I farisei di Venezia

C’è una frase, in tutta la polemica sulla Russia alla Biennale di Venezia, che merita di essere presa sul serio. Proprio perché, presa sul serio, fa saltare il banco.

La Biennale ha ricordato che ogni Paese riconosciuto dalla Repubblica Italiana può chiedere autonomamente di partecipare, e che la sua linea è escludere “qualsiasi forma di chiusura o di censura della cultura e dell’arte”. È la rivendicazione di un criterio aperto, universalista: non si giudica l’arte col manganello della geopolitica, non si mette il timbro morale sui padiglioni in base al gradimento del momento.

Dall’altra parte, venti governi dell’Unione europea più Norvegia e Ucraina hanno scritto alla Biennale per chiedere di riconsiderare la partecipazione russa, sostenendo che “la cultura non è separata dalle realtà sociali e politiche”, e che dunque le istituzioni culturali hanno anche una responsabilità morale. La frase è solenne, ben stirata, da salotto buono dell’indignazione continentale. Ed è proprio qui che nasce il problema.

Perché delle due l’una: o la Biennale è un luogo di cultura e quindi non è un tribunale geopolitico; oppure diventa davvero un tribunale geopolitico, ma allora bisogna avere il coraggio di esserlo fino in fondo. E, se si sceglie la seconda strada, non basta cacciare la Russia e poi far finta di non vedere il resto del mondo.

Bisogna aprire il catalogo, prendere la penna rossa, e cominciare a sbarrare: Cina, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Azerbaigian, Uganda, Zimbabwe, Siria, Somalia, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Haiti. E naturalmente Israele, se il metro è quello invocato dagli indignati di giornata, cioè il rapporto diretto tra Stato, responsabilità politica e presenza culturale.

Amnesty e Human Rights Watch continuano a documentare, in Paesi partecipanti, repressione del dissenso, censura, torture o maltrattamenti, processi iniqui, sorveglianza capillare, restrizioni a stampa e società civile, e in alcuni casi violazioni gravissime nel contesto dei conflitti armati.

E allora diciamolo chiaramente: il problema non è la coerenza morale, ma la sua amministrazione selettiva. Una morale a intermittenza. Una democrazia un tanto al chilo. Un’etica da scaffale promozionale: prendi tre scomuniche, paghi due, la quarta dipende dal gas, dal petrolio, dalle alleanze militari e dalla compostezza con cui il dittatore di turno si presenta ai summit internazionali.

Il punto, infatti, non è assolvere Putin. Il punto è non trasformare un violinista russo, un romanziere russo o un artista russo nel portaborse metafisico del Cremlino. Perché Fëdor Dostoevskij non è Vladimir Putin, esattamente come David Grossman non è Benjamin Netanyahu, Ai Weiwei non è Xi Jinping, Dana Awartani non è Mohammed bin Salman, e nessun artista egiziano serio coincide per definizione con Abdel Fattah al-Sisi.

Ridurre una cultura a un regime è una scorciatoia da comizio, non un ragionamento da società libera. E una manifestazione culturale, se vuole restare tale, dovrebbe stare il più lontano possibile da queste scorciatoie.

La Biennale 2026, per esempio, ospita ufficialmente il padiglione saudita con Dana Awartani; allo stesso tempo Amnesty continua a denunciare in Arabia Saudita arresti arbitrari, processi iniqui, repressione di attivisti e abusi contro lavoratori migranti. Chi vuole il criterio morale assoluto, cominci da lì.

Prendiamo proprio l’Arabia Saudita, già che ci siamo. Per anni è stata il perfetto laboratorio dell’ipocrisia occidentale: ci si commuoveva per i diritti delle donne a giorni alterni, salvo poi ricordarsi che sotto il deserto ci sono i pozzi, non i princìpi. Così il regno diventava improvvisamente “interlocutore strategico”, formula elegante per dire che i diritti umani sono bellissimi, ma il barile pure.

E allora giù sorrisi, strette di mano, forum sulla modernizzazione, pannelli sulla tolleranza, brochure patinate e aperitivi geopolitici. La repressione resta, ma con il catering giusto sembra quasi una sfumatura. Amnesty, però, continua a raccontare un’altra storia: difensori dei diritti detenuti, libertà di espressione compressa, lavoro migrante esposto ad abusi strutturali.

