In Italia, nel 2025, curarsi non è più un diritto garantito per tutti. È diventato, sempre più spesso, un lusso. Lo racconta il 12° Rapporto Donare per curare – Povertà Sanitaria e Donazione Farmaci dell’Osservatorio sulla Povertà Sanitaria di Banco Farmaceutico: nell’anno in corso 501.922 persone – 8,5 residenti ogni 1.000 – hanno avuto bisogno di chiedere aiuto a una delle 2.034 realtà assistenziali convenzionate per ottenere gratis farmaci e cure che non potevano permettersi. Un anno fa erano 463.176: +8,4% in dodici mesi.
Dietro questi numeri ci sono ambulatori solidali, Caritas, associazioni, farmacie sociali che tappano le falle di un sistema che si proclama universale ma lascia scivolare giù dal bordo centinaia di migliaia di persone. Non è un fenomeno marginale: riguarda ormai una città grande quanto Genova, o un po’ più di Bologna più Firenze messe insieme.
La fotografia di chi cade in questa povertà sanitaria è molto concreta. Sono soprattutto adulti tra i 18 e i 64 anni (il 58%): gente in età da lavoro, che spesso lavora davvero, ma con redditi insufficienti, contratti precari, nessuna rete di protezione. La maggioranza è maschile (51,6% contro il 48,4% di donne), ma il dato che colpisce di più è un altro: quasi un assistito su tre è un minore. Sono 145.557 bambini e ragazzi, il 29% del totale, più degli anziani (21,8%, 109.419 persone). In un Paese che ama riempirsi la bocca di “natalità” e “famiglie”, decine di migliaia di figli dipendono da una donazione per ricevere un antibiotico, un antiasmatico, un farmaco per l’epilessia.
Anche sul piano clinico l’immagine è chiara: i malati acuti sono il 56%, i cronici il 44%. C’è chi arriva perché ha un bisogno improvviso – un’infezione, un trauma, una riacutizzazione – e chi torna periodicamente per patologie che richiedono terapie continue. Non si tratta quindi di piccoli “aiuti” episodici, ma di persone la cui possibilità di curarsi dipende stabilmente da un pezzo di welfare caritatevole.
Se seguiamo il filo dei soldi, il quadro diventa ancora più esplicito. Nel 2024 la spesa farmaceutica complessiva delle famiglie ha raggiunto 23,81 miliardi di euro, 171 milioni in più rispetto al 2023. Ma di questa cifra solo 13,65 miliardi, poco più della metà (57,3%), sono coperti dal Servizio sanitario nazionale. Il resto – 10,16 miliardi, il 42,7% – esce direttamente dalle tasche delle persone: farmaci da banco, ticket, medicinali non rimborsati.
È vero: rispetto al 2023 questa quota privata è leggermente scesa (-4,6%). Ma basta guardare un po’ più indietro per capire la tendenza: tra il 2018 e il 2024 la spesa totalmente a carico dei nuclei familiari è cresciuta di 1,78 miliardi, passando da 8,37 a 10,16 miliardi di euro. +21,26% in sette anni. Non è un dettaglio statistico: significa che in un Paese con salari fermi e inflazione che morde, sempre più pezzi di cura vengono spostati dal paniere dei diritti a quello degli “acquisti” individuali.
Questa zona grigia non riguarda solo il ceto medio: coinvolge anche le famiglie già povere, che devono comunque pagare i farmaci da banco e, salvo esenzioni, i ticket. È esattamente qui che si innesta il lavoro di Banco Farmaceutico: l’intervento delle realtà assistenziali serve a coprire proprio quella parte di spesa che il pubblico non rimborsa ma che resta, nei fatti, essenziale alla cura.

La povertà sanitaria, però, non si misura solo guardando agli scontrini delle farmacie. Si vede anche nelle cure mancate. Secondo gli ultimi dati Istat (2024), quasi una persona su dieci (9,9%) ha rinunciato a visite o esami specialistici nei dodici mesi precedenti. Il 6,8% l’ha fatto soprattutto per le liste d’attesa troppo lunghe: un rinvio che a volte si traduce in diagnosi tardive, malattie che peggiorano, accessi al pronto soccorso evitabili.
Ma c’è un altro dato che pesa come un macigno: il 5,3% della popolazione – 3,1 milioni di persone – ha rinunciato a prestazioni sanitarie per ragioni economiche. Un anno prima erano meno: il dato è cresciuto di 1,1 punti percentuali. In pratica, milioni di persone, di fronte a un preventivo, a un ticket, a una visita a pagamento per aggirare l’attesa, hanno fatto una scelta che nessuno dovrebbe trovarsi costretto a compiere: “Lascio stare, non me lo posso permettere”.
Sommato al mezzo milione che ha bisogno di aiuto per procurarsi i farmaci, questo dato racconta una verità semplice: il principio “la salute è un diritto universale” è sempre più spesso smentito nella pratica quotidiana.
Non a caso, commentando il Rapporto, il presidente della Fondazione Banco Farmaceutico ETS, Sergio Daniotti, insiste proprio su questa doppia dimensione: da un lato la gratuità concreta – volontari, farmacisti, aziende e cittadini che mettono a disposizione farmaci per chi non ha soldi – dall’altro la necessità di capire fino in fondo le cause della povertà sanitaria, con un lavoro di approfondimento culturale e scientifico. Perché, ricorda, “più profonda è la conoscenza, più efficaci saranno le risposte”.
Tradotto: senza cambiare le regole del gioco – il finanziamento del SSN, la politica dei ticket, la rimborