Carol Valade, in un articolo pubblicato su Le Monde, racconta un episodio inquietante che sembra ripetersi con una frequenza allarmante nelle strade di N’Djamena, capitale del Ciad. Uomini in abiti civili, con il volto nascosto da un turbante, scendono da una Toyota Corolla bianca, senza targa e con vetri oscurati.
La persona per cui sono venuti non sa quando, o se, rivedrà mai il mondo esterno. Questo modus operandi porta la firma dell’Agenzia Nazionale per la Sicurezza dello Stato (ANSE), i temuti servizi di intelligence ciadiani, e ha contribuito a instaurare un clima di paura tra la popolazione, specialmente negli ultimi mesi, con il moltiplicarsi di arresti di oppositori, membri della società civile e persino semplici cittadini.
Un ex detenuto, citato da Le Monde, descrive la sua esperienza all’interno delle strutture dell’ANSE: “Mi hanno portato via ammanettato e bendato. Sono stato trattato bene, ma di notte sentivo il rumore delle catene degli altri prigionieri”.
Gli sarebbe stato detto che l’obiettivo di queste azioni è quello di ristabilire “l’ordine repubblicano” e di riportare l’autorità dello Stato a coloro che si ritengono “più forti”. Tuttavia, secondo lui, questo modo di agire segna l’inizio di un totalitarismo, una repressione che non si limita solo agli oppositori dichiarati, ma che si estende a chiunque manifesti dissenso.
Valade ci ricorda che l’ANSE ha preso il posto della Direzione della Documentazione e della Sicurezza, l’agenzia di intelligence istituita sotto il regime dell’ex presidente Hissène Habré, condannato nel 2016 all’ergastolo per crimini contro l’umanità e morto nel 2021.
Le modalità attuali di repressione sembrano seguire quel lascito brutale, e le preoccupazioni sono tali che l’Organizzazione Mondiale contro la Tortura, in un comunicato del 10 settembre, ha denunciato un “sistema parallelo” che agisce fuori dal quadro legislativo, rilevando un preoccupante aumento degli arresti arbitrari e delle detenzioni segrete.
Valade riporta inoltre la scomparsa di Robert Gam, segretario generale del Partito Socialista Senza Frontiere e figura di spicco dell’opposizione al presidente Mahamat Idriss Déby. Dopo aver partecipato a un incontro politico il 20 settembre, Gam ha imboccato la strada verso casa a bordo della sua moto, ma non vi è mai arrivato. Alcuni testimoni hanno riferito di aver notato nei pressi diverse Toyota Corolla senza targa.
Pochi giorni prima della sua sparizione, Gam aveva pubblicamente richiesto il rilascio di ventiquattro membri del suo partito, detenuti nella famigerata colonia penale di Koro Toro, descritta dalla ONG Human Rights Watch come “peggio dell’inferno”. Gli attivisti erano stati arrestati nonostante un’assoluzione già emessa dalla giustizia.

Le Monde riporta anche un’ulteriore testimonianza anonima di un difensore dei diritti umani: “Il segnale inviato dall’esecuzione di Yaya Dillo è stato così forte che oggi non sentiamo più alcuna voce dissenziente.
Lo Stato vuole incutere paura. Chiunque osi sfidarlo ne pagherà le conseguenze, nessuno è al sicuro”. Questo scenario di repressione non risparmia nemmeno cittadini stranieri. Lo dimostra il caso di padre Simon-Pierre Madou, arrestato il 5 agosto nella parrocchia di Walia, uno dei quartieri più poveri di N’Djamena.
Appena il giorno prima aveva criticato pubblicamente la nuova divisione elettorale, sostenendo che favorisse le regioni settentrionali a maggioranza musulmana a scapito del Sud, prevalentemente cristiano.
Il governo ha giustificato l’arresto, definendo le dichiarazioni di Madou un “grave attacco alla legge e alla pace sociale”. Tuttavia, a causa delle pressioni internazionali, il sacerdote è stato rilasciato il giorno successivo. Il giorno seguente, anche il giornalista Oumar Ali Badour, caporedattore di Media Tchadinfos, è stato sequestrato da uomini armati e trattenuto per 24 ore senza spiegazioni, conferma Valade.
Non mancano casi che coinvolgono cittadini di altri Paesi: il 19 settembre, l’influencer russo Maksim Shugaley, noto per i suoi legami con il gruppo paramilitare Wagner, è stato arrestato assieme a due russi e un bielorusso, nonostante le pressioni diplomatiche di Mosca per ottenerne la liberazione.
Anche Reed Brody, avvocato americano di fama internazionale per il suo impegno sui diritti umani, è stato trattenuto e successivamente espulso dal Paese il 3 ottobre.
Secondo l’analisi di Le Monde, tali vicende segnalano un profondo cambiamento all’interno dell’apparato di sicurezza del Ciad. Da quando il giovane presidente Mahamat Idriss Déby è salito al potere dopo la morte del padre nell’aprile 2021, ha avviato un processo di rinnovamento delle istituzioni militari, sostituendo molti generali con figure a lui vicine.
L’ANSE stessa ha subito una trasformazione, con la nomina di Ismaël Souleymane Lony, noto per la sua lealtà a Déby, a capo dell’agenzia. La sostituzione di Lony al posto dell’ex gendarme Ahmed Kogri, diplomatico vicino agli occidentali, è vista da diversi osservatori come una mossa per centralizzare ulteriormente il controllo e dare una svolta più autoritaria al regime.
Le Monde conclude evidenziando che questa strategia, sebbene possa sembrare un tentativo di ristabilire l’ordine e consolidare l’autorità statale, rischia di soffocare ogni forma di dissenso e di portare il Ciad verso una deriva autoritaria.