David Grossman – Di Claude Truong-Ngoc / Wikimedia Commons – cc-by-sa-3.0, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42902523

Oppure prendiamo la Cina. Se il teorema è che un padiglione nazionale equivale a una legittimazione morale del regime, allora qualcuno dovrebbe spiegare perché la stessa indignazione che si accende contro la Russia si abbassa spesso al minimo sindacale quando si parla di Pechino.

Eppure Human Rights Watch continua a descrivere un sistema di censura e sorveglianza tra i più rigidi al mondo, con repressione di critici, attivisti, tibetani, uiguri e società civile. Ma la Cina è grande, potente, sistemica, indispensabile: e allora ecco che il soprassalto etico si fa meditativo, prudente, quasi omeopatico. Ai Weiwei sì, Xi Jinping no: elementare. Ma appunto, se vale per la Cina, allora vale anche per la Russia.

E qui si arriva al cuore della faccenda. I “democratici de noantri” amano molto la parola contesto. Il contesto è il loro scaldabagno morale: ci mettono dentro ogni incoerenza e ne esce sempre acqua tiepida. La Russia no, perché c’è la guerra. Israele però dipende. L’Arabia Saudita vediamo. L’Egitto è complicato. Gli Emirati sono partner. L’Azerbaigian? Ne riparliamo. L’Uganda? Non fa tendenza. Haiti? Fa pena, ma non scandalo.

In sostanza, non esiste un principio: esiste una graduatoria emotiva del disprezzo, con tariffa variabile secondo convenienza diplomatica, attenzione mediatica e conformismo dell’élite culturale. Reuters, che è lievemente più prestigiosa di Lotta Comunista e del Corriere dei piccoli, continua a riferirsi, ad esempio, a Xi Jinping, Mohammed bin Salman, Abdel Fattah al-Sisi, Ilham Aliyev e Yoweri Museveni come ai leader in carica di sistemi politici che sono al centro di critiche e tensioni rilevanti; ma l’intensità dell’indignazione pubblica verso i loro Paesi resta tutt’altro che uniforme.

O si giudicano gli individui, oppure si colpiscono i popoli. E quando si comincia a colpire i popoli in nome della purezza politica, la cultura diventa un dazio morale. Non conta più l’opera: conta il passaporto. Non conta l’artista: conta il timbro consolare. Non conta il dissenso interno a un Paese: conta la semplificazione esterna che ci torna più comoda.

È la stessa logica per cui un russo deve giustificarsi per Putin, come se ogni violinista di San Pietroburgo dormisse con una foto del Cremlino sul comodino. È una logica rozza, illiberale, perfino provinciale. E infatti piace molto a chi si sente cosmopolita solo perché firma appelli in inglese.

Naturalmente c’è chi obietta: ma i padiglioni nazionali non sono neutri, rappresentano uno Stato. Vero. Ma allora la coerenza esige una sola di due conclusioni. La prima: si aboliscano tutti i padiglioni nazionali, e si faccia una Biennale soltanto di artisti, opere e curatori, senza bandiere, senza inni morali, senza geografia diplomatica travestita da cultura.

La seconda: se i padiglioni nazionali restano, si accetta che una manifestazione culturale non possa essere continuamente rifondata come un tribunale penale ad personam, scelto a seconda del nemico più spendibile del mese.

Quello che non regge più è la terza via: l’indignazione selettiva. Il boicottaggio con codice colore. La censura che si finge principio e invece è solo riflesso condizionato. Oggi il russo è intoccabile; domani magari si scoprirà che il problema non è il passaporto, ma la convenienza. Che sorpresa.

Per questo la polemica sulla Russia, così com’è stata impostata, non smaschera la Biennale: smaschera i suoi accusatori. Perché se davvero “la cultura non è separata dalle realtà sociali e politiche”, allora la lista degli esclusi dovrebbe essere sterminata e la Biennale ridursi a un condominio di anime belle certificate.

Se invece si riconosce che cultura e arte servono anche a tenere aperto uno spazio che la politica tende a chiudere, allora bisogna smettere di usare gli artisti come ostaggi simbolici delle colpe statali.

Il resto è democrazia da discount: diritti umani in confezione famiglia, valori occidentali col bollino stagionale, scomuniche à la carte. E soprattutto la solita doppia morale di chi pretende di distinguere sempre, finché distinguere costa; salvo poi smettere appena il distinguo non conviene più.

“Up and Away” by Michelle Barth is licensed under CC BY 2.0.