Il 23 luglio l’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna ha approvato la legge che disciplina le procedure per l’accesso al suicidio medicalmente assistito. Hanno votato a favore Pd, Alleanza Verdi e Sinistra, Civici e Movimento 5 Stelle, contro Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Rete Civica. Dopo la Toscana, che ha approvato la propria legge nel febbraio 2025, e la Sardegna, che l’ha fatto nel settembre dello stesso anno, l’Emilia-Romagna è la terza Regione italiana a dotarsi di una normativa in materia.
Il quadro nazionale, però, resta quello di sempre. Sono passati sette anni dalla sentenza con cui la Corte costituzionale ha stabilito che l’aiuto al suicidio non è punibile a determinate condizioni, ma il Parlamento non ha ancora approvato una legge. Il 3 giugno il Senato ha rinviato in commissione l’unico testo arrivato in aula.
Due delle tre leggi regionali sono state impugnate dal governo e su una di esse la Consulta non si è ancora pronunciata. Dal 2019 le persone che hanno potuto accedere alla procedura in Italia sono diciassette, quasi sempre al termine di percorsi lunghi mesi, spesso dopo un diniego e un ricorso al giudice.
Che cosa prevede la legge dell’Emilia Romagna
Il testo, presentato da Paolo Trande (Avs) con Pd, Civici e Movimento 5 Stelle, non introduce requisiti diversi da quelli fissati dalla giurisprudenza costituzionale. Può accedere alla procedura la persona affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ritiene intollerabili, tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Il paziente deve inoltre essere stato informato di tutte le alternative disponibili, comprese le cure palliative.
La legge interviene invece sull’organizzazione. Istituisce una Commissione di valutazione multidisciplinare, la CoVam, organizzata per Area vasta e composta da un palliativista, un anestesista rianimatore, un medico legale, uno psichiatra, uno specialista della patologia, un farmacologo o farmacista, uno psicologo e un infermiere.
Su richiesta dell’interessato può parteciparvi anche il medico di fiducia, con sole funzioni di consulenza. La commissione si avvale del parere non vincolante del Comitato regionale per l’etica clinica. Le prestazioni sono gratuite e vengono svolte soltanto da personale che si dichiara disponibile.
Rispetto ai testi approvati in Toscana e in Sardegna manca un elemento: i termini fissi. La legge emiliana non indica un numero di giorni entro cui concludere la verifica, ma stabilisce che i tempi siano compatibili con le condizioni cliniche del paziente. È una scelta che dipende direttamente dalla sentenza n. 204 del 2025.
Dalle delibere alla legge
L’Emilia-Romagna aveva già affrontato la questione per via amministrativa. Nel febbraio 2024 la giunta guidata da Stefano Bonaccini approvò due delibere e inviò alle aziende sanitarie linee di indirizzo che fissavano in 42 giorni il percorso dalla domanda all’eventuale esecuzione. In questo modo evitò il passaggio in Consiglio regionale, in una fase in cui il Pd era diviso sul tema. La proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall’Associazione Luca Coscioni, depositata nel luglio 2023 con 7.300 firme, non venne discussa.
Quella scelta ha avuto vita breve. L’11 marzo 2024 la capogruppo di Forza Italia Valentina Castaldini, insieme a quindici associazioni di area cattolica, ha impugnato le delibere davanti al Tar. Il 12 aprile la Presidenza del Consiglio e il Ministero della Salute hanno depositato un ricorso analogo, contestando alla Regione la carenza di potere in materia. Nell’aprile 2025 il Tar ha accolto la richiesta di sospensiva. Nel frattempo in Emilia-Romagna due procedure si erano concluse e una terza era stata avviata.
Il presidente della Regione Michele de Pascale ha spiegato che, in assenza di una legge nazionale, la Regione ha scelto lo strumento «più forte, più trasparente e più pubblico». Una legge regionale, a differenza di una delibera, non può essere revocata dalla giunta successiva e viene giudicata dalla Corte costituzionale, non dal giudice amministrativo.
Che cosa hanno detto i giudici costituzionali
Il 29 dicembre 2025 la Corte costituzionale ha depositato la sentenza n. 204/2025 sulla legge toscana n. 16/2025, impugnata dal governo nel maggio precedente. L’esecutivo ne chiedeva l’annullamento integrale, sostenendo che la materia rientrasse nella competenza esclusiva dello Stato. La Corte ha respinto quella impostazione e ha riconosciuto che le Regioni possono intervenire sugli aspetti organizzativi e procedurali con cui il servizio sanitario rende effettivo l’accesso alla procedura, in quanto materia di tutela della salute, anche in assenza di una legge nazionale.
