Le bombe non liberano, ma nemmeno l’indignazione

La riflessione che vogliamo proporre oggi alle lettrici e ai lettori di Diogene Notizie va oltre le semplificazioni grossolane sui bombardamenti in Iran. La guerra dall’esterno verso l’Iran non libera. Ma nemmeno l’indignazione selettiva libera: al massimo assolve.

Assolve noi, prima di tutto. Perché condannare i bombardamenti è doveroso — i civili non sono un prezzo “accettabile” — ma la domanda politica non finisce lì: quando scendiamo in piazza “contro la guerra”, stiamo facendo qualcosa che aiuta davvero gli ostaggi civili in Iran? O stiamo scegliendo la forma di violenza che ci è più facile riconoscere — quella occidentale — lasciando in ombra la violenza endogena, quotidiana, amministrata dagli ayatollah?

L’Iran non è diventato un inferno con l’arrivo dei missili. Lo è da anni, e nel punto in cui la teocrazia mostra il suo potere più criminale: contro le donne. Controllo del corpo e della vita: velo imposto, polizia morale, tribunali, carcere, stigma, terrore.

Il velo non è un dettaglio culturale: è una tecnologia di obbedienza. Per questo, quando si cerca una cornice morale per l’offensiva, riemerge la parola più spendibile: “liberazione”. Liberare l’Iran significherebbe, in questa narrazione, liberare soprattutto le iraniane, permettere loro di vivere autodeterminandosi, non coperte da un velo e ridotte a schiave.

Ed è qui che la realtà produce la prima contraddizione, immediata e intollerabile: se l’operazione viene raccontata come “liberatrice”, le prime vittime visibili rischiano di essere proprio donne e bambine. Minab — il bombardamento di una scuola femminile, con un enorme e tragico bilancio di vittime, almeno 165, ma probabilmente di più — è già diventato un simbolo. Chiamarlo “errore” è già una forma di assoluzione. È orrore puro.

La seconda contraddizione è il rendiconto dell’operazione trasformata in soap opera. Nelle stesse ore, al Palazzo di Vetro, una delle donne più privilegiate e potenti del pianeta — per ricchezza, visibilità e prossimità al comando — ha presieduto una seduta del Consiglio di Sicurezza dedicata a bambini ed educazione nei conflitti.

Un ruolo reso possibile dall’architettura diplomatica della presidenza di turno, ma politicamente carico di senso: al tavolo dell’Onu si è evocata Minab, si è evocata la scuola, si è evocato il dolore. Eppure non si è pronunciata la parola che separa la compassione dalla responsabilità: guerra.

Nessun riferimento esplicito alla campagna di bombardamenti in corso, nessuna assunzione della catena causale, nessuna parola sulle donne iraniane che in quelle stesse ore non stanno “studiando” ma scappando, curando feriti, cercando figli, o morendo. In quella stanza la sofferenza è stata nominata, ma il potere che la produce è rimasto senza soggetto: i civili diventano materiale retorico, non criterio politico.

Se l’obiettivo fosse davvero la liberazione di donne e uomini iraniani dal giogo dei teocrati, il centro non dovrebbe essere “colpire dall’alto”. Dovrebbe essere creare — dall’interno, non dall’esterno — le condizioni materiali e politiche perché una rivolta sia possibile e sostenibile.

Negli anni e nei giorni scorsi abbiamo visto in Iran piazze immense, scioperi, disobbedienza civile, e una repressione capace di spezzare biografie: arresti, violenza, intimidazione, processi. Abbiamo visto, soprattutto, una cosa decisiva: il regime può governare, come ha già fatto, spegnendo le comunicazioni.

Foto Darafsh CC BY-SA 4.0

In un paese dove internet può essere oscurato e la telefonia controllata, l’iniziativa politica autonoma si disarticola; la paura si privatizza; la gente resta in casa non perché “non vuole”, ma perché viene isolata, resa muta, resa visibile solo agli apparati di sicurezza.

Qui sta la terza contraddizione, la più strutturale: i bombardamenti non aprono lo spazio della politica, lo chiudono. Perché la guerra è un acceleratore della securitizzazione. Offre al regime la narrazione perfetta (“siamo sotto attacco”), legittima lo stato d’eccezione, restringe ancora di più l’agibilità delle opposizioni, rende più facile confondere dissenso e tradimento. E in questo quadro le donne pagano due volte: come bersaglio interno del regime e come vittime “collaterali” di una guerra che dice di parlare in loro nome.

Dire che la guerra non libera, però, non significa accontentarsi di una condanna sterile. Se vogliamo davvero la liberazione degli iraniani dal giogo teocratico, dobbiamo parlare di strumenti.

Il primo è quello che sembra tecnico e invece è politico: le comunicazioni. Un regime che può spegnere la rete può spegnere la società. Impedire, o almeno rendere molto più costoso, l’oscuramento delle comunicazioni significa proteggere la possibilità stessa della rivolta: coordinarsi, documentare, testimoniare, impedire che la violenza diventi invisibile. In Iran, oggi, la libertà passa anche da un cavo e da un segnale.

Il secondo strumento riguarda la protezione di chi tiene aperto lo spazio pubblico: attiviste, attivisti, sindacalisti, studenti, avvocati, giornalisti, famiglie che diventano bersaglio. La rivolta non è un’idea: è carne esposta.

Senza reti di tutela, senza vie di fuga, senza assistenza materiale, l’eroismo individuale si consuma e la società si ritrae. Se l’Occidente vuole “stare con” gli iraniani, deve farlo nel modo meno spettacolare e più utile: riducendo il costo personale del dissenso.

Il terzo strumento è la pressione sugli apparati della repressione, non sul corpo sociale. Colpire in modo mirato catene di comando, risorse, logistica e finanza di chi arresta, tortura, condanna e uccide non ha l’impatto emotivo di un raid, ma ha un pregio: non scambia la popolazione per terreno di guerra.

Dentro questo quadro, la contraddizione di Minab non è un “incidente”. È una prova. Se dici “libero le donne” e le prime immagini sono bambine sotto le macerie; se nomini i civili e non nomini la responsabilità di chi decide; se denunci la guerra ma dimentichi la prigione quotidiana degli ayatollah, allora non stai liberando: stai scegliendo quale potere criticare e quale lasciare in ombra.

E qui torniamo alla domanda più scomoda: dove stava la nostra intensità morale quando la popolazione civile insorgeva contro gli ayatollah? Dove stavano le piazze occidentali, la pressione politica, la solidarietà materiale, quando la violenza era tutta interna, “non spettacolare” per i nostri media, e dunque più facile da ignorare?

Oggi rischiamo un paradosso: nel denunciare (giustamente) le bombe, finiamo per ripulire il quadro. Il regime appare come bersaglio, quindi come vittima; i civili come sfondo; le donne come pretesto.

La guerra dall’esterno non libera. Ma nemmeno l’indignazione selettiva libera. Se vogliamo essere utili agli ostaggi civili iraniani — e alle donne iraniane, prima di tutto — dobbiamo pretendere due cose insieme, senza sconti: stop alle stragi dall’alto e fine della strage lenta dal basso. E smettere di usare la libertà come parola di copertura.

Foto Mohsen Abolghasem Mojnews CC BY 4.0