Il prezzo umano del cobalto. Kolwezi: sfratti e diritti negati

C’è un luogo nel mondo in cui la transizione energetica, la competizione geopolitica e la questione sociale si toccano con una chiarezza brutale. Quel luogo è Kolwezi, nella provincia del Lualaba, nella Repubblica democratica del Congo. È qui che si estrae oltre il 70% del cobalto mondiale, il minerale diventato indispensabile per batterie, accumulo energetico, digitalizzazione, industria aerospaziale e tecnologie della difesa.

Pubblicato nel marzo 2026, il report di Still I Rise “Il prezzo del progresso” racconta che cosa significa vivere a Kolwezi, nel cuore del cobalto mondiale.Ma è anche qui che il “progresso” mostra il suo lato più materiale: terra sottratta, quartieri esposti allo sfratto, diritti incerti, scuola fragile. La ricchezza del sottosuolo non coincide con la sicurezza della vita di chi abita il territorio.

Kolwezi non è soltanto una città mineraria. È una città costruita dentro una lunga storia estrattiva. Fin dall’epoca coloniale belga, il territorio congolese è stato organizzato come infrastruttura di estrazione: città, confini e reti di collegamento sono stati pensati più per connettere i giacimenti ai mercati esterni che per mettere in relazione le comunità tra loro.

Nel tempo cambiano i minerali dominanti — gomma, rame, diamanti, coltan, cobalto — ma resta costante la logica di fondo: produrre materia e trasferire valore altrove lungo la catena produttiva. Kolwezi nasce e cresce dentro questo schema, e oggi ne rappresenta uno degli snodi decisivi.

Quando si parla di cobalto si parla quasi sempre di batterie, auto elettriche, approvvigionamento strategico, dipendenza industriale. Molto meno si parla del fatto che gran parte dell’area urbana di Kolwezi ricade all’interno di concessioni minerarie affidate a grandi aziende.

In termini astratti, una concessione è il meccanismo con cui lo Stato concede a un’impresa il diritto di esplorare e sfruttare risorse presenti in una determinata area. In termini concreti, però, significa che case, scuole e quartieri sorgono su terreni formalmente destinati all’estrazione. La permanenza delle persone nello spazio urbano diventa così precaria, sempre esposta all’eventualità di una nuova espansione mineraria.

La concessione non è un semplice strumento amministrativo, ma una vera e propria architettura politica che ridisegna chi controlla, chi decide e chi paga i costi. La sovranità pubblica resta sulla carta; nella pratica si assottiglia proprio nei punti cruciali: sicurezza, diritti del lavoro, monitoraggio ambientale, trasparenza dei flussi economici, capacità di far arrivare valore alle comunità locali.

Il risultato è che Kolwezi, pur essendo un centro materiale della transizione energetica globale, rischia di restare una periferia politica del valore che il suo sottosuolo genera.

È in questo quadro che va collocato il tema degli sfratti forzati. Non si tratta di episodi marginali o di eccezioni. La cronologia degli ultimi anni disegna una sequenza precisa: nel 2015, nella Cité Gécamines, l’espansione della miniera COMMUS coinvolge circa 39.000 persone sgomberate o minacciate di demolizione; nel 2016, a Mukumbi (Mutoshi), il villaggio viene distrutto e circa 400 strutture risultano bruciate o demolite; nel 2020, nell’area Metalkol RTR di Tshamundenda, bulldozer distruggono campi agricoli di decine di famiglie; nel 2022, di nuovo nella Cité Gécamines, alcuni residenti smontano da soli le proprie case dopo compensazioni giudicate troppo basse.

In tutti questi casi tornano gli stessi elementi: opacità, compensazioni insufficienti, violenza o intimidazione, assenza di ricorsi efficaci.

Il nodo decisivo è il nesso tra territorio, abitazione e istruzione. La dispersione scolastica non dipende solo dalla povertà o dalla mancanza di scuole, ma anche dalla vulnerabilità prodotta dalla gestione del territorio.

Quando una famiglia viene minacciata di trasferimento, quando lo spazio abitato si restringe, quando la permanenza in un quartiere non è più garantita, si interrompono relazioni, routine, percorsi educativi. Se il sistema delle concessioni ridisegna l’accesso alla terra, allora ridisegna anche l’accesso al futuro. È nell’educazione che la questione del territorio e quella dei diritti si incontrano.

Questo nesso emerge anche dai dati raccolti sul campo. Tra il 2023 e il 2025 è stata condotta un’indagine interna sulle famiglie di 98 alunni, per capire la loro condizione abitativa e orientare l’intervento di tutela educativa e territoriale.

Ne emerge un quadro impressionante: il 70% delle famiglie vive in terre date in concessione a un’azienda mineraria; l’89% è senza documenti formali; il 99% è senza assicurazione sanitaria; il 70% lavora nelle miniere. Inoltre, oltre il 50% non sapeva di vivere in un territorio dato in concessione, il 61% delle famiglie non conosce il proprio reddito mensile e il 50% ha ancora un minore che lavora in miniera. Non sono dati collaterali: sono la struttura sociale su cui poggia l’estrazione del cobalto globale.

A rendere tutto ancora più grave è il regime documentale della proprietà. Ottenere un certificato legale di proprietà può costare circa 200 euro, a cui si sommano trasporti, giornate di lavoro perse e ulteriori costi amministrativi. In un contesto in cui le famiglie guadagnano mediamente tra 2 e 8 euro al giorno, la regolarizzazione non è una formalità burocratica: è un ostacolo quasi insormontabile.

