Cpr, l’inchiesta che attacca la professione medica

Più di venti medici perquisiti in nove città italiane. Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese. Dalle prime ore di questa mattina lo Sco della Polizia e la Squadra mobile di Ravenna stanno eseguendo decreti di perquisizione personale, locale e informatica disposti dalla Procura ravennate nell’inchiesta sulle certificazioni mediche che avrebbero impedito il trasferimento di cittadini stranieri nei Centri di permanenza per i rimpatri.

È il passaggio nazionale di un’indagine cominciata oltre un anno fa a Ravenna. Ma c’è un particolare importante: a eccezione di una persona, i professionisti raggiunti dalle perquisizioni non risultano iscritti nel registro degli indagati. Le perquisizioni servono dunque a cercare elementi e collegamenti; non certificano l’esistenza di una rete criminale di medici.

La distinzione non è secondaria, perché tutta la vicenda nasce precisamente attorno a un’altra distinzione: quella tra un falso certificato e un giudizio medico che produce una conseguenza sgradita all’autorità amministrativa.

L’inchiesta prende forma nel luglio del 2025. Secondo le ricostruzioni emerse dagli atti e dalla stampa locale, alla Questura di Ravenna arriva insieme a una certificazione anche una bozza di modulo per la valutazione della non idoneità alla permanenza nei CPR. Il modello era riconducibile alla Società italiana di medicina delle migrazioni, la SIMM, che da tempo conduce una campagna sull’appropriatezza delle valutazioni sanitarie prima del trattenimento. Da quel documento partono gli accertamenti sul reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci.

Tra settembre 2024 e gennaio 2026 vengono esaminati 64 casi. Venti persone vengono giudicate idonee al CPR, 34 non idonee e dieci rifiutano la visita. In altri termini, tra le 54 persone effettivamente visitate, quasi due su tre ricevono un giudizio di incompatibilità con il trattenimento. È una percentuale alta. Ma una percentuale alta non è, in sé, la prova di un falso: per stabilirlo bisogna entrare nelle cartelle cliniche, nelle diagnosi e nelle condizioni individuali.

La Procura sostiene invece che almeno una parte di quelle certificazioni sarebbe stata costruita in maniera preordinata per impedire l’ingresso nei CPR. Nell’indagine entrano anche le chat sequestrate ai sanitari, nelle quali si parla del modulo della SIMM, della necessità di adattarlo ai singoli casi e delle difficoltà incontrate con la Questura. Per gli inquirenti quei messaggi contribuiscono a dimostrare un intento comune.

A marzo il Gip di Ravenna ha disposto la sospensione professionale per dieci mesi di tre dottoresse e, per altri cinque medici, il divieto di occuparsi delle certificazioni per l’idoneità ai CPR. Il Riesame di Bologna ha poi confermato le tre sospensioni impugnate. L’inchiesta procede per falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio.

I medici respingono però proprio il presupposto dell’accusa. Attraverso i loro legali hanno sostenuto che i dati clinici riportati nei certificati «corrispondono al vero» e che non intendono essere descritti come falsificatori. È su questo terreno, più che sul dato numerico delle non idoneità, che si gioca il procedimento.

La direttiva del ministero dell’Interno del 19 maggio 2022 stabilisce che prima del trattenimento debba essere valutata l’idoneità della persona alla vita in una comunità ristretta e debbano essere accertate eventuali condizioni di vulnerabilità. Tra le condizioni da prendere in considerazione figurano malattie infettive contagiose, disturbi psichiatrici e patologie acute o croniche che non possano essere adeguatamente trattate all’interno del centro.

Non si tratta dunque di verificare semplicemente se una persona sia in grado di camminare, mangiare o affrontare un viaggio: il medico deve valutare se il suo stato di salute sia compatibile con una forma di trattenimento amministrativo.

