Tanzania, torture e povertà: la repressione colpisce le donne

Mentre la Tanzania si avvicina a elezioni presidenziali che molti temono saranno tutt’altro che libere, il Paese sprofonda in una spirale di repressione e crisi sociale. Le ultime vittime sono due attivisti dell’Africa orientale, il keniota Boniface Mwangi e l’ugandese Agather Atuhaire, che hanno denunciato torture sessuali e umiliazioni fisiche durante una missione di osservazione politica a Dar es Salaam.

Le accuse parlano di pestaggi, sevizie sessuali e trattamenti disumani inflitti da uomini legati ai servizi di sicurezza tanzaniani. Ma al di là della brutalità dei singoli episodi, il quadro generale è quello di un regime che, schiacciato dalla paura di perdere il controllo politico, estende la repressione oltre i confini nazionali e colpisce chiunque osi sostenere l’opposizione.

A pagare il prezzo più alto, ancora una volta, sono le fasce più vulnerabili della popolazione. La povertà cresce in silenzio, soprattutto nelle periferie urbane e nelle zone rurali, dove l’inflazione e la disoccupazione alimentano la disperazione.

Le donne, in particolare, vivono una doppia oppressione: subiscono la crisi economica che taglia salari e servizi sociali, e insieme la violenza politica che le prende di mira quando alzano la voce contro il potere. La stessa Atuhaire, avvocata e giornalista impegnata contro la corruzione, è diventata bersaglio proprio in quanto donna che denuncia pubblicamente gli abusi.

La Tanzania di oggi è un Paese bloccato tra due narrazioni: da una parte, il racconto ufficiale di un’economia che cresce e di un governo attento ai bisogni del popolo; dall’altra, la realtà di un sistema che reprime il dissenso, ostacola la società civile e chiude le porte al confronto democratico.

“Teresia Oloitai sells corn at the Maasai market in Tanzania” by USAID_IMAGES is licensed under CC BY-NC 2.0.

Negli ultimi mesi, i casi di violenze e sparizioni forzate sono aumentati. Attivisti politici, religiosi e semplici cittadini sono stati vittime di arresti arbitrari e aggressioni, in un clima che ricorda le peggiori pagine del passato. Non mancano neppure le ripercussioni sociali: la povertà si è aggravata e l’accesso a salute, istruzione e protezione sociale si è ridotto, colpendo in particolare donne e bambini, i primi a essere esclusi dai limitati benefici statali.

Il governo della presidente Samia Suluhu Hassan, prima donna alla guida del Paese, aveva inizialmente suscitato speranze di apertura democratica e di attenzione ai diritti civili. Ma quelle attese si sono rapidamente spente di fronte alla recrudescenza repressiva, aggravata dal controllo crescente dell’apparato militare e dalla marginalizzazione dell’opposizione politica e sociale.

Le proteste, soffocate con violenza, hanno trovato voce solo all’estero e sui social network, dove cresce il malcontento di una generazione giovane che non vede futuro né opportunità. Per molti giovani e per tante donne, l’emigrazione resta l’unica via di fuga da un Paese che promette sviluppo e produce miseria.

Sul piano internazionale, la Tanzania cerca di mantenere una facciata di rispetto dei diritti umani, ma le violenze denunciate rischiano di isolare il Paese e minare la sua credibilità. E mentre il governo continua a promettere “investimenti per il popolo”, chi chiede giustizia finisce in cella, o peggio, nel silenzio delle stanze buie dove il potere nasconde i suoi crimini.

Gli attivisti Mwangi e Atuhaire non si arrendono: porteranno il loro caso davanti ai tribunali nazionali e alle corti africane, chiedendo che almeno la giustizia internazionale fermi la deriva repressiva. Ma nel frattempo, in Tanzania, le elezioni si avvicinano. E con esse il timore che il voto sia solo una formalità in un Paese dove chi dissente viene prima torturato e poi dimenticato.

“Teresia Oloitai gets a clean stove at her home in a Maasai boma in Tanzania” by USAID_IMAGES is licensed under CC BY-NC 2.0.