Per questo molte persone costruiscono o acquistano una casa dopo anni di sacrifici, ma senza documenti ufficiali. Non perché non vogliano regolarizzare la propria posizione, ma perché non possono permetterselo. Quando poi una nuova area viene assegnata a un’impresa estrattiva, chi vive lì senza titoli riconosciuti ha pochissimi strumenti per opporsi. Una famiglia può abitare da anni nello stesso luogo e trovarsi, da un giorno all’altro, con i bulldozer davanti alla porta.

Questa vulnerabilità abitativa si lega a una fragilità educativa diffusa. Nelle comunità minerarie, solo poco più della metà degli adulti ha completato la scuola primaria e molti hanno competenze di lettura limitate. Anche questo pesa: conoscere i propri diritti, orientarsi nelle procedure amministrative, capire il contenuto di un atto o di una consultazione pubblica diventa molto più difficile.

La questione della casa, allora, non è separabile da quella della cittadinanza effettiva. Dove mancano alfabetizzazione, documenti, reddito stabile e tutele, la capacità di difendere i propri diritti si restringe drasticamente.

Da qui nasce un intervento molto concreto su nuclei familiari, documenti, formazione e negoziazione. In collaborazione con IBGDH, organizzazione congolese che si occupa di sfratti forzati, sono state condotte missioni sul campo durate sei mesi per incontrare direttamente tutte le famiglie dei 72 studenti che vivono dentro la concessione.

Per ciascun nucleo è stata ricostruita la situazione abitativa e raccolta la documentazione disponibile. Solo 8 famiglie possedevano documenti relativi alla compravendita della casa; nella maggior parte dei casi si trattava di accordi informali o verbali, privi di reale valore giuridico. Il lavoro ha permesso di distinguere 60 famiglie proprietarie e 12 affittuarie, oltre a individuare i casi già numerati per futuri sfratti.

Su questa base è stato costruito un archivio documentale verificato, con un obiettivo preciso: rendere i casi tracciabili e rafforzare la posizione delle famiglie nel dialogo con imprese e autorità. Parallelamente sono stati organizzati tre cicli di formazione legale sui diritti delle comunità in caso di sfratto: uno dedicato alle famiglie degli studenti, gli altri rivolti a 54 leader religiosi e sociali, considerati snodi essenziali per diffondere informazioni affidabili anche alle famiglie più isolate.

Accanto a questo, sono stati coperti direttamente i costi necessari per ottenere certificati legali di proprietà, investendo circa 12.000 euro per permettere a 60 famiglie di avere titoli riconosciuti dallo Stato. Nel complesso, l’attività di sensibilizzazione ha raggiunto circa 5.000 persone.

Proteggere la casa significa proteggere la scuola. Quando una famiglia perde la terra su cui vive, spesso si interrompe anche il percorso scolastico dei figli. Intervenire sull’istruzione significa quindi intervenire sulle cause che la rendono strutturalmente inaccessibile.

È questo il merito politico più netto di questa impostazione: rompe la tendenza a trattare l’educazione come un settore separato, quasi fosse una politica riparativa che entra in scena solo dopo il danno sociale. Qui invece l’istruzione diventa una cartina di tornasole della giustizia territoriale.

C’è poi un altro livello, quello internazionale. Il futuro delle famiglie coinvolte dipende anche dall’esito della vendita delle concessioni detenute da Chemaf, una società mineraria privata fortemente indebitata e messa in vendita. Pur non essendo formalmente una società cinese, Chemaf opera in un sistema dominato dai capitali cinesi; circa l’80% della produzione industriale di cobalto e una parte sostanziale delle miniere della provincia del Lualaba sono sotto controllo di Pechino.

L’interesse di investitori sostenuti dagli Stati Uniti per l’acquisizione di Chemaf si inserisce in un quadro più ampio di competizione tra Washington e Pechino per il controllo delle filiere dei minerali strategici. In questo passaggio, Kolwezi non appare più soltanto come una città africana segnata dalla povertà, ma come uno dei luoghi in cui si ridefiniscono gli equilibri del XXI secolo.

La competizione globale si sta spostando silenziosamente dalle rotte del petrolio alle miniere dell’Africa centrale. In un mondo segnato da instabilità energetica, riarmo e riorganizzazione delle alleanze, il potere non passa più solo dagli idrocarburi. Passa anche, e sempre di più, dal controllo delle catene di approvvigionamento dei minerali critici. Batterie, infrastrutture digitali, tecnologie militari avanzate dipendono da materiali concentrati in pochi territori.

Quando le grandi potenze blindano queste filiere, a livello locale si producono però instabilità e vulnerabilità. Gli sfratti forzati, le rilocalizzazioni senza garanzie, la fragilità dei diritti non sono allora incidenti isolati: diventano effetti strutturali di un modello che tutela l’estrazione più delle persone.

La domanda centrale resta ineludibile: si può davvero parlare di transizione energetica “pulita” se il costo umano e territoriale viene scaricato su comunità che non dispongono di protezioni legali, documenti di proprietà, accesso all’informazione e continuità scolastica?

Si può parlare di cobalto “etico” se il modello di gestione delle concessioni continua a produrre insicurezza abitativa e rischio di nuovi sgomberi? Il banco di prova non saranno le dichiarazioni di principio delle aziende, ma il modo concreto in cui verranno gestite le concessioni nei prossimi anni.

La forza di questa analisi sta nel rifiuto di separare la questione mineraria da quella democratica. Kolwezi non è una periferia sacrificabile per alimentare il futuro altrui, ma un luogo in cui si misura il contenuto reale di parole come sostenibilità, responsabilità, diritti.

Se il cobalto è una risorsa critica per il mondo, allora devono essere considerati critici anche i diritti delle comunità che vivono sopra di esso. È lì, dove si ridefiniscono gli equilibri strategici globali, che si misura davvero il prezzo umano del progresso.