Commissione ONU droghe: la difesa di un fallimento totale

Dal 9 al 13 marzo a Vienna si è tenuta la Commissione delle Nazioni Unite sulle Droghe (UN-CND, United Nation Commission on Narcotic Drugs). La conferenza, a cui hanno partecipato oltre 2000 persone da ogni parte del mondo, si è articolata su due piani: le sessioni plenarie, che riguardavano la partecipazione di attori istituzionali, vertevano sulla necessità di contenere il traffico internazionale di stupefacenti. Quelle dei side events (eventi paralleli), che coinvolgono esponenti della società civile, all’interno delle quali allignano posizioni, teorizzazioni e pratiche alternative.

L’impostazione istituzionale, in linea di principio, potrebbe essere condivisibile se rapportata alla necessità di stroncare il giro di affari e la forza paramilitare delle organizzazioni criminali. In realtà, la filosofia che, da anni, ispira gli attori istituzionali del CND, è quella del Drug Free World, ovvero del mondo libero dalle droghe. Basata sull’approccio moralistico che inquadra l’utilizzo delle sostanze come una pratica indice della degenerazione psicofisica e della labilità dei consumatori, sui quali viene posta la responsabilità.

In altre parole, è la loro domanda ad alimentare la criminalità organizzata, lo spaccio di strada, e i fenomeni criminali correlati all’uso di sostanze. La soluzione consiste nel dispiegamento di politiche repressive ad ampio raggio, se non addirittura all’insegna della tolleranza zero.

Sul versante della società civile, gli eventi paralleli sono stati più attenti a disegnare una prospettiva più attenta ai diritti umani, decostruendo il discorso proibizionista a partire dalle esperienze concrete di abusi di polizia, alti tassi di incarcerazione, discriminazioni razziali. La Società della Ragione, per esempio, ha promosso due eventi, che hanno coinvolto esperti internazionali.

Nel primo, si è evidenziato come le politiche proibizioniste, in realtà, sono produttive non tanto per la loro efficacia nel reprimere la produzione, il traffico, il consumo di stupefacenti, quanto per legittimare quelle politiche securitarie che alimentano la domanda di legge e ordine e allo stesso tempo ne conseguono. Casi come quello della caserma di Piacenza, come quello di Rogoredo, costituiscono esempi lampanti di questa produttività del proibizionismo come strumento di riproduzione dei rapporti di potere esistenti.

Il secondo evento, invece, ha posto l’accento sulla profilazione etnica, ovvero l’associare i membri delle minoranze etniche, in Europa e negli USA, al consumo degli stupefacenti, producendo così un meccanismo di doppia stigmatizzazione. Migranti, rifugiati, rom, vengono associati sia al consumo che alla vendita delle sostanze, riproducendo un discorso che già si basa su presupposti razzisti. Siamo in presenza, anche in questo caso, di un circolo vizioso, o di una profezia che si auto-adempie, se vogliamo.

Foto Nikoleta Haffar United Nations Office on Drugs and Crime / UNIS Vienna, licenza CC BY 2.0

Tuttavia, il contributo più interessante al legame tra anti-proibizionismo e promozione dei diritti umani, lo ha fornito un panel condotto da studiosi e attivisti latinoamericani, tra cui alcuni esponenti della comunità colombiana dei Nasa. Nella loro esposizione, hanno spiegato come le politiche proibizioniste arrivino a influenzare i cambiamenti climatici. La coca, nella cultura dei Nativi latinoamericani, rappresenta una sostanza connaturata alla loro economia e alla loro cultura, rivestendo un valore simbolico e relazionale altissimo.

La proibizione della coltivazione e consumo delle foglie di coca, associato allo sradicamento delle piantagioni e al dislocamento dei villaggi cocaleros seguita al Plan Colombia voluto da Bill Clinton, ha sortito un effetto singolare. Le organizzazioni criminali colombiane e brasiliane hanno impiantato coltivazioni su scala industriale, presidiate da bande paramilitari. Dove, allo sfruttamento disumano dei contadini, all’utilizzo di armi su larga scala per regolare i conflitti, si sommano l’uso intensivo di fertilizzanti chimici, di diserbanti, di pesticidi.

Soprattutto, porzioni consistenti delle foreste andine e di quella amazzonica, subiscono il disboscamento di massa per impiantare le coltivazioni su scala industriale e i laboratori destinati alla raffinazione della cocaina da immettere sul mercato europeo e statunitense, causando ulteriori danni ambientali. Inoltre, questa trasformazione, ha comportato un cambiamento significativo relativamente alla rete delle organizzazioni criminali.

Oggi, la cocaina che arriva in Europa, negli USA, in Canada, in Australia, in Nuova Zelanda, viene talvolta prodotta ma quasi sempre commercializzata dalla criminalità organizzata brasiliana, che sta assumendo una posizione sempre più preminente tra le organizzazioni criminali. Malgrado Trump punti il dito sul Venezuela, che nell’economia delle droghe svolge un ruolo puramente di transito. Malgrado si continui a parlare di narcos colombiani e messicani.

Una politica alternativa sugli stupefacenti, dunque, non può che articolarsi in un’inversione di rotta rispetto al proibizionismo, per poi dispiegarsi in quattro tappe: la tutela dei diritti delle popolazioni native, la difesa delle piantagioni su piccola scala (anche da noi, rispetto alla cannabis), la protezione dell’ambiente, la legalizzazione delle sostanze, per quanto mediata, in alcuni casi, da politiche di regolamentazione.

Solo così si potrà togliere ai cartelli criminali l’acqua in cui nuotano. E si potranno ridurre, o addirittura abolire, le discriminazioni per motivi razziali. La strada c’è. Basta avere voglia di percorrerla.

Foto: United Nations Office on Drugs and Crime / UNIS Vienna, licenza CC BY 2.0.