Nel cuore del Darfur, la città di El Fasher è diventata una distesa di corpi e polvere. Le milizie delle Rapid Support Forces hanno preso il controllo dell’ultima roccaforte dell’esercito regolare e, secondo le prime ricostruzioni, hanno compiuto esecuzioni sommarie di migliaia di civili. Le immagini diffuse dagli attivisti mostrano uomini seduti a terra, disarmati, giustiziati a bruciapelo.
Il laboratorio umanitario della Yale University, che monitora il conflitto con immagini satellitari, parla di “operazioni di pulizia etnica sistematica” contro le comunità Fur, Zaghawa e Berti. Porte sfondate, rastrellamenti casa per casa, corpi lasciati per strada. Un’evidenza che il direttore del centro, Nathaniel Raymond, paragona alle prime ore del genocidio ruandese.
Intanto il generale Burhan ammette la perdita della città e ritira le truppe “verso una zona sicura”. La sicurezza, però, non esiste più per nessuno: più di 600 mila persone sono intrappolate senza acqua né cibo, in un’area circondata da miliziani e bombardata da droni artigianali. Gli ospedali sono ridotti a tendoni, le fosse comuni a segni satellitari.
Il Darfur è il luogo dove la parola “crisi umanitaria” perde significato. Da vent’anni il mondo reagisce con la stessa liturgia: condanna, indignazione, silenzio. Oggi la strage di El Fasher riporta in superficie la stessa radice: un conflitto lasciato marcire finché non torna a sanguinare.
Eppure dietro la geopolitica c’è la miseria quotidiana. Ogni guerra è anche un affare di povertà: chi non ha mezzi né protezioni diventa terreno di sperimentazione per la violenza. Le RSF, nate come milizia di frontiera per controllare i migranti, si sono trasformate in un esercito di predoni finanziato da traffici d’oro e contratti internazionali. Il paradosso è crudele: mentre in Europa si discute di “rotte sicure”, le radici del disastro si alimentano anche con i nostri silenzi economici.
A El Fasher, oggi, si uccide per appartenenza etnica e per fame. Ma si muore anche per indifferenza. E questa, più di ogni altra arma, è la più precisa delle scelte politiche.