La sentenza ha però dichiarato illegittime diverse disposizioni. È caduto l’articolo 2, che individuava i requisiti di accesso richiamando le sentenze costituzionali: secondo la Corte i principi da essa enunciati non costituiscono un corpus che le Regioni possano recepire in una legge, perché così si finisce per incidere sull’ordinamento civile e penale, riservato allo Stato. Sono stati dichiarati illegittimi anche gli articoli 5 e 6 nella parte in cui fissavano termini rigidi per le verifiche, e l’articolo 7, comma 1, sul supporto tecnico e farmacologico da parte delle aziende sanitarie. La Corte ha invece confermato la libertà di coscienza del personale sanitario e ritenuto legittima la gratuità delle prestazioni.
Il presidente della Toscana Eugenio Giani ha dichiarato che l’impianto della legge resta valido. Per l’Associazione Luca Coscioni la sentenza conferma che le Regioni possono rendere effettivi diritti già riconosciuti. Le associazioni contrarie, tra cui Pro Vita & Famiglia, hanno letto invece la stessa decisione come una conferma che la disciplina sostanziale spetta soltanto allo Stato.
Sul perimetro tracciato da quella sentenza sono stati riscritti i testi in discussione in Umbria e in Veneto, oltre a quello approvato in Emilia-Romagna.
La situazione Regione per Regione
Hanno una legge tre Regioni. La Toscana ha approvato la legge regionale 16/2025 l’11 febbraio, promulgata il 14 marzo, nata dalla proposta popolare «Liberi Subito» sostenuta da 10.700 firme. La Sardegna ha approvato la legge 26/2025 il 17 settembre, con 32 voti favorevoli, 19 contrari e un astenuto. L’Emilia-Romagna ha votato il 23 luglio 2026.
Il governo ha impugnato le prime due. Sulla legge toscana la Corte si è pronunciata a dicembre. La legge sarda è stata impugnata il 20 novembre 2025 con il ricorso n. 43/2025 e discussa in udienza pubblica il 23 giugno 2026: la sentenza non è ancora stata depositata. Per la legge emiliano-romagnola il Consiglio dei ministri ha sessanta giorni dalla pubblicazione per decidere se ricorrere.
Alcune Regioni hanno regolato la materia con atti amministrativi. La Puglia è stata la prima, con una delibera di giunta del gennaio 2023 che però non fissa termini né prevede l’istituzione di commissioni aziendali. Il Piemonte ha inviato alle Asl una circolare il 6 febbraio 2026, in cui impegna il servizio sanitario regionale a garantire verifiche, farmaci, dispositivi e assistenza durante la procedura. L’Emilia-Romagna aveva le delibere del 2024, poi sospese dal Tar. Si tratta di atti che una giunta successiva può modificare o ritirare senza passare dal Consiglio regionale.
Sei Consigli regionali hanno respinto proposte di legge sul tema. In Veneto, nel gennaio 2024, la proposta popolare depositata con oltre 9.000 firme è stata respinta per un voto: 25 favorevoli, tra cui il presidente Luca Zaia e la Lega, 22 contrari e 3 astensioni, che secondo il regolamento hanno pesato come voti contrari. In Piemonte, nel marzo 2024, la discussione è stata bloccata da una questione pregiudiziale di costituzionalità, nonostante le oltre 11.000 firme raccolte.

In Friuli Venezia Giulia il testo, sostenuto da 8.200 firme, è stato respinto in commissione il 10 aprile 2024 e fermato in aula da una pregiudiziale il 20 giugno. In Lombardia, nel novembre 2024, un’analoga pregiudiziale ha bloccato la proposta depositata con 8.000 firme. In Abruzzo il Consiglio regionale ha respinto il testo il 19 giugno 2025, prima iniziativa popolare nella storia della Regione. In Valle d’Aosta la proposta è stata bocciata il 24 luglio 2025, nell’ultima seduta della legislatura.
In quattro di questi casi la maggioranza ha motivato il voto con l’argomento della competenza esclusiva statale, che la sentenza 204/2025 ha poi respinto.
