà l’escalation viene anche moralmente giustificata, non si sollevano, ed è veramente difficile pensare che possano farlo sotto una pioggia di bombe, allora cade il ponte tra la superiorità militare e la legittimazione politica dell’offensiva.

Non solo non si è aperto alcuno spazio di emancipazione, si è piuttosto confermato ciò che molte guerre mostrano sempre: il bombardamento esterno non produce automaticamente una rivoluzione interna, anzi, spesso rafforza il potere che pretende di abbattere. La guerra, presentata come apertura, finisce così per richiudere il sistema.

Per Netanyahu questa è una debolezza doppia, perché si somma al suo problema interno israeliano. Il premier affronta ancora il processo per corruzione, elezioni che incombono entro l’autunno e una coalizione piena di tensioni; e proprio in questi giorni Trump è tornato a chiedere pubblicamente che Isaac Herzog gli conceda la grazia, sostenendo che Netanyahu dovrebbe avere in testa solo la guerra con l’Iran.

È difficile immaginare un’immagine più nitida della fusione tra dossier bellico e interesse politico-personale del premier israeliano: la guerra come argomento per sospendere il giudizio sul leader che la guida.

Il paradosso è che mentre Netanyahu non ottiene il risultato politico che prometteva in Iran, l’Iran ottiene invece il risultato strategico che gli serve contro Israele e contro gli Stati Uniti: non ribaltare il rapporto di forze, ma spostare la guerra sul terreno dove l’Occidente è più vulnerabile.

Teheran ha perso il controllo del cielo, ma ha trasformato lo Stretto di Hormuz in una leva sistemica. L’International Energy Agency ha definito quella in corso la più grande interruzione dell’offerta petrolifera mai registrata: 8 milioni di barili al giorno in meno a marzo, quasi l’8% della domanda mondiale, a causa del blocco di Hormuz seguito ai raid del 28 febbraio.

Il Brent, salito in settimana fino a 119,50 dollari, resta su livelli anomali, e l’IEA ha autorizzato un rilascio record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche.

La guerra di Usa e Israele contro l’Iran diventa quindi conflitto economico mondiale per la capacità iraniana di trasformare una sconfitta tattica in una pressione globale. Teheran non deve abbattere la superiorità militare americana o israeliana per mettere in crisi i suoi avversari. Le basta rendere intermittente, rischioso, carissimo il nodo energetico del Golfo.

La guerra, intanto, ha già divorato anche il resto della regione. In Libano, Netanyahu ha riaperto in pieno il fronte nord: Hezbollah è tornato a lanciare razzi in coordinamento con Teheran e Israele ha risposto spingendo i bombardamenti fino a Beirut, aggravando una devastazione che ha già prodotto centinaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati.

Nei paesi del Golfo, l’Iran sta mostrando che può colpire il punto più sensibile dell’ordine regionale costruito dagli Stati Uniti: non solo Hormuz, ma la sicurezza stessa delle monarchie petrolifere. Missili e droni intercettati da Emirati, Bahrain, Kuwait e Arabia Saudita dicono una cosa semplice: mentre Netanyahu promette di ridisegnare il Medio Oriente, il Medio Oriente sta già diventando più instabile, più esposto e più costoso per tutti gli alleati di Washington.

In questo senso l’Iran non sta vincendo militarmente, ma sta negando ai suoi nemici il risultato politico rapido che cercavano. E sta facendo pagare quel fallimento con i mercati, con il petrolio, con la navigazione, con l’inflazione futura.

Foto محمدرضا عباسی CC BY 4.0

È su questo punto che alla crisi di credibilità di Netanyahu si affianca quella di Trump. Perché il contraccolpo di Hormuz non si scarica solo sui governi del Golfo o sui listini energetici: entra direttamente nella Casa Bianca.

Fonti interne alla Casa Bianca, riprese da AP e Reuters, riferiscono che sull’uscita dalla guerra è in corso un vero braccio di ferro interno. Da una parte, consiglieri politici ed economici come Susie Wiles, James Blair e figure del Treasury e del National Economic Council spingono per stringere gli obiettivi e trovare una via d’uscita prima che il costo della guerra diventi politicamente tossico.

