Henry Nowak era bianco, Nahel Merzouk era arabo, Adama Traoré era nero, gli aborigeni australiani non hanno neanche un nome che faccia notizia. La polizia li ha uccisi tutti. Non è una guerra razziale. È un’istituzione che non risponde a nessuno.
C’è un video che circola dal 1° giugno 2026. Si vede un ragazzo di 18 anni a terra, sul selciato di una strada di Southampton. Sanguina. Respira male. Dice agli agenti che lo circondano di essere stato accoltellato. Lo ripete. Lo dice ancora. Gli agenti lo trascinano sul marciapiede, lo ammanettano. Una poliziotta gli punta una torcia in faccia e osserva che le sue pupille non reagiscono. Il video finisce lì. Henry Nowak era già morto, o stava morendo.
Il suo assassino, Vickrum Digwa, 23 anni, aveva già spiegato alla polizia la sua versione: la vittima era un razzista, lo aveva aggredito, lui si era solo difeso. Gli agenti avevano creduto a lui. Il giudice, a processo concluso, ha stabilito che Digwa mentiva. Il 1° giugno 2026 è stato condannato all’ergastolo.
La storia di Henry Nowak è stata subito sequestrata dalla destra britannica. Nigel Farage ha urlato “white lives matter too”, ha parlato di “cultura a doppio standard”, di “pregiudizi anti-bianchi”. L’estrema destra ha trovato il suo George Floyd bianco da contrapporre a quello nero. Il dibattito si è infilato nel solito vicolo cieco della guerra culturale e lì è rimasto.
Ma c’è una domanda che nessuno, né a destra né a sinistra, ha voluto fare. Una domanda scomoda in modo uguale per tutti: perché nessuno collega la morte di Nowak a quella degli altri? A quelle dei ragazzi neri, degli arabi, degli indigeni? Perché nessuno indica il denominatore comune?
La polizia non vede persone. Vede schemi
A Southampton, la notte del 3 dicembre 2025, la polizia dell’Hampshire ha risposto a uno schema mentale, non alla realtà davanti ai propri occhi. Lo schema diceva: c’è un’accusa di razzismo, quindi il bianco è il colpevole. Il ragazzo sanguinante a terra era un dettaglio fastidioso, da gestire, non una vita da salvare. Il risultato è stato un uomo ammanettato mentre moriva dissanguato, trattato da aggressore perché qualcuno lo aveva descritto come tale.
Questo non è un incidente. Non è nemmeno un bias razziale nel senso classico. È qualcosa di più profondo e più grave: è una polizia addestrata a reagire alle etichette invece che ai fatti, paralizzata dalla paura di sbagliare politicamente fino al punto di non vedere un cadavere.
Prima di tutto questo c’è Minneapolis, 25 maggio 2020. George Floyd, 46 anni, nero, viene immobilizzato a terra da quattro agenti. Derek Chauvin gli tiene il ginocchio sul collo per nove minuti e ventinove secondi. Floyd dice “I can’t breathe” almeno sedici volte. Gli agenti non si muovono. Floyd muore. Il video gira in tutto il mondo, esplodono proteste in cinquanta paesi, nasce o si consolida il movimento Black Lives Matter.
Chauvin viene condannato a oltre vent’anni. Sembrava una svolta. Tre anni dopo, negli Stati Uniti, la polizia uccide ancora oltre 1.100 persone l’anno — il dato è in aumento dal 2017. Il tasso di morti per mano della polizia per i neri americani è 5,9 per milione di abitanti, contro 2,3 per i bianchi. La svolta non c’è stata. C’è stata una condanna, un dibattito, qualche riforma cosmetica. La macchina è rimasta intatta.
In Francia, la notte del 27 giugno 2023, a Nanterre, Nahel Merzouk aveva 17 anni. L’agente Florian M. ha sparato a bruciapelo attraverso il finestrino di un’auto ferma. La polizia ha dichiarato inizialmente che Nahel stava investendo l’agente — la versione classica, il copione recitato mille volte.
Un video amatoriale ha smentito tutto: due agenti in piedi accanto all’auto ferma, uno con la pistola puntata sul guidatore. Lo schema mentale in questo caso diceva: ragazzo delle banlieue, di origine nordafricana, significa pericolo. Nahel Merzouk è morto per uno schema. L’agente deve ancora andare a processo, tre anni dopo.
Nello stesso paese, nel 2016, Adama Traoré, 24 anni, nero, è morto in custodia della polizia. La Corte suprema francese ha appena rifiutato di riaprire le indagini. In Francia, secondo il difensore civico nazionale, i giovani percepiti come arabi o neri hanno venti volte più probabilità di essere fermati e identificati dalla polizia rispetto ai loro coetanei bianchi. Venti volte.
In Australia, nel 2024-25, sono morte in custodia della polizia e nelle prigioni 113 persone. Trentatré erano aborigene. Gli aborigeni sono il 3,8% della popolazione australiana. Rappresentano il 29% dei morti in custodia — il dato più alto da quando esistono i registri, dal 1979.
Nel Victoria, la polizia usa la forza contro una persona percepita come aborigena con una frequenza dieci volte superiore rispetto a una persona non indigena. Dal 1991, anno della Commissione Reale sulle Morti Aborigene in Custodia, più di 600 persone indigene sono morte nelle mani dello Stato australiano. Seicento. Nessuna riforma strutturale è mai seguita.
