martedì, Gennaio 20, 2026

Repressione in Burundi: libertà civili sotto attacco continuo

La repressione contro la società civile in Burundi continua senza sosta, anche a quattro anni dall’insediamento del presidente Evariste Ndayishimiye. Secondo un recente rapporto di Amnesty International, pubblicato il 21 agosto, il paese è teatro di “pesanti restrizioni” che includono atti di intimidazione, arresti arbitrari, detenzioni e processi iniqui.

L’ONG denuncia una repressione sistematica che colpisce sia attuali che ex membri della società civile, chiedendo l’immediata cessazione delle ritorsioni contro associazioni e media indipendenti.

Il Burundi è ancora segnato dalle ferite della crisi politica del 2015, innescata dalla controversa rielezione dell’ex presidente Pierre Nkurunziza per un terzo mandato, in violazione della Costituzione.

Le proteste di allora furono soffocate in modo brutale, con un bilancio di oltre mille morti e circa 8.000 persone imprigionate per motivi politici. Oltre 200.000 burundesi fuggirono dal paese, mentre molti attivisti e giornalisti furono intimiditi, arrestati o addirittura uccisi.

L’elezione di Ndayishimiye nel giugno 2020 aveva inizialmente alimentato speranze di apertura: furono rilasciati alcuni difensori dei diritti umani e giornalisti arrestati sotto il precedente regime, e le restrizioni su diversi media vennero allentate.

Tuttavia, queste aspettative si sono rapidamente affievolite con la ripresa degli arresti e delle persecuzioni contro oppositori, attivisti e reporter.

“Burundi peacekeepers prepare for next rotation to Somalia, Bjumbura, Burundi 012210” by US Army Africa is licensed under CC BY 2.0.

Un recente esempio è il rilascio della giornalista Floriane Irangabiye, che ha lasciato il carcere di Bubanza il 21 agosto dopo aver scontato due anni di detenzione. Era stata condannata a dieci anni per “aver minato l’integrità del territorio nazionale”, ma ha beneficiato di una grazia presidenziale.

Nonostante il sollievo per la sua liberazione, Amnesty International e altre organizzazioni ritengono questo gesto insufficiente, sottolineando la necessità di riforme strutturali per garantire giustizia e rispetto dei diritti umani.

Nel frattempo, il regime di Ndayishimiye continua a colpire duramente attivisti e giornalisti. Tra gli episodi più recenti, l’arresto di 24 persone in un seminario organizzato da un’ONG nel febbraio 2023, accusate di “omosessualità”.

Cinque di loro sono state condannate e poi rilasciate, ma le accuse dimostrano come la repressione colpisca anche le minoranze.

Dopo la sua liberazione, Floriane Irangabiye e Reporter Senza Frontiere hanno chiesto il rilascio di un’altra giornalista, Sandra Muhoza, detenuta da aprile per aver “messo in pericolo la sicurezza dello Stato” con commenti fatti in un gruppo WhatsApp.

L’arresto di Muhoza rappresenta un’ulteriore dimostrazione della precarietà della libertà di stampa in Burundi, dove ogni voce dissidente rischia di essere messa a tacere.

“Burundi peacekeepers prepare for next rotation to Somalia, Bjumbura, Burundi 012210” by US Army Africa is licensed under CC BY 2.0.

Leggi anche

Ultime notizie