Siamo soli. Drammaticamente soli.
La guerra si allarga, il rischio cresce, il linguaggio del conflitto diventa ogni giorno più stabile, più normale, più definitivo. E in Italia la presidente del Consiglio parla alla radio. Ieri Giorgia Meloni, che l’ultima volta che abbiamo controllato risulta ancora Presidente del Consiglio di questo Paese, intervenendo a RTL 102.5, ha detto che l’Italia “non è in guerra e non ci entra”, mentre il passaggio parlamentare è stato fissato per l’11 marzo. Le opposizioni hanno protestato. Il fatto, però, resta lì: nella fase più grave, il governo ha scelto il microfono e non l’Aula.
Questo è il punto. C’è una guerra e la premier ne parla tra un brano di Sal Da Vinci e lo spot di un nuovo Suv.
C’è una guerra che si avvicina, ci sono le basi americane, c’è il rischio di un coinvolgimento sempre più lungo e sempre meno confessato, e il governo italiano affida la propria voce a una trasmissione radiofonica. Non al Parlamento. Non al luogo in cui una parola pesa perché può essere smentita, contestata, inchiodata ai fatti. Alla radio. La sede scelta dice già tutto: messaggio controllato, tono controllato, rischio azzerato.
Non conta nemmeno più di tanto quello che Meloni ha detto. Conta dove l’ha detto. In certi momenti il luogo è il contenuto. E il contenuto, questa volta, è semplice: il governo ha parlato agli italiani come si parla a un pubblico. Non come si parla a cittadini. Ha trasmesso. Non ha risposto.
Poi c’è l’opposizione. Ha ragione a protestare. Ma la ragione, da sola, non sposta niente. Anche stavolta il copione è quello di sempre: il governo evita il punto di massima responsabilità e l’opposizione si limita a denunciare che lo ha evitato. Non sfonda. Non costringe. Non alza davvero il prezzo politico della fuga. Registra. Commenta. Si indigna. Intanto il centro della scena resta nelle mani del governo, che può permettersi perfino di sottrarsi senza pagare fino in fondo il costo della sottrazione.
Così i cittadini restano dove vengono lasciati ogni volta che le cose si fanno serie: in mezzo e da soli. Soli davanti a una guerra raccontata come se fosse soprattutto un problema di formule. Soli davanti a un governo che sceglie la sede più protetta. Soli davanti a un’opposizione che non riesce a trasformare il proprio dissenso in una forza capace di rompere la scena.
La solitudine dei cittadini italiani sta in questo scarto. Da una parte la grandezza del pericolo. Dall’altra la piccolezza della politica. Il mondo si avvita, la guerra cambia scala, e in Italia si balbetta in sedi comode, si rinvia, si protesta senza incidere. Il governo si protegge. L’opposizione galleggia. I cittadini assistono.
La verità è tutta qui, ed è perfino banale nella sua durezza: siamo in nel piuù grosso guaio dalla fine delle seconda guerra mondiale e ci hanno lasciati soli.



