Le nuove tariffe della sanità pubblica arrivano in un Paese nel quale quasi sei milioni di persone hanno già rinunciato almeno una volta a una visita specialistica o a un esame diagnostico di cui avevano bisogno. È questo il dato dal quale bisognerebbe partire per capire che cosa significano realmente i rincari entrati nel nuovo tariffario del Servizio sanitario nazionale.
La revisione riguarda 448 prestazioni specialistiche e 222 codici dell’assistenza protesica. L’aumento medio delle tariffe interessate è del 5,8 per cento, anche se circa otto prestazioni su dieci rimangono invariate e l’aumento della tariffa riconosciuta alla struttura non coincide sempre con quello effettivamente pagato dal cittadino.
Per la specialistica resta infatti, nelle Regioni che lo applicano, il tetto ordinario di 36,15 euro per ricetta. Ma diversi aumenti arrivano direttamente al paziente: la visita cardiologica con elettrocardiogramma passa da 33,60 a 38 euro e il ticket può quindi salire fino al tetto di 36,15; l’agoaspirato della mammella passa da 31,25 a 36,50 euro; molte prime visite specialistiche aumentano di un euro, il prelievo venoso da 3,80 a 4,30.
Presi uno per uno sembrano aumenti modesti. Cinquanta centesimi, un euro, quattro o cinque euro. Ma il problema della povertà sanitaria comincia precisamente quando si osservano quelle cifre dal punto di vista di chi deve scegliere quali spese sostenere durante il mese.
La salute raramente costa una sola visita: ci sono analisi, controlli, farmaci, trasporti, più componenti della stessa famiglia da curare. E soprattutto quei rincari arrivano dentro un sistema che già oggi lascia fuori una parte crescente della popolazione.
Secondo l’Istat, nel 2024 il 9,9 per cento degli italiani, circa 5,8 milioni di persone, ha rinunciato a visite specialistiche o accertamenti diagnostici di cui aveva bisogno. Nel 2023 erano il 7,6 per cento. Le liste d’attesa rappresentano la causa principale, indicata dal 6,8 per cento della popolazione, ma il dato economico è altrettanto pesante.
Il 5,3 per cento degli italiani, circa 3,1 milioni di persone, ha rinunciato perché non poteva permettersi la prestazione. Solo un anno prima erano il 4,2 per cento. Nello stesso periodo è aumentato anche il ricorso al privato pagato interamente di tasca propria, dal 19,9 al 23,9 per cento delle prestazioni specialistiche.
Il Servizio sanitario universalistico comincia a dividersi in due. Chi può aspettare aspetta il pubblico. Chi può pagare salta la coda rivolgendosi al privato. Chi non può fare né l’una né l’altra cosa rimanda o rinuncia.

La dimensione più dura del fenomeno emerge dal rapporto sulla povertà sanitaria del Banco Farmaceutico. Nel 2025 sono state 501.922 le persone che hanno dovuto rivolgersi alle oltre duemila realtà assistenziali convenzionate per ottenere gratuitamente medicinali e cure che non erano in grado di acquistare.
Erano 463.176 l’anno precedente: un aumento dell’8,4 per cento. Tra loro ci sono 145.557 minori, il 29 per cento del totale, e più di 109 mila anziani. Sono numeri che non misurano tutta la povertà sanitaria italiana, ma soltanto la parte intercettata da quella rete assistenziale.
Nel frattempo le famiglie italiane finanziano direttamente una quota sempre maggiore della propria salute. Nel 2024 la spesa sanitaria pagata di tasca propria ha raggiunto 41,3 miliardi di euro, oltre un quinto della spesa sanitaria complessiva.
La Fondazione Gimbe osserva che questa cifra, per quanto enorme, non racconta neppure tutto: la spesa privata non può crescere indefinitamente perché a un certo punto una famiglia non paga di più, semplicemente smette di acquistare la prestazione. È esattamente ciò che mostrano i dati sulle rinunce.
Le esenzioni continuano naturalmente a esistere: riguardano determinate condizioni di reddito ed età, disoccupazione, pensioni minime, invalidità, gravidanza, malattie croniche e rare. Ma tra chi è formalmente esente e chi può permettersi senza problemi cinquanta o cento euro di spese sanitarie al mese esiste una fascia enorme di popolazione che non rientra automaticamente nelle protezioni: lavoratori con redditi bassi, famiglie monoreddito, precari, persone che superano di poco le soglie previste.
Su questa fascia anche pochi euro pesano. Non perché quattro euro rendano improvvisamente povera una famiglia, ma perché si aggiungono a tutto il resto e perché la salute è una delle poche spese che spesso possono essere rinviate senza conseguenze immediatamente visibili. Si rimanda il controllo, si aspetta qualche mese per l’ecografia, non si fa l’esame prescritto. La povertà sanitaria cresce anche così, senza scene drammatiche e senza che nessuno venga formalmente escluso dal Servizio sanitario.
Il nuovo tariffario nasce dall’esigenza reale di aggiornare compensi e costi delle prestazioni e dispone nuove risorse per il sistema: l’impatto stimato è superiore ai 200 milioni di euro l’anno. Il problema non è quindi fingere che strutture, personale, tecnologie e materiali possano essere pagati con tariffe ferme nel tempo. Il problema è decidere dove debba ricadere quella differenza.
Quando oltre tre milioni di persone rinunciano già a visite ed esami per ragioni economiche, ogni aumento della quota effettivamente pagata dai cittadini merita di essere misurato non soltanto sui bilanci sanitari, ma anche sul numero di persone che rischiano di fermarsi davanti alla cassa.



