Assab, il porto conteso: Etiopia ed Eritrea verso lo scontro

Tra i fronti che rischiano di allargarsi non c’è solo il Medio Oriente. Nel Corno d’Africa, l’Etiopia ha rimesso al centro della propria politica una parola che in quella regione non è mai neutra: mare. Domenica scorsa, durante una dimostrazione di forza delle forze speciali, il messaggio è stato reso volutamente inequivocabile — “non resteremo un Paese senza sbocco al mare, che vi piaccia o no” — con un immaginario esplicitamente militare.

Per Addis Abeba l’accesso al Mar Rosso viene presentato come una necessità “esistenziale”: commercio più economico, sicurezza delle rotte, ambizione di ricostruire una marina. Ma il punto geopolitico è che il porto più vicino e più appetibile, Assab, non è in Etiopia: è in Eritrea, a poche decine di chilometri dal confine.

Da qui nasce la miccia. L’Etiopia non sta solo rivendicando un diritto astratto alla “connettività marittima”: sta segnalando che il proprio status di grande potenza demografica dell’Africa orientale non può rimanere compressa dalla geografia. E in quella zona, quando la geografia diventa “destino”, la guerra diventa un’opzione.

Negli ultimi giorni, la tensione è passata dalla retorica alle carte diplomatiche. Il ministro degli Esteri etiope, Gedion Timothewos, ha inviato una lettera ad Asmara accusando l’Eritrea di occupare porzioni di territorio etiope lungo il confine e chiedendo il ritiro. L’Eritrea ha respinto le accuse come “false e fabbricate” e ha interpretato le rivendicazioni etiopi sul mare come una minaccia implicita alla propria sovranità.

È in questo scambio che si capisce il rischio concreto di una nuova guerra: non serve una dichiarazione formale, basta una sequenza di incidenti al confine mentre entrambe le parti alzano la postura militare.

L’International Crisis Group — una delle fonti più affidabili quando si tratta di valutare escalation nel Corno d’Africa — parla apertamente di una “polveriera” che coinvolge Etiopia, Eritrea e la regione del Tigray, dove gli accordi di pace non hanno mai prodotto una stabilizzazione piena e dove le alleanze stanno cambiando rapidamente.

Il contesto rende questa crisi più pericolosa di quanto sembri a chi la legge da lontano. Primo: l’Etiopia non è un Paese “pacificato” che improvvisamente guarda all’esterno. È uno Stato che esce da una guerra devastante nel Tigray e che vive nuove fratture interne (in particolare nelle aree Amhara e Oromia).

In un quadro così, la pressione esterna può diventare anche uno strumento interno: un modo per compattare consenso, spostare l’agenda, ridefinire identità nazionale attorno a un obiettivo facilmente comunicabile — “il mare” — e quindi facilmente militarizzabile.

Vista satellitare della regione attorno alla città portuale di Assab e alla costa del Mar Rosso – Foto Yonas Kidane CC BY-SA 2.0

Secondo: l’Eritrea non è un vicino qualsiasi. È uno Stato altamente militarizzato, con una leadership che vive storicamente la propria sopravvivenza come un confronto permanente con l’esterno. Nel 2018 Abiy Ahmed e Isaias Afwerki si erano stretti la mano in un disgelo che valse ad Abiy il Nobel per la pace.

Oggi quello scenario è evaporato, e i rancori della guerra nel Tigray — con accuse reciproche e memorie di atrocità — rendono più fragile qualsiasi ricomposizione. Anche l’Associated Press nota che la linea di Abiy sull’accesso al mare sta spingendo verso uno scontro che avrebbe costi regionali enormi.

Terzo: il Mar Rosso non è solo un mare. È una cerniera globale. Rotte commerciali, basi militari, competizione tra potenze del Golfo, rivalità tra attori regionali. Quando un conflitto prende forma tra Etiopia ed Eritrea, non resta bilaterale: tende a diventare un problema per i vicini e un’occasione per sponsor esterni.

È lo stesso schema già visto in altre crisi del Corno d’Africa: finanziamenti, accesso portuale, basi, droni, “consulenza” militare. Le analisi recenti insistono su questo rischio di trasformazione in teatro di rivalità tra attori del Golfo.

Quarto: la tecnologia rende l’escalation più rapida e meno controllabile. Nel 1998–2000 Etiopia ed Eritrea combatterono una guerra di trincea e artiglieria con decine di migliaia di morti. Oggi la disponibilità di droni e capacità di sorveglianza/attacco aumenta la probabilità di colpi “dimostrativi” e risposte immediate, cioè di una spirale che scatta prima che la diplomazia riesca a rimettere un argine.

La questione di Assab, in questo quadro, è più di una disputa portuale: è una disputa sul rango. L’Etiopia si percepisce come una potenza regionale compressa; l’Eritrea percepisce ogni discorso etiopico sul mare come potenziale annessione mascherata o come pressione per ottenere un corridoio controllato da Addis Abeba.

E se l’accordo “commerciale” diventa irrealistico per diffidenza reciproca, rimane la tentazione della coercizione: far pesare la superiorità demografica e militare per ottenere ciò che non si ottiene al tavolo. È qui che la storia del Corno d’Africa insegna prudenza: i conflitti non iniziano sempre con un piano, spesso iniziano con un “test”.

Per chi guarda da Europa e Mediterraneo, l’allarme non è astratto. Un conflitto tra Etiopia ed Eritrea destabilizzerebbe ulteriormente una regione già attraversata da crisi in Sudan, Somalia e Yemen, aumenterebbe pressioni migratorie, e aggiungerebbe un fattore di rischio lungo una delle arterie commerciali più sensibili del pianeta. Il Mar Rosso non è lontano: è una delle strade principali attraverso cui passano merci, energia e sicurezza.

Foto Temesgen Woldezion (Merhawie at en.wikipedia) CC BY-SA 2.5.