Il 14 luglio, quando il presidente di turno ha letto il risultato — 188 contro 187 — dai banchi dell’opposizione è partito un boato. Cori di “elezioni”, di “dimissioni”. Deputati in piedi, abbracci, il gesto largo di chi ha appena segnato. Il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle applaudivano. Applaudivano, si badi bene, alla bocciatura di un emendamento che introduceva le preferenze: cioè applaudivano al fatto che gli italiani, per l’ennesima volta durante la cosiddetta seconda repubblica, trentadue anni dal 1994, non potranno scrivere il nome del proprio parlamentare sulla scheda. Festeggiavano una sconfitta degli elettori come fosse una vittoria propria.
E in un certo senso lo era. Perché quell’applauso non aveva niente a che vedere con le preferenze. Aveva a che vedere con Giorgia Meloni finita sotto per la prima volta sul provvedimento su cui aveva “messo la faccia”. Il contenuto — la restituzione ai cittadini del diritto di scegliersi i rappresentanti — era un dettaglio, un danno collaterale accettabile, anzi utile, purché servisse a incassare lo scalpo. È tutto qui il senso di questa storia, ed è tutto nel nostro titolo: delle preferenze non frega niente a nessuno. E, tra parentesi, degli elettori nemmeno. La parentesi è la tesi: il cittadino è il convitato di pietra, quello di cui si decide il destino mentre lui guarda dalla tribuna e non può dire una parola.
Non è un’accusa qualunquista. Il qualunquismo dice “sono tutti uguali, tutti ladri, la politica è fango” e con questo si assolve dal capire. Qui invece i fatti sono precisi, e vanno nominati uno per uno, perché la meschinità — quando è documentata — è più eloquente di qualsiasi indignazione generica.
Prendiamo il Movimento 5 Stelle. Nasce combattendo “i nominati”, ma la sua ricetta originaria non erano le preferenze: erano le “parlamentarie”, le primarie online tra gli iscritti, un meccanismo che spostava la scelta dentro la setta del Movimento, non nelle mani dell’elettore il giorno del voto. Poi, dall’epoca dell’Italicum in avanti, i grillini scoprono le preferenze e le difendono; nel 2017 depositano perfino una proposta di legge, prima firma Toninelli, per reintrodurle. Salvo poi, nelle loro stesse parlamentarie, selezionare i candidati con tre preferenze a testa — cioè esattamente la “preferenza plurima” che a parole avevano imparato a considerare il male.
E oggi? Oggi rivendicano le “preferenze vere” e votano no a quelle degli altri, bollandole come finte. Il 15 luglio Riccardo Ricciardi lo ha quasi confessato: chi voleva davvero le preferenze avrebbe dovuto votare il testo del Movimento il giorno prima. Traduzione: conta chi porta a casa il risultato, non il merito. Una posizione che cambia a ogni stagione, e che nell’ultima stagione è diventata pura tattica di trincea.
E prendiamo il Partito Democratico, che su questo è persino più istruttivo, perché la sua incoerenza ha radici antiche. Il PD nasce nel 2007 dalla fusione di due tradizioni opposte. Da un lato l’anima ex comunista — quel PDS che nel 1991 aveva sostenuto il referendum di Segni per ridurre le preferenze, e la cui cultura costituzionale (Barbera su tutti) le ha sempre considerate un veicolo di clientela e corruzione. Dall’altro un’anima territoriale e meridionale che alle preferenze è affezionata. Il risultato è un partito che non ha mai avuto una linea, ma solo la linea del segretario di turno.
Con Renzi, nel 2015, il PD scrive l’Italicum: capilista bloccati e, dal secondo in giù, due preferenze. Un preferenzialismo dimezzato — e la minoranza dem, i bersaniani di Gotor, si ribella non perché le preferenze siano troppe, ma perché sono troppo poche, perché con i capilista bloccati il grosso del Parlamento resta “nominato da tre-quattro grandi nominatori”.
Due anni dopo, nel 2017, lo stesso PD partorisce il Rosatellum — che porta il nome del suo capogruppo Ettore Rosato — e le preferenze le cancella del tutto. Oggi, sullo Stabilicum, il PD arriva diviso e senza una proposta propria, tanto che il relatore di maggioranza ha potuto sfotterlo invitandolo a votare l’emendamento di Fratelli d’Italia, se davvero ci credeva. Non ci credeva. Ha votato no, ha parlato di “farsa”, e il giorno dopo ha ritirato in blocco i suoi emendamenti. La stessa diserzione speculare a quella dei franchi tiratori del centrodestra: gli uni affossano nel segreto dell’urna la propria legge, gli altri buttano a mare le proprie proposte pur di non regalare una vittoria all’avversario. Nessuno ha votato una cosa. Tutti hanno votato contro qualcuno.

Fin qui la meschinità, ed è la parte facile. Ma se il pezzo finisse qui sarebbe un pezzo di destra travestito, o peggio: sarebbe il solito “tanto sono tutti così”, che è precisamente la rassegnazione su cui prospera chi il voto ce l’ha tolto. Il punto è un altro, e riguarda la sinistra prima di chiunque: che cosa è stato davvero tolto, e a chi conveniva toglierlo.
La favola che ci hanno raccontato tra il 1991 e il 1993 era la favola della moralizzazione. Le preferenze — si disse — alimentano la corruzione, il voto di scambio, il controllo mafioso del consenso; erano lo strumento con cui Tangentopoli si era nutrita. Aboliamole, e avremo una politica più pulita, meno costosa, più trasparente. Trent’anni dopo il consuntivo è impietoso: la corruzione non è diminuita, i costi della politica non sono crollati, la fiducia nei partiti è a picco, l’astensione alle politiche del 2022 ha sfiorato il 37 per cento, il dato peggiore della storia repubblicana, e due italiani su tre sono convinti di non poter influire in alcun modo sulla politica col proprio voto.
La “cura” non ha guarito la malattia. Ha solo amputato il paziente sbagliato: l’elettore. Al posto della partitocrazia visibile della Prima Repubblica è subentrata una nomenklatura invisibile di nominati, parlamentari che non devono la carriera al territorio ma al segretario che li ha collocati in lista. La sovranità non è tornata al popolo: è passata di mano, dai partiti come corpi vivi alle segreterie come oligarchie.
E qui la sinistra dovrebbe avere un sussulto di memoria, perché è la prima ad aver comprato quella favola. Chi conosce le zone grigie sa che il voto di scambio politico-mafioso è un problema reale — reale come il tessuto sociale del Mezzogiorno e come la debolezza dello Stato in certi territori. Ma abolire le preferenze non ha scalfito di un millimetro il rapporto tra mafie e politica: lo ha solo spostato altrove, mentre la questione del controllo del consenso restava intatta.
La moralizzazione delle preferenze è stata, in larga parte, un’operazione ideologica con cui gli apparati si sono ripresi il potere assoluto sulla selezione dei candidati usando come alibi la lotta alla criminalità. E la sinistra, di tutte le forze, avrebbe dovuto riconoscerne il contenuto di classe: togliere all’elettore la scelta significa togliere alla base, ai militanti, ai territori il potere di premiare e bocciare, per consegnarlo interamente al vertice. Il voto di scambio, se davvero è il problema, lo si combatte con i collegi piccoli, con i tetti di spesa, con le norme sul 416-ter — non disarmando venti milioni di cittadini onesti per punire l’illegalità di pochi.
Ecco perché reintrodurre le preferenze sarebbe giusto per gli elettori, e non per un capriccio nostalgico. È una questione che sta scritta all’articolo 1 della Costituzione: la sovranità appartiene al popolo. Un parlamentare scelto dagli elettori risponde anche a chi gli ha scritto il nome sulla scheda; un parlamentare nominato risponde soltanto a chi lo ha messo in lista. È la differenza tra un rappresentante e un delegato del capo. I costituzionalisti ascoltati in commissione lo hanno detto senza giri di parole: la legge attuale sottrae ai cittadini il diritto di scegliere. Non è un tecnicismo procedurale. È una mutilazione della democrazia, portata avanti da vent’anni sotto il pretesto sempre uguale della “governabilità”.
E la governabilità è il cuore dell’inganno. Perché “governabilità” è una parola di destra travestita da buonsenso: dice che il valore supremo è un governo forte che decide in fretta, e che la rappresentanza è un intralcio da comprimere. Ma il valore della sinistra — della sinistra vera, non di quella che ha fatto propria la “vocazione maggioritaria” — non è la decisione rapida: è la rappresentanza fedele di una società plurale. Ed è qui che si tocca il nodo più grande, quello che va oltre le preferenze e arriva al sistema. Il maggioritario e il bipolarismo forzato che ci portiamo dietro dal 1993 non fotografano il Paese: lo comprimono. Costringono una società frammentata, ricca di correnti e di minoranze, dentro due coalizioni-cartello tenute insieme dal ricatto reciproco dei partitini e dalla logica avvilente del “voto utile”.
È il sistema che ha ucciso il pluralismo e che ha ingabbiato la sinistra dentro alleanze centriste indistinte, dove la sua identità si scioglie nel governismo. Il proporzionale della Prima Repubblica, con tutti i suoi difetti — e ne aveva — era l’unico che permetteva a ogni corrente reale della società di pesare per quello che valeva davvero, senza doversi travestire da moderata per esistere. Era l’unico in cui una sinistra di massa poteva stare in campo con la propria faccia. Tornare a quel principio — proporzionale e preferenze, il potere di scegliere il partito e la persona — non è guardare indietro. È l’unico modo per spezzare un bipolarismo finto che non rappresenta più nessuno, e restituire agli elettori una scelta vera invece di un pacchetto preconfezionato da accettare o rifiutare in blocco.
Che poi è esattamente ciò che la classe politica — tutta, nessuna esclusa — non vuole. Perché la sovranità dei nominati fa comodo a ogni segreteria: a chi governa e a chi si oppone, a chi le preferenze le chiama battaglia della vita e poi le affossa col voto segreto, e a chi le difende a parole solo quando le difende qualcun altro. Il 14 luglio, sotto quell’applauso bipartisan, si è consumata l’unica vera unanimità di questo Parlamento: l’indifferenza al fatto che, dal 1993, l’elettore italiano non scrive più un nome su una scheda. Trent’anni di promesse, e ogni volta la promessa muore tra le mani di chi giurava di volerla mantenere.
Delle preferenze, e degli elettori, non frega niente a nessuno. È una diagnosi, non una condanna a morte. La differenza tra le due cose la fa chi si prende ancora la briga di ricordare come siamo arrivati fin qui — e di dire, contro tutti, che quella scheda senza nomi non è un destino. È uno scippo. E gli scippi, di solito, si possono ancora denunciare.

Cronologia delle preferenze nella legge elettorale italiana
1948 (18 aprile) — Con le prime elezioni repubblicane entra in vigore il proporzionale puro in circoscrizioni plurinominali. L’elettore vota la lista e può indicare più candidati: è la preferenza plurima, tre preferenze nei collegi fino a 15 deputati, quattro da 16 in su. Le preferenze si possono esprimere anche per numero, non solo per cognome. È il perno del rapporto diretto tra elettore e candidato, ma anche — questo è il punto che tornerà decisivo — lo strumento tecnico che consente il voto controllato.
1953-54 — Breve parentesi della “legge truffa” (premio di maggioranza), abrogata dopo un anno. Si torna al proporzionale con preferenze, che resta il modello per quarant’anni.
1988-1990 — Mario Segni, democristiano dissidente, avvia il movimento per la riforma elettorale (il “Manifesto dei 31”, poi il Movimento per la Riforma Elettorale). La preferenza plurima viene individuata come il meccanismo del clientelismo e del voto di scambio: l’obiettivo dichiarato è spezzare la partitocrazia per via referendaria.
1991 (9 giugno) — Primo referendum Segni. Non abolisce le preferenze: le riduce da tre-quattro a una sola, imponendo l’espressione per cognome e chiudendo il canale del voto per numero. Craxi e il PSI invitano ad «andare al mare» per far mancare il quorum; li sostengono invece Radicali e PDS. Vince il sì con il 95,57% e affluenza al 62,5%. È la prima crepa aperta nel sistema dei partiti — e arriva ancora prima di Tangentopoli.
1992 (17 febbraio) — Scoppia Mani Pulite. Il clima giudiziario salda definitivamente l’equazione “preferenze uguale malaffare”, trasformando la riforma elettorale nella chiave per smontare l’intero sistema politico.
1993 (18 aprile) — Secondo referendum Segni, in piena Tangentopoli: abroga la soglia del 65% nella legge del Senato e spinge il sistema verso il maggioritario. Vince il sì con l’82,7%, affluenza al 77%.
1993 (4 agosto) — Nasce il Mattarellum (leggi 276 e 277, dal relatore Sergio Mattarella): 75% dei seggi con collegi uninominali maggioritari, 25% proporzionale a liste bloccate. È qui che le preferenze spariscono davvero dalle politiche nazionali: non le cancella il referendum, le cancellano le liste bloccate. Restano però in vigore alle elezioni regionali, comunali ed europee.
2005 — Il Porcellum (legge Calderoli) sostituisce il Mattarellum: proporzionale con premio di maggioranza e liste interamente bloccate. È la fase in cui l’elezione dei parlamentari dipende per intero dalle graduatorie decise dalle segreterie.
2014 (sentenza 1/2014) — La Corte costituzionale boccia parti del Porcellum, censurando tra l’altro le liste bloccate lunghe che privano l’elettore della scelta.
2015 — L’Italicum (legge 52/2015) prova una via mista: capilista bloccati più preferenze per gli altri candidati. Non verrà mai applicato alle elezioni politiche.
2017 — Il Rosatellum (legge 165/2017), tuttora in vigore, torna a un sistema misto con liste bloccate corte e nessuna preferenza: i parlamentari restano scelti dai vertici di partito.
2026 (giugno-luglio) — Arriva in Aula lo Stabilicum, la riforma del governo Meloni: proporzionale con premio di maggioranza, ma nell’impianto originario ancora a liste bloccate. Sul tavolo l’emendamento (FdI, Noi Moderati, Udc) che reintroduce un meccanismo ibrido di capilista bloccato e fino a tre preferenze — il tentativo di riaprire il ciclo che Segni aveva avviato nel 1991 e mai davvero compiuto. È l’emendamento su cui, il 14 luglio, la maggioranza andrà sotto.