Altre Regioni stanno discutendo. In Umbria la proposta popolare, depositata il 17 settembre 2025 con 4.801 firme e coordinata dalla giornalista Laura Santi, ha iniziato l’iter in commissione il 22 luglio 2026; gli emendamenti di adeguamento alla sentenza saranno votati a settembre. In Veneto il testo è iscritto all’ordine del giorno delle sedute del 27, 28 e 29 luglio, ma il rinvio a settembre è considerato probabile per la priorità data ai provvedimenti di bilancio; gli emendamenti sostituiscono il termine fisso di venti giorni con l’obbligo di procedere senza ingiustificati ritardi.
Nella provincia autonoma di Bolzano, dopo la bocciatura del giugno 2025, nel giugno 2026 la commissione ha dato parere favorevole a un emendamento dell’assessore Hubert Messner, inserito in un disegno di legge omnibus, che istituisce una commissione multidisciplinare permanente. In Trentino sono state depositate 7.800 firme il 3 ottobre 2025: se l’iter non si conclude entro il luglio 2027 si terrà un referendum provinciale.
In Campania il vicepresidente del Consiglio regionale Luca Trapanese ha depositato una nuova proposta nel maggio 2026. In Molise una proposta bipartisan depositata nell’aprile 2025 è all’ordine del giorno dal dicembre successivo. In Liguria il testo è stato ripresentato nella legislatura in corso a prima firma di Gianni Pastorino.
Restano ferme le Marche, dove la proposta è stata incardinata e discussa una sola volta in commissione, la Sicilia, dove il testo depositato nel 2024 non è mai stato calendarizzato, e la Basilicata, dove la proposta va ripresentata dopo il rinnovo del Consiglio. In Lombardia, Piemonte, Lazio e Calabria l’Associazione Luca Coscioni ha avviato nuove raccolte di firme.
Diciassette casi in sette anni
Dal 2019 diciassette persone sono morte in Italia con il suicidio medicalmente assistito. Il primo caso fu quello di Federico Carboni, noto come Mario, nel giugno 2022 nelle Marche: il farmaco e la pompa infusionale furono acquistati con una raccolta fondi e l’assistenza fu prestata gratuitamente dall’anestesista Mario Riccio, perché la Regione non fornì il supporto necessario. Gli ultimi due casi sono quelli di una donna toscana di 63 anni, indicata con il nome di fantasia Mariasole, morta il 4 maggio 2026, e di Cristian, 55 anni, lombardo, morto il 18 maggio.
I percorsi si assomigliano. Mariasole aveva presentato domanda alla Asl nel luglio 2025 e ha atteso nove mesi. L’azienda sanitaria le aveva inizialmente negato l’accesso, ritenendo insussistente il requisito del trattamento di sostegno vitale, nonostante il parere favorevole del comitato etico. Il via libera è arrivato dopo una diffida e un ricorso d’urgenza al tribunale di Pisa. «Mi sono sentita defraudata di un diritto che dovrebbe essere inalienabile», ha scritto prima di morire.
In Piemonte il primo caso regionale ha atteso otto mesi il supporto dell’Asl dopo che i requisiti erano stati verificati. In Umbria Laura Santi ha impiegato oltre due anni e otto mesi tra reclami, ricorsi e diffide. In Toscana una donna indicata come Libera, tetraplegica e quindi impossibilitata ad assumere il farmaco da sola, ha atteso due anni: è morta alla fine di marzo 2026 grazie a un puntatore oculare che il tribunale di Firenze aveva ordinato al Cnr di realizzare.
Quando la procedura non si sblocca, alcune persone si rivolgono alla Svizzera. È accaduto a Sibilla Barbieri nel 2023, dopo il diniego della Asl Roma 1, e a Martina Oppelli, che ha ricevuto tre dinieghi a Trieste. Una donna triestina di 80 anni, indicata come Lucia, è morta all’estero il 3 giugno 2026, lo stesso giorno in cui il Senato rinviava la legge in commissione. In questi casi gli attivisti dell’Associazione Luca Coscioni si autodenunciano per aiuto al suicidio: il gip di Roma ha archiviato il procedimento nell’aprile 2026, mentre quello di Bologna ha sollevato una questione di legittimità costituzionale.
Secondo l’Associazione Luca Coscioni, il servizio telefonico che gestisce ha ricevuto oltre 16.000 richieste di informazioni sul fine vita in dodici mesi, una media di 44 al giorno.