In Gran Bretagna, i neri hanno sette volte più probabilità dei bianchi di morire dopo l’uso della forza da parte della polizia. Dal 1990 ad oggi, in Inghilterra e Galles, più di 1.700 persone sono morte in custodia o in seguito a contatti con la polizia. In nessun caso la morte di una persona nera dopo un contatto con la polizia ha portato a una sanzione disciplinare per discriminazione razziale. In nessun caso.
L’Italia preferisce pensare che questo sia un problema altrui
Ferrara, 2005: Federico Aldrovandi, 18 anni, torna a casa di notte, incrocia una volante. Nasce un diverbio, arriva una seconda pattuglia. Quattro agenti lo immobilizzano a terra, torace sull’asfalto, mani ammanettate. Due manganelli si spezzano sul suo corpo. Muore per asfissia da posizione. La prima versione ufficiale parla di overdose, poi di un “invasato violento”.
Per due anni le istituzioni coprono: le comunicazioni radio arrivano alla procura in ritardo, i manganelli non vengono mai sequestrati. Nel 2012, condanna definitiva a tre anni e sei mesi per eccesso colposo. Il giudice dice “ucciso senza una ragione” — ma la legge italiana chiama quella morte colposa, non dolosa. Nessuno sconta un giorno: arriva l’indulto. Tre dei quattro tornano in servizio.

Roma, 2009: Stefano Cucchi viene fermato con pochi grammi di droga, portato in caserma, pestato perché si rifiuta di farsi prendere le impronte digitali. Una settimana dopo è morto. Prima versione: crisi epilettica, corpo fragile. Il muro regge per anni — fino al 2018, quando un carabiniere confessa: il pestaggio c’era, i verbali erano falsi, il comandante aveva coperto. Tredici anni di processo.
Nel 2022 condanna definitiva a dodici anni per omicidio preterintenzionale. I reati di falso, nel frattempo, cadono in prescrizione. Il caso esiste nella coscienza collettiva italiana solo perché Ilaria Cucchi non si è fermata. Senza di lei, sarebbe rimasto una pratica archiviata. Chi non ha una sorella così non ottiene niente.
L’unico colore del problema è quello dell’uniforme
Henry Nowak non è morto perché era bianco. È morto perché la polizia di Hampshire ha smesso di guardare la realtà nel momento in cui qualcuno ha pronunciato la parola “razzismo”. Nahel Merzouk non è morto perché era arabo. È morto perché un agente della polizia francese ha sparato seguendo un riflesso condizionato, non un ragionamento.
Gli aborigeni australiani non muoiono in custodia perché sono pericolosi. Muoiono perché un sistema costruito per escluderli li consegna a una polizia che non li vede come persone. Aldrovandi e Cucchi non sono morti perché italiani. Sono morti perché erano soli davanti a quattro divise che sapevano di non rispondere a nessuno.
Il meccanismo è sempre lo stesso: la polizia reagisce a uno schema, a un’etichetta, a una narrativa preconfezionata. Il bias cambia forma — razziale, ideologico, coloniale — ma la struttura è identica. Un’istituzione che ha imparato a vedere categorie invece di esseri umani, e che non risponde a nessuno quando sbaglia.
Questo è il punto che Farage non vuole fare, perché smonta la sua narrativa: se il problema è strutturale, la soluzione richiede riforme reali, accountability reale, una polizia che risponda alla legge e non alla propria cultura interna. E questo costerebbe potere, soldi, consenso.
È il punto che certi progressisti non vogliono fare, perché smonta la loro narrativa speculare: se il problema colpisce anche i bianchi poveri, allora non è solo una storia di razza. È una storia di potere, di classe, di impunità istituzionale. E questo è più complicato da raccontare con uno slogan.
L’impunità come norma
Quello che unisce tutti questi casi non è la vittima. È l’assenza di conseguenze per chi ha sbagliato.
In Gran Bretagna, gli agenti che hanno ammanettato Henry Nowak mentre moriva sono sotto indagine dell’IOPC — l’ente che negli ultimi decenni non ha mai trovato responsabilità disciplinari per discriminazione razziale in nessun caso di morte di una persona nera.
In Francia, il processo per Nahel Merzouk inizierà nel 2026, tre anni dopo i fatti, dopo che la carica di omicidio volontario è stata ridotta in appello a qualcosa di meno grave. In Australia, la Commissione Reale del 1991 ha prodotto 339 raccomandazioni. Nel 2025, il numero di morti indigeni in custodia ha raggiunto il record storico.
L’impunità non è un effetto collaterale del sistema. È il sistema. Una polizia che sa di non rispondere a nessuno è una polizia che può permettersi di uccidere per abitudine, per paura, per bias, per inerzia.
Henry Nowak merita giustizia. Nahel Merzouk la merita. I 600 aborigeni morti in custodia australiana la meritano. I neri britannici morti dopo l’uso della forza la meritano.
Non sono storie diverse. È la stessa storia, raccontata con vittime diverse perché il bias cambia forma a seconda del contesto. Il bersaglio si sposta. La macchina resta.
Finché la polizia non risponderà davvero dei propri atti — non con commissioni, non con indagini interne, non con report che finiscono negli archivi — continuerà a uccidere. Bianchi, neri, arabi, indigeni. Chiunque capiti sotto lo schema sbagliato, nel momento sbagliato.
Questo non è un difetto del sistema. È il sistema.



