La Somalia si sta avvicinando a una nuova fase critica. Mentre il governo di Mogadiscio è impegnato in uno scontro sempre più duro con opposizioni e poteri regionali, Al-Shabaab conserva il controllo o una forte presenza su vaste aree del paese, la pirateria torna a colpire le rotte del Golfo di Aden e la missione militare dell’Unione Africana rischia di perdere, dal prossimo anno, il sostegno logistico che le ha permesso di operare.
A rendere il quadro ancora più instabile è la crisi umanitaria: circa sei milioni di somali soffrono condizioni di grave insicurezza alimentare e 1,9 milioni di bambini sotto i cinque anni sono esposti alla malnutrizione acuta. Quasi mezzo milione necessita di cure urgenti. Il World Food Programme dispone oggi di una frazione delle risorse utilizzate durante la crisi del 2022.
Il rischio, quindi, non è soltanto una nuova offensiva jihadista. È il progressivo indebolimento di uno Stato che continua a dipendere militarmente ed economicamente dall’esterno mentre al suo interno aumentano le fratture.
Il conflitto politico è esploso apertamente quest’anno. A marzo il parlamento ha approvato una modifica costituzionale che ha portato da quattro a cinque anni il mandato del presidente e dei parlamentari, facendo slittare le elezioni previste. Le opposizioni hanno contestato la decisione e a giugno lo scontro è arrivato nelle strade di Mogadiscio, dove truppe governative e milizie legate a esponenti dell’opposizione si sono affrontate con le armi.
Ad agosto la crisi si è spostata a Baidoa, una delle maggiori città del paese. Le forze federali hanno combattuto per ore contro milizie fedeli all’ex presidente dello Stato del Sud-Ovest Abdiaziz Hassan Mohamed Laftagareen. Almeno quattro civili sono morti e quasi cento persone sono rimaste ferite. Le truppe governative hanno ripreso il controllo della città, ma gli scontri hanno mostrato quanto la contesa tra Mogadiscio e le autorità regionali rischi di sovrapporsi alla guerra contro Al-Shabaab.
Baidoa è anche uno dei luoghi in cui la crisi sociale assume dimensioni più drammatiche. Nei campi per sfollati, secondo Medici senza frontiere, un bambino su quattro tra quelli sottoposti a screening risulta gravemente malnutrito. I fondi destinati alla risposta alla malnutrizione in Somalia sono diminuiti di oltre l’80% rispetto all’anno precedente.
Il vuoto lasciato dagli Stati Uniti
Su questo scenario pesa ora una decisione destinata a cambiare gli equilibri militari. Dal 31 dicembre gli Stati Uniti non intendono più sostenere il finanziamento delle operazioni logistiche delle Nazioni Unite a favore dell’AUSSOM, la missione dell’Unione Africana che dispone di quasi 12 mila uomini e affianca le forze somale nella guerra contro Al-Shabaab.
Non si tratta di un dettaglio contabile. Attraverso l’ufficio delle Nazioni Unite UNSOS vengono assicurati alle truppe cibo, acqua, carburante, trasporti, assistenza medica, comunicazioni e altre strutture indispensabili alle operazioni. Washington ha versato negli anni quasi 2 miliardi di dollari per sostenere questo sistema e ritiene che Mogadiscio non abbia acquisito una sufficiente autonomia nella gestione della propria sicurezza.
L’Unione Africana ha già avvertito delle conseguenze della decisione e sta cercando nuove fonti di finanziamento. A luglio i paesi che forniscono truppe alla missione si sono riuniti in un vertice straordinario a Kampala. La stessa leadership dell’Ua ammette ormai che la sostenibilità economica dell’AUSSOM è diventata uno dei principali problemi della missione.
La questione arriva nel momento meno favorevole. Un rapporto dell’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo pubblicato a giugno rileva che la struttura di comando di Al-Shabaab resta sostanzialmente intatta e che il gruppo conserva il controllo o una presenza molto forte in ampie zone della Somalia centro-meridionale e lungo importanti vie di rifornimento. Anche intorno a diverse città controllate dal governo, compresa Mogadiscio, le aree rurali restano contese.