Dall’altra, i falchi vogliono continuare la pressione. La stessa comunicazione di Trump tradisce questa spaccatura: prima “we won”, poi quasi subito “we’ve got to finish the job”. Le oscillazioni del presidente, oltre alla sua instabilità mentale evidenziata da moilti osservatori, riflettono una divisione reale sulla natura della guerra che ha davanti.

Trump non ha ancora una definizione condivisa di vittoria. Gli obiettivi dell’amministrazione sono slittati dalla prevenzione di una minaccia immediata, alla distruzione del programma nucleare, fino alla pressione per un possibile cambio di regime.

Questo scivolamento è il segno di una guerra partita come dimostrazione di forza e diventata nel giro di quattordici giorni una trappola strategica: troppo costosa per essere lunga, troppo incompleta per essere già chiusa.

Ma il punto davvero geopolitico è che la guerra di Netanyahu e Trump non sta producendo effetti solo su Iran, Israele e Stati Uniti. Sta già rimettendo in gioco la Russia. Il rialzo del petrolio provocato dalla crisi mediorientale può quasi raddoppiare a marzo il gettito della principale tassa russa sul greggio, portandolo a circa 590 miliardi di rubli dai 300 miliardi di febbraio.

Il nesso è brutale: una guerra lanciata anche in nome della sicurezza occidentale finisce per regalare a Mosca più entrate fiscali e più margine finanziario proprio mentre la Russia continua a combattere in Ucraina.

Questo non è un effetto collaterale marginale. È uno slittamento strategico di prima grandezza. Se il petrolio a caro prezzo restituisce respiro al bilancio russo, allora la guerra all’Iran si riflette direttamente anche sul conflitto russo-ucraino.

Un cortocircuito confermato da un paradosso già operativo: il 5 marzo scorso Zelensky ha annunciato che l’Ucraina aiuterà gli Stati Uniti a contrastare i droni iraniani in Medio Oriente, mettendo a disposizione specialisti e competenze costruite durante quattro anni di guerra contro gli Shahed usati dalla Russia.

Ha anche avvertito che un conflitto lungo e intenso con l’Iran può ridurre le forniture occidentali all’Ucraina, in particolare i sistemi di difesa aerea Patriot di cui Kiev ha già sperimentato la scarsità.

Qui il paradosso diventa quasi perfetto. La guerra che doveva colpire l’Iran finisce per aiutare, almeno indirettamente, la Russia; e l’Ucraina, invece di vedere avvicinarsi una soluzione del proprio conflitto, si ritrova a esportare il proprio know-how anti-droni per contenere gli effetti regionali di un’altra guerra.

Non c’è immagine più chiara della disarticolazione strategica occidentale del momento: Kiev combatte ancora per la propria sopravvivenza, ma viene già chiamata a mettere la sua esperienza tecnica al servizio della gestione della crisi mediorientale, mentre l’aumento del greggio rafforza il nemico che la invade.

Se si guarda il quadro nel suo insieme, allora, la verità dei quattordici giorni è molto meno trionfale di quanto Netanyahu e Trump vorrebbero far credere. Netanyahu non ha ottenuto il collasso politico dell’Iran che gli serviva per nobilitare la guerra e rafforzarsi in patria; Trump non ha ottenuto la guerra breve e lineare che gli serviva per presentarsi come comandante risolutivo.

L’Iran, pur perdendo sul piano aereo, ha trasformato Hormuz in un’arma di destabilizzazione globale; la Russia incassa il dividendo energetico della crisi; e Zelensky paga già il prezzo di uno spostamento di risorse e attenzione che allontana la soluzione della guerra nel suo paese.

Tutto questo non significa che Teheran stia vincendo. Significa qualcosa di più sottile e politicamente più devastante per i suoi nemici. Il controllo che Netanyahu e Trump dicevano di imporre oggi si misura in fatti molto meno gloriosi: il regime iraniano ancora lì, Beirut di nuovo sotto le bombe, le monarchie del Golfo esposte, il greggio che finanzia Mosca e Zelensky costretto a rincorrere un’altra emergenza mentre la sua guerra resta aperta. E meno male che doveva essere una guerra per rimettere ordine.

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