Acqua in guerra: dall’Iran all’Ucraina, i civili pagano

La crisi mondiale dell’acqua non è più soltanto una questione ambientale: è una questione sanitaria, sociale e ormai apertamente geopolitica.

Secondo le Nazioni Unite e il monitoraggio congiunto di WHO e UNICEF, nel 2022 circa 2,2 miliardi di persone non avevano accesso ad acqua potabile gestita in sicurezza, 3,4 miliardi non disponevano di servizi igienico-sanitari sicuri e circa 4 miliardi di persone sperimentano una grave scarsità idrica almeno per un mese all’anno.

In questo quadro, l’acqua non è solo una risorsa che manca: è un’infrastruttura fragile da cui dipendono salute pubblica, stabilità economica e sicurezza collettiva.

Per questo, nelle guerre contemporanee, l’acqua non è più soltanto una vittima collaterale. Diventa un moltiplicatore del danno. Quando vengono colpite reti elettriche, impianti di pompaggio, depuratori, dighe o impianti di desalinizzazione, il risultato non è solo la distruzione materiale: intere città possono restare senza acqua potabile, gli ospedali faticano a funzionare, aumentano i rischi sanitari e cresce la pressione sulle popolazioni civili.

È il punto che emerge anche dal World Water Development Report 2024 delle Nazioni Unite: quando l’acqua è scarsa, inquinata o difficile da raggiungere, la sicurezza alimentare si indebolisce, i mezzi di sussistenza si perdono e il conflitto può intensificarsi.

Il primo caso è quello dell’Iran e del Golfo, dove l’acqua è diventata una vulnerabilità strategica spesso meno raccontata del petrolio. Nelle ultime settimane, nel pieno dell’escalation militare, Reuters e AP hanno riferito delle minacce rivolte alle infrastrutture civili della regione, comprese quelle legate all’elettricità e alla desalinizzazione.

Ed è proprio qui il punto: in molti Paesi del Golfo una quota decisiva dell’acqua potabile dipende da impianti di desalinizzazione costieri, alimentati da energia e dunque esposti a eventuali attacchi o interruzioni.

Colpire o anche solo minacciare queste infrastrutture significa mettere a rischio non soltanto la produzione energetica, ma la disponibilità quotidiana di acqua per milioni di persone.

“ONE DROP Honduras Water Crisis” by ONE DROP Foundation is licensed under CC BY-ND 2.0.

Non a caso, il 19 marzo l’Unione europea ha chiesto esplicitamente una moratoria sugli attacchi contro infrastrutture energetiche e idriche in Medio Oriente.

Il secondo caso è l’Ucraina, dove l’acqua è già da tempo una delle infrastrutture più colpite dalla guerra. Qui il danno non è soltanto simbolico: è materiale, quotidiano, cumulativo. WHO, UNICEF e le agenzie umanitarie descrivono un sistema idrico e fognario sottoposto a una pressione continua, con reti danneggiate, sistemi di trattamento compromessi e milioni di persone che hanno bisogno di assistenza legata a acqua, igiene e servizi sanitari.

Alla fine del 2025 UNICEF segnalava che i sistemi idrici e fognari ucraini erano “sull’orlo del collasso”, con 8,5 milioni di persone in bisogno di supporto umanitario WASH, 10 milioni senza acqua sicura e 15 milioni senza servizi igienico-sanitari adeguati.

Negli ultimi giorni, inoltre, la guerra dell’acqua in Ucraina ha mostrato anche la sua dimensione transfrontaliera. Dopo un attacco russo alla centrale idroelettrica di Novodnistrovsk, un riversamento di petrolio ha inquinato il fiume Dniester, provocando interruzioni dell’approvvigionamento idrico in Moldavia.

Reuters ha parlato di circa 90.000 persone colpite tra Balti e altre località; AP ha ricordato che il Dniester rifornisce circa l’80% dei 2,5 milioni di abitanti della Moldavia. È un esempio molto concreto di come, in guerra, l’acqua non si limiti a seguire la linea del fronte: la supera, trascinando con sé conseguenze ambientali, sanitarie e diplomatiche.

Ed è forse questo il punto più forte da sottolineare nella Giornata mondiale dell’acqua: oggi l’acqua non è solo una risorsa naturale sotto pressione per il clima e per l’eccesso di consumo.

È anche una delle infrastrutture civili più ricattabili del nostro tempo. In Iran, la minaccia passa per la desalinizzazione e per la dipendenza energetica; in Ucraina, per il danneggiamento di reti, impianti e corsi d’acqua.

In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: quando la guerra colpisce l’acqua, non colpisce soltanto un bene essenziale, ma la possibilità stessa di continuare a vivere in un territorio.

foto: © UNICEF/UNI954431/