Libano: i civili tra Hezbollah, Israele e il vuoto dello Stato

In Libano i civili stanno pagando tre volte. Pagano i bombardamenti israeliani e gli ordini di evacuazione, che hanno già spinto fuori casa più di un milione di persone. Pagano il prezzo della presenza armata di Hezbollah, che continua a trascinare il paese dentro una guerra più grande del Libano. E pagano infine il vuoto di uno Stato che non riesce a proteggere il proprio territorio, a imporre il monopolio della forza né a garantire un minimo di sicurezza sociale a una popolazione già stremata da anni di crollo economico.

Dall’inizio di marzo in Libano, fonte Reuters, sono morte più di 1.070 persone e oltre un milione è stato sfollato; UNICEF ha riferito oggi che più di 370.000 bambini sono stati costretti a lasciare la propria casa e che almeno 121 sono stati uccisi.

Il punto essenziale è che questa non è soltanto una guerra contro Hezbollah. È una guerra che, nei fatti, investe intere comunità civili. Israele sostiene di colpire esclusivamente l’infrastruttura militare del movimento sciita, ma sul terreno il risultato è una massa di famiglie sradicate, scuole e edifici pubblici trasformati in rifugi, quartieri svuotati, ponti distrutti, case demolite e una capitale che assorbe ondate di sfollati mentre si moltiplicano tensioni e risentimenti tra comunità diverse.

Una parte crescente del paese teme ormai un punto di rottura interno, mentre Ocha, l’’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari dell’Onu, ha segnalato che al 19 marzo 134.439 persone si trovavano in 636 rifugi collettivi e che gli ordini di spostamento hanno finito per coprire circa il 14% del territorio libanese.

Dire che il Libano è vittima di Hezbollah non basta, ma è una parte della verità. Hezbollah non è una semplice milizia esterna allo Stato: è insieme partito, apparato armato, rete sociale e leva regionale dell’Iran. Proprio questa natura ibrida ha reso per anni quasi impossibile affrontare davvero la questione delle sue armi.

Il governo libanese ha provato solo di recente a riaffermare il principio che tutte le armi debbano stare nelle mani dello Stato, affidando all’esercito il compito di preparare un piano per il monopolio pubblico della forza. Ma fino all’agosto 2025 un confronto di governo sul disarmo di Hezbollah sarebbe stato quasi impensabile, e che il movimento continua a respingere qualsiasi scadenza vincolante.

Perché Beirut non riesce a fermarlo? La risposta più onesta è: perché non ha né la forza materiale né la libertà politica per farlo senza rischiare di incendiare il paese. Hezbollah dispone di un arsenale più potente di quello dell’esercito libanese, mantiene un forte radicamento nella propria base sciita ed è sostenuto dall’Iran, che ha contribuito a riorganizzarne e riarmarne la struttura militare dopo le perdite del 2024.

In più, i dirigenti libanesi sanno che uno scontro frontale potrebbe riaprire il trauma della guerra interna: nel 2008, quando un governo filo-occidentale tentò di colpire la rete di comunicazioni di Hezbollah, i suoi combattenti presero il controllo di Beirut e costrinsero l’esecutivo a fare marcia indietro. Ancora nel 2025, fonti citate da AP spiegavano che l’esercito stava procedendo con estrema cautela proprio per evitare tensioni civili e possibili scontri interni.

“Tyre air strike” by masser is licensed under CC BY-SA 2.0.

Ma c’è anche un’altra verità, più scomoda: lo Stato libanese non è stato soltanto debole, è stato per anni anche accomodante. Il sistema confessionale ha assorbito Hezbollah dentro il gioco istituzionale invece di sciogliere la contraddizione tra Stato e forza armata parallela.

Così il Libano ha finito per convivere con un soggetto che partecipava alla vita politica ma teneva per sé la decisione ultima sulla guerra e sulla pace. Reuters ricorda che il cessate il fuoco del novembre 2024 impegnava il Libano a limitare le armi alle forze di sicurezza statali e a impedire il riarmo di gruppi non statali, ma Hezbollah continua a sostenere che un disarmo pieno non sia accettabile e che, fuori dal sud, la questione non sia chiusa.

In questo senso parlare di semplice incapacità sarebbe riduttivo: c’è stata anche una lunga tolleranza politica, imposta dalla paura del conflitto interno ma anche dal peso reale del movimento nel sistema libanese.

Tutto questo cade su una società già devastata. La Banca Mondiale ha descritto il Libano come un paese in “fragile ripresa”, ma la fragilità è un eufemismo: nel 2024 ha stimato che la povertà abbia raggiunto il 44% della popolazione, più che triplicando nell’ultimo decennio, e ha rilevato che molte famiglie tagliano cibo, spese sanitarie e consumi essenziali per sopravvivere.

Il Fondo Monetario Internazionale ricorda che la lira libanese ha perso circa il 90% del proprio valore e che oltre metà delle famiglie vive sotto la soglia di povertà. In questo contesto, la guerra non colpisce un paese stabile che viene piegato all’improvviso: colpisce una società già impoverita, indebitata, con servizi pubblici esausti e reti di protezione insufficienti.

È questo che rende la condizione dei civili libanesi così tragica: sono ostaggi incolpevoli di una doppia espropriazione. Da un lato, Hezbollah continua a mantenere per sé una funzione militare che svuota la sovranità dello Stato. Dall’altro, Israele sta rispondendo con una campagna che spinge intere popolazioni fuori dalle loro case e punta apertamente a una fascia di occupazione fino al Litani.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che Israele intende controllare il Libano meridionale fino al fiume Litani e Reuters ha riferito che i ponti sul fiume sono stati distrutti e che le demolizioni di case nelle aree di confine vengono giustificate come parte della creazione di una zona di sicurezza. Il risultato, ancora una volta, non è una guerra pulita contro un attore armato: è una punizione territoriale che ricade sulla popolazione.

Alla fine, la domanda non è solo perché il Libano non riesca a liberarsi di Hezbollah. La domanda è anche quanto a lungo i civili possano continuare a pagare il prezzo di uno Stato troppo debole per proteggerli, di una milizia troppo forte per essere disarmata senza traumi e di una guerra israeliana che, colpendo Hezbollah, continua a spezzare soprattutto la vita di chi con quella decisione non ha avuto nulla a che fare.

In Libano il centro della storia non sono i tavoli diplomatici, né gli slogan sulla deterrenza, né i calcoli strategici regionali. Sono le famiglie che fuggono, i bambini sfollati, i rifugi improvvisati e un paese che rischia di collassare non solo sotto le bombe, ma sotto il peso accumulato di tutte le crisi che non ha mai davvero risolto.

“Preparing for winter in Lebanon’s Bekaa Valley” by DFID – UK Department for International Development is licensed under CC BY 2.0.