Il nodo delle cure palliative
Nel dibattito il centrodestra oppone alle leggi regionali un argomento ricorrente: prima occorre potenziare le cure palliative. In Emilia-Romagna il relatore di minoranza Nicola Marcello (FdI) ha parlato di una fuga in avanti della Regione, sostenendo che la priorità debba essere il rafforzamento degli hospice e dell’assistenza ai pazienti più fragili. La relatrice di maggioranza Alice Parma (Pd) ha risposto che non è corretto contrapporre le due cose.
I dati mostrano che il problema esiste. Secondo i numeri del Ministero della Salute diffusi dalla Società italiana di cure palliative e dalla Federazione cure palliative, in Italia riceve assistenza circa il 33 per cento delle persone che ne avrebbero bisogno, a fronte di un obiettivo di legge del 90 per cento entro il 2028.
La copertura supera il 70 per cento in Trentino e il 55 per cento in Veneto, si colloca sopra il 40 per cento in Lombardia, Liguria ed Emilia-Romagna, scende al 23 per cento in Sicilia e al 4,3 per cento in Sardegna, che è la seconda Regione ad aver approvato una legge sul suicidio assistito. Secondo il monitoraggio di Agenas, Calabria e Campania non hanno mai elaborato un piano di potenziamento della rete.
Perché il Parlamento non decide
In questa legislatura sono stati depositati almeno tredici testi sul fine vita. Nel luglio 2025 le commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato hanno adottato come testo base la proposta unificata dei relatori Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (Fratelli d’Italia). Quel testo interviene sull’articolo 580 del codice penale e stabilisce in quali casi l’aiuto al suicidio non è punibile.
Subordina la non punibilità all’inserimento del paziente in un percorso di cure palliative, affida la verifica dei requisiti a un Comitato nazionale di sette membri nominati dal presidente del Consiglio, che deve pronunciarsi entro sessanta giorni prorogabili fino a centoventi, e prevede che personale, strumentazioni e farmaci del Servizio sanitario nazionale non possano essere impiegati per l’esecuzione. Usa inoltre la formula «trattamenti sostitutivi di funzioni vitali» invece di «trattamenti di sostegno vitale»: secondo le opposizioni questa scelta lessicale restringe la platea rispetto alla giurisprudenza costituzionale.
Il 3 giugno 2026 è arrivato in aula il disegno di legge delle opposizioni a prima firma di Alfredo Bazoli (Pd), che prevede invece un percorso interamente pubblico. Il Senato ha approvato una questione sospensiva presentata da Fratelli d’Italia con 88 voti favorevoli e 59 contrari e il testo è tornato in commissione. «Manca un anno al voto, cosa si torna a fare in commissione?», ha commentato Bazoli, parlando di un rinvio destinato ad affossare la legge.
Forza Italia ha annunciato emendamenti per tentare una mediazione sul ruolo del Servizio sanitario nazionale. Nel gennaio 2026 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva dichiarato che il compito dello Stato non deve essere quello di favorire percorsi per suicidarsi, ma di ridurre la solitudine dei malati gravi e delle loro famiglie.
Che cosa succede adesso
Nei prossimi mesi sono attese tre decisioni. La Corte costituzionale deve depositare la sentenza sulla legge sarda e quella sulla questione sollevata dal gip di Bologna, discussa nella stessa udienza del 23 giugno, che riguarda il requisito del trattamento di sostegno vitale: è la condizione più contestata, l’unica che nessun altro ordinamento prevede, e da essa dipende l’ampiezza dell’accesso alla procedura in tutto il Paese. Il governo deve decidere se impugnare la legge emiliano-romagnola. I Consigli regionali di Veneto e Umbria dovrebbero votare a settembre.
Fino ad allora l’accesso continuerà a dipendere dalla Regione di residenza. Chi vive in Toscana trova una commissione aziendale e una procedura scritta. Chi vive nelle Marche trova una proposta di legge ferma in commissione, nella Regione in cui Federico Carboni poté morire soltanto grazie a una raccolta fondi e in cui Fabio Ridolfi, dopo mesi di attesa, scelse la sedazione profonda perché il servizio sanitario non arrivava in tempo. La Corte costituzionale ha sollecitato il Parlamento a intervenire nel 2018, nel 2019, nel 2024 e nel 2025.



