Tra pacifismo e lotta: quando il corpo è tutto ciò che resta

Lo scritto di Antonio Scurati, pubblicato ieri su Repubblica, ha scatenato una tempesta politica e culturale. Autore della serie di romanzi su Mussolini, censurato dalla Rai in occasione dello scorso 25 aprile, Scurati ha riportato al centro del dibattito la memoria della Resistenza e il pericolo del revisionismo storico.

Ma la reazione più sorprendente non è venuta dalla destra, bensì da una parte della sinistra, che ha vissuto il suo intervento come uno shock, come se mettesse in discussione certezze troppo a lungo date per scontate. E allora viene spontaneo chiedersi: davvero la Resistenza può ancora dividere? O il vero problema è che, nel profondo, ci siamo dimenticati cosa significhi resistere?

Negli anni ’80 rifiutai di svolgere il servizio militare. Non per comodità, ma per convinzione. Ero, e sono, un obiettore di coscienza. Non mi sembrava giusto prendere in mano un fucile per difendere uno Stato che, all’epoca, era solo un tassello nello scacchiere della Guerra Fredda. Mi negarono questo diritto, che vidi riconosciuto soltanto al termine di dieci anni di cause con il ministero della Difesa. Perchè se sei convinto di un opzione di civiltà combatti per quella.

Contrapporre all’eterno scontro tra Stati Uniti e Unione Sovietica l’indisponibilità a diventare carne da macello per un conflitto che non ci apparteneva era, per me, la scelta giusta. Una scelta che, come molti altri, ho pagato con arresti e processi e, non proprio ultimo nell’ordine, la definitiva e mai più sanata rottura con la mia famiglia di provenienza.

Ci sedevamo e ci facevamo picchiare dallo Stato, ritenendo che l’orrore di poliziotti e militari che massacravano persone inermi sedute a chiedere la pace avrebbe smosso le coscienze di chi non era in piazza con noi. Non avevamo altro che il corpo e la nostra sete di libertà da contrapporre alla violenza delle superpotenze. Fu una testimonianza importante: pur essendo minoritari affermavamo il principio che non possono essere le maggioranze a decidere della sorte dell’umanità intera, quando si parla di vita e morte.

Al tempo stesso, essendo la mia formazione culturale profondamente antifascista, ho sempre pensato a un’altra epoca, a un’altra guerra. E mi sono chiesto: se fossi nato qualche decennio prima, avrei avuto il coraggio di andare in montagna con i partigiani? Mi piace pensare di sì. Che non sarei rimasto a guardare mentre l’Italia veniva devastata, mentre il nazifascismo calpestava la dignità delle persone. Ma oggi, al caldo, al sicuro, senza il rischio di un rastrellamento o di una fucilazione all’alba, è facile dirlo. La verità è che nessuno sa davvero come reagirebbe finché non arriva quel momento.

E ora eccoci qui, nel presente. Un presente in cui il mondo è in mano a una galleria di orrori: Trump negli Stati Uniti, Putin in Russia, l’estrema destra religiosa e razzista in Israele, gli infami esaltati di Hamas che uccidono i civili israeliani e usano i civili palestinesi come scudi umani, l’Iran degli ayatollah che seminano terrore e umiliano la vita umana.

E allora mi chiedo: se avessi mantenuto la stessa posizione del passato, se oggi restassi fedele a un pacifismo assoluto, non starei forse spalancando la strada ai nuovi mostri? Non sarei complice, con la mia inerzia, di chi schiaccia i più deboli?

La vittoria di Trump nelle ultime elezioni ha sancito un cambio di passo. Non è solo il ritorno di un leader autoritario, è l’affermazione di un’idea di potere che disprezza la democrazia, che ha in Putin il suo gemello speculare. Di fronte a tutto questo, possiamo permetterci di restare fermi? Possiamo ancora parlare di pace mentre il mondo si riempie di uomini pronti a fare la guerra per schiacciare i più deboli?

La verità è che un mondo senza eserciti è un’utopia lontana. La pace non si costruisce con le dichiarazioni solenni, ma con la resistenza a chi vuole imporre il terrore. Essere stati obiettori di coscienza ieri non significa chiudere gli occhi oggi. Al contrario: chi ha rifiutato la leva non l’ha fatto per vigliaccheria, ma per un principio di giustizia. E proprio quel principio oggi impone di non voltarsi dall’altra parte.

