Il rame per l’Ia nasce dove non c’è luce nelle case

Il rame ha superato i 14.500 dollari a tonnellata. La Repubblica Democratica del Congo è ormai il secondo produttore mondiale dopo il Cile e una delle miniere decisive per il futuro dell’elettrificazione globale. Nello stesso Paese, nel 2024, soltanto il 22,5 per cento della popolazione aveva accesso all’elettricità.

Quasi quattro congolesi su cinque vivono dunque senza quella corrente che il loro rame contribuirà a portare nelle auto elettriche, nelle reti intelligenti, nei data center e nelle infrastrutture necessarie all’intelligenza artificiale del resto del mondo. Non è una metafora particolarmente raffinata. È semplicemente il modo in cui funziona una parte dell’economia mondiale.

Il 14 settembre il rame congolese veniva quotato a 14.535 dollari la tonnellata, lo 0,51 per cento in più rispetto alla settimana precedente. Nel 2024 il Congo aveva già prodotto quasi 3 milioni di tonnellate di rame minerario, il 13 per cento della produzione mondiale. Nel 2025 la produzione è stimata intorno ai 3,2 milioni, seconda soltanto ai 5,3 milioni del Cile. Il Paese è contemporaneamente il maggiore produttore mondiale di cobalto, altro metallo fondamentale per una parte dell’industria delle batterie.

L’economia congolese, infatti, cresce. Nel 2025 il Pil è aumentato del 5,5 per cento, trainato ancora una volta soprattutto dalle attività estrattive, con una produzione mineraria cresciuta del 10,1 per cento. Sarebbe una storia da successo economico se non ci fosse un altro numero: secondo la Banca Mondiale, nello stesso 2025 l’81,1 per cento della popolazione viveva sotto la soglia internazionale dei 3 dollari al giorno. La stessa Banca Mondiale osserva che il settore minerario crea relativamente pochi posti di lavoro e che la crescita continua a trasmettersi con enorme difficoltà alle condizioni di vita della popolazione.

Il rame aumenta di prezzo, le esportazioni aumentano, il Pil aumenta. La povertà resta. È il vecchio paradosso delle materie prime, soltanto aggiornato all’epoca dell’intelligenza artificiale. Per due secoli il Sud del mondo ha mandato altrove gomma, oro, petrolio, diamanti, cacao.

Adesso manda litio, cobalto, nichel e rame. Cambiano le tecnologie, cambia il vocabolario — transizione ecologica, digitalizzazione, decarbonizzazione — ma il problema economico rimane sorprendentemente simile: chi estrae il materiale si prende una quota relativamente piccola del valore finale, chi possiede tecnologia, industria e capitale prende il resto.

Il rame rende questa divisione particolarmente evidente. Secondo UNCTAD è diventato una materia prima strategica per automobili elettriche, pannelli solari, reti energetiche, data center e infrastrutture dell’IA. La domanda mondiale potrebbe crescere di oltre il 40 per cento entro il 2040; l’IEA stima un aumento di circa 7 milioni di tonnellate e prevede che, anche se tutti i progetti annunciati procedessero, nel 2035 potrebbe ancora mancare circa il 25 per cento del rame necessario. Per colmare il divario, secondo UNCTAD, servirebbero fino a 80 nuove miniere e 250 miliardi di dollari di investimenti entro il 2030.

Washington, Bruxelles e Pechino non sono mai state così interessate alle miniere africane. e si capisce il perchè. Ma scavare il rame non basta per diventare ricchi. UNCTAD ricorda che il valore cresce man mano che il metallo viene raffinato e trasformato in fili, tubi, fogli, componenti e infine prodotti industriali.

La Cina importa circa il 60 per cento del minerale di rame commerciato nel mondo e produce oltre il 45 per cento del rame raffinato. Dal 2005 al 2025 la sua quota della capacità mondiale di fusione è passata da circa il 15 al 50 per cento. Più del 90 per cento dell’aumento globale della capacità di fusione degli ultimi vent’anni è avvenuto lì.

Foto Monusco CC BY-SA 2.0

Il Congo non è più soltanto un Paese che spedisce pietre fuori dal confine: nel 2024 era già il secondo produttore mondiale anche di rame raffinato e una parte significativa della lavorazione avviene sul territorio. Ma gran parte di quel rame parte comunque verso la Cina, dove viene trasformato nei prodotti industriali che valgono molto di più. Reuters osserva che quasi tutto il rame congolese raffinato continua a essere esportato verso il mercato cinese per entrare nella produzione manifatturiera.

Il minerale parte dall’Africa. Il margine cresce durante il viaggio. La proporzione continentale è brutale: l’Africa possiede circa il 30 per cento delle riserve mondiali di minerali critici ma raccoglie appena il 10 per cento dei ricavi globali del settore. È precisamente il punto sul quale molti governi africani stanno cercando di cambiare strategia, imponendo limiti alle esportazioni grezze, chiedendo impianti di lavorazione locali e tentando di utilizzare la nuova fame mondiale di minerali per ottenere qualcosa di più delle royalties.

Lo Zambia racconta la stessa storia appena oltre il confine. Nel 2025 ha prodotto circa 890 mila tonnellate di rame e vuole arrivare a 3 milioni entro il 2031, attirando capitali americani, cinesi, canadesi, indiani ed emiratini. È una delle grandi scommesse minerarie africane dei prossimi anni. Ma l’ultimo dato comparabile della Banca Mondiale indica che nel 2022 il 71,7 per cento della popolazione viveva sotto i 3 dollari al giorno. Un Paese seduto sopra uno dei metalli più desiderati del XXI secolo resta tra quelli con i livelli di povertà più elevati del pianeta.

La corsa al rame ora si vede persino sulle carte ferroviarie. Dal Copperbelt congolese e zambiano partono idealmente due strade. Una va verso ovest, attraverso il Corridoio di Lobito: fino a 6 miliardi di dollari di infrastrutture sostenute soprattutto da Stati Uniti ed Europa per portare rame e cobalto fino al porto angolano sull’Atlantico.

L’altra va verso est: la ferrovia TAZARA, che arriva al porto di Dar es Salaam, in Tanzania, e che la Cina si è impegnata a rinnovare investendo circa 1,4 miliardi di dollari. Una conduce più facilmente verso i mercati occidentali, l’altra verso quelli asiatici. Entrambe partono più o meno dalle stesse miniere.

Il 15 settembre il governo di Kinshasa ha persino istituito una task force specifica per accelerare l’accordo strategico sui minerali con gli Stati Uniti. Washington vuole diversificare le proprie forniture e ridurre la dipendenza dalle catene controllate dalla Cina; il Congo vuole utilizzare la concorrenza fra le grandi potenze per ottenere investimenti, infrastrutture e maggiori benefici economici. È una partita diversa dal colonialismo ottocentesco: i governi africani hanno oggi molto più margine di scelta e possono mettere i concorrenti uno contro l’altro. Ma il risultato finale dipenderà da quanta industria resterà davvero sul territorio.

Perché costruire una ferrovia che porta il rame più velocemente al porto può aumentare enormemente le esportazioni senza cambiare necessariamente la vita di chi abita vicino alla miniera. tutto questo non riguarda soltanto l’Africa. UNCTAD descrive una divisione internazionale del lavoro digitale nella quale i Paesi in via di sviluppo sostengono una parte sproporzionata dei costi ambientali dell’estrazione e ricevono una quota molto più piccola del valore prodotto.

Esportano materie prime a basso valore aggiunto e comprano dispositivi ad alto valore aggiunto. Perfino alla fine del ciclo la relazione continua: una parte dei rifiuti elettronici generati nei Paesi ricchi torna nei Paesi poveri, dove i sistemi di raccolta e trattamento sono molto meno sviluppati.

È difficile trovare un’immagine più precisa dell’economia tecnologica contemporanea. In Virginia, Francoforte o Dublino si costruiscono data center che assorbono quantità crescenti di elettricità e rame per alimentare modelli di intelligenza artificiale. In Congo si estrae una parte del metallo necessario a costruirli. Nel primo mondo si discute di quanta energia richiederanno ChatGPT, il cloud e la mobilità elettrica. Nel Paese che fornisce una quota decisiva di quella materia prima, nel 2024 soltanto il 22,5 per cento degli abitanti disponeva dell’elettricità.

La transizione digitale promette di portarci nel futuro. Per milioni di persone che vivono sopra i minerali necessari a costruirlo, il problema resta molto più antico: riuscire a trattenere almeno una parte della ricchezza che esce da sotto i loro piedi.

Foto ProjectManhattan / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0