Il previsto trasferimento della sicurezza alle forze somale avrebbe dovuto concludersi gradualmente entro il 2029. Ma già prima della decisione statunitense le Nazioni Unite segnalavano che un ritiro troppo rapido delle forze africane avrebbe potuto creare nuovi vuoti territoriali a vantaggio degli jihadisti.

Al-Shabaab guarda oltre la Somalia
A complicare ulteriormente il quadro c’è l’evoluzione dei rapporti tra Al-Shabaab e i gruppi armati dello Yemen.
Le Nazioni Unite descrivono ormai una rete che attraversa il Golfo di Aden. Un rapporto pubblicato nel 2026 segnala il mantenimento di una stretta collaborazione tra Al-Shabaab e Al Qaeda nella Penisola Arabica e riferisce di incontri avvenuti in Somalia per la creazione di una struttura comune comprendente Al-Shabaab, Houthi e AQAP.
Un precedente rapporto degli esperti Onu aveva già documentato trasferimenti di armi dallo Yemen verso la Somalia e attività di addestramento degli uomini di Al-Shabaab da parte degli Houthi, comprese tecniche per la fabbricazione di ordigni e l’adattamento dei droni. Secondo gli investigatori, centinaia di somali sarebbero inoltre transitati verso lo Yemen per ricevere addestramento.
La collaborazione non sembra fondata su una particolare affinità ideologica. Gli Houthi sono un movimento sciita sostenuto dall’Iran, mentre Al-Shabaab appartiene alla rete sunnita di Al Qaeda. A unirli sono soprattutto armi, denaro, traffici e interesse per il controllo delle rotte marittime.
Ed è proprio sul mare che il deterioramento della sicurezza è diventato nuovamente evidente.
Tornano i pirati
Il 20 agosto uomini armati hanno sequestrato nel Golfo di Aden la petroliera Sibu 1, battente bandiera eritrea, mentre si trovava a oltre cento miglia dalla costa yemenita. Secondo Associated Press si è trattato della sesta nave commerciale sequestrata nell’area dall’aprile scorso. Pochi giorni prima era stata catturata anche la Lutuf, successivamente liberata da forze somale e turche.
I numeri dell’International Maritime Bureau mostrano un quadro apparentemente paradossale. Nel primo semestre del 2026 gli episodi di pirateria nel mondo sono diminuiti fino al livello più basso dal 1992, ma la Somalia mostra segnali in controtendenza: i pirati somali sono stati responsabili del 94% dei membri degli equipaggi presi in ostaggio nel mondo durante i primi sei mesi dell’anno.
Il ritorno dei sequestri non significa automaticamente un ritorno alla situazione del 2008-2011, quando la pirateria somala era diventata una delle maggiori minacce al commercio marittimo internazionale. Mostra però che le reti non sono mai scomparse e possono rapidamente tornare operative quando diminuisce il controllo del territorio e del mare.
La posizione geografica della Somalia rende tutto questo molto più di una crisi locale. Dalla sua costa passa una delle principali vie commerciali tra Oceano Indiano, Golfo di Aden, Mar Rosso e Mediterraneo. Sull’altra sponda c’è lo Yemen degli Houthi; poco più a nord il conflitto che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele ha ulteriormente militarizzato le rotte marittime.
Nel frattempo la Turchia ha costruito in Somalia la sua maggiore presenza militare all’estero e partecipa direttamente alle operazioni contro Al-Shabaab. L’Egitto ha inviato proprie truppe nell’ambito della missione africana, mentre Mogadiscio sta rafforzando anche i rapporti militari con Pakistan e Arabia Saudita.
La Somalia diventa così contemporaneamente terreno della guerra contro Al-Shabaab e spazio di competizione tra potenze regionali.
Il paragone con Kabul, evocato negli ultimi giorni da alcuni osservatori somali, resta eccessivo: non esistono al momento elementi sufficienti per prevedere un’imminente caduta di Mogadiscio. Ma il problema è reale. Il governo centrale affronta nello stesso momento un’insurrezione jihadista ancora forte, lo scontro con una parte delle autonomie regionali, una gravissima emergenza alimentare e la prospettiva di una riduzione del sostegno internazionale.
Per Al-Shabaab non è necessario conquistare immediatamente la capitale. È sufficiente che lo Stato continui a indebolirsi.