Per molti che hanno avuto una storia simile alla mia, il dilemma è lo stesso. Non si tratta di rinnegare il pacifismo, ma di capire cosa significa davvero essere pacifisti. Se il pacifismo diventa passività di fronte all’oppressione, allora non è più un valore, è una fuga dalla realtà. E’ anche opportunismo, quando a proporlo sono forze politiche come Pd, Lega e 5 Stelle che hanno permesso cinicamente di affogare a centinaia di migranti con appositi decreti e leggi, dimostrando che per loro la vita altrui ha importanza solo in termini elettorali.

La Resistenza antifascista ci ha insegnato che ci sono battaglie che vanno combattute. E se il solo mezzo che ci resta è il nostro corpo, allora dobbiamo essere pronti a metterlo in gioco. Perché il primo dovere morale non è quello di non combattere mai. È quello di non permettere che il mondo sia dominato dal terrore.

Pier Paolo Pasolini aveva già visto tutto questo. Già negli anni ‘70 scriveva che il potere, con la sua macchina consumistica, non si limitava a dominare le menti, ma si impadroniva dei corpi, li uniformava, li svuotava di significato.

Pasolini spiegava che un tempo il corpo era una dichiarazione di esistenza, di resistenza, un atto di libertà. Oggi quel corpo viene lasciato inerte, passivo, spettatore della propria sconfitta. Il potere si è insinuato dentro di noi al punto da farci credere che il corpo sia solo un oggetto da preservare, non un mezzo per agire. Ma è proprio il corpo, come ultimo baluardo dei poveri, degli ultimi, che può ancora opporsi.

Non è forse questo che ci ha insegnato la Resistenza? Non erano forse i corpi dei partigiani, i loro corpi affamati, feriti, esposti alla morte, a rappresentare la vera sfida al potere nazifascista? E non sono forse ancora oggi i corpi – di chi protesta, di chi resiste, di chi non si piega – a essere l’ultimo confine tra la libertà e la sottomissione?

Oggi non abbiamo di fronte il fascismo come l’abbiamo conosciuto nel secolo scorso. Siamo di fronte a qualcosa di molto più grave e incisivo nel corpo profondo della società. Una concezione elitaria e autoritaria della società governata dai tecnocrati che utilizzano come interfaccia dei gangster da operetta prestati alla politica. Un totalitarismo che si manifesta con la derisione della scienza e l’inoculazione di culture religiose estremiste e fanatiche.

Qualcosa che è molto peggio del fascismo perchè usa gli strumenti della democrazia uniti a quelli dell’iper tecnologia per controllare ogni singolo cittadino minuto per minuto, dai consumi alla socialità, fino ai comportamenti privati. Un totalitarismo che si manifesta nella creazione di false paure e falsi nemici che spingono la massa a comportamenti giustizialisti e all’approvazione di misure repressive. Fino alla guerra.

Certo, possiamo fare come coloro i quali sperano sempre che i conflitti si fermino dinanzi alla porta di casa. Ma se già era improbabile ieri, oggi è letteralmente impossibile non essere invasi anche nell’ambito domestico dalla guerra. Chi ha a cuore la libertà vera, non quella di ripetere a pappagallo gli argomenti dei naziayatollah contro l’occidente corrotto, sa che un nemico esiste. Un nemico che va combattuto culturalmente e, quando attacca, anche militarmente.

Se il pacifismo diventa la scusa per non fare nulla, allora tradisce se stesso. Pasolini sapeva che la lotta non è solo una questione di idee, ma di carne, ossa e volontà. La storia, oggi come ieri, la scrivono i corpi. E noi dobbiamo decidere se lasciarli morire in silenzio o offrirli alla resistenza, come ultimo, disperato, atto di libertà. Questo è il senso a mio avviso più profondo dell’articolo di Scurati, che pone un problema reale. Il resto, come sempre dagli albori dell’umanità, è affidato alla nostra capacità di capire e alla nostra coscienza di decidere di conseguenza cosa fare.