Foto Shixart1985 / Wikimedia Commons – CC BY 2.0

La Federazione nazionale degli Ordini dei medici è intervenuta direttamente sulla questione. Il presidente Filippo Anelli ha ricordato che la tutela della sicurezza appartiene alle forze dell’ordine, mentre ai medici compete la cura. Il Consiglio nazionale della FNOMCeO ha poi chiesto una revisione della procedura, sostenendo che la valutazione clinica dovrebbe riguardare esclusivamente lo stato di salute della persona e non trasformarsi in un’autorizzazione amministrativa al trattenimento.

La SIMM ha usato parole ancora più nette: «La cura non è un reato». La società scientifica sostiene che il medico debba agire in scienza e coscienza e che il giudizio di idoneità non possa essere condizionato da esigenze diverse dalla tutela della salute. È la posizione di una parte professionale coinvolta nel dibattito, non una conclusione giudiziaria; ma rende evidente che attorno al caso Ravenna esiste ormai uno scontro che supera le singole certificazioni. Anche perché i CPR non sono ambienti sanitariamente neutri.

Nel rapporto pubblicato nel 2025 sul centro di Palazzo San Gervasio, il Garante nazionale delle persone private della libertà ha registrato, nel solo periodo esaminato del 2024, cinque episodi di autolesionismo, oltre a proteste, risse e un decesso. In un successivo rapporto il Garante ha segnalato un «numero molto elevato» di episodi autolesivi e ha raccomandato che, quando durante il trattenimento emergano disturbi mentali o altre condizioni di vulnerabilità, venga immediatamente richiesta una nuova valutazione dell’idoneità sanitaria.

Al CPR di Ponte Galeria, a Roma, un’inchiesta dell’ANSA aveva documentato nel 2024 una frequenza impressionante di tentativi di suicidio, episodi di autolesionismo e ricorso agli psicofarmaci. Il problema è esattamente quello che la valutazione preventiva dovrebbe intercettare: persone formalmente dichiarate idonee possono manifestare, una volta recluse, condizioni incompatibili con la permanenza.

Secondo la banca dati “Trattenuti”, realizzata da ActionAid con l’Università di Bari attraverso richieste di accesso agli atti, nel 2024 sono entrate nei centri di detenzione per stranieri 6.164 persone. Quelle effettivamente rimpatriate sono state 2.576, il 41,8 per cento.

Se il confronto viene fatto con tutte le persone raggiunte nello stesso anno da un provvedimento di allontanamento, quelle rimpatriate attraverso i CPR rappresentano appena il 10,4 per cento. Negli ultimi anni, inoltre, l’allungamento della durata massima del trattenimento non ha prodotto un aumento della quota di rimpatri.

Sono dati provenienti da un progetto indipendente, non da una statistica ufficiale unica del ministero, ma costruiti su documenti delle amministrazioni pubbliche. E raccontano comunque un sistema nel quale la privazione della libertà non coincide automaticamente con il rimpatrio.

La Procura vuole capire se quanto accaduto a Ravenna fosse parte di un comportamento coordinato diffuso in altre città. Gli investigatori cercano comunicazioni, documenti e rapporti tra professionisti. Ma, allo stato, oltre venti medici vengono perquisiti e quasi nessuno di loro è formalmente indagato. Parlare già di una rete nazionale di certificati falsi significa dunque anticipare un risultato che l’indagine deve ancora dimostrare.

Una rete professionale, invece, esiste certamente. È quella formata dalla SIMM, dagli specialisti che si occupano di medicina delle migrazioni, dagli Ordini professionali e dai sanitari che discutono criteri e strumenti per valutare persone destinate ai CPR. Condividere protocolli, moduli e conoscenze mediche non costituisce di per sé un illecito. La questione giudiziaria è se, in singoli casi, quei criteri siano stati piegati per attestare condizioni inesistenti. Al momento nessuno ha dimostrato che i dati sono falsi. E questo illumina di una luce politica ben precisa l’azione della magistratura.

Foto Manuel Coser / Open Migration – CC BY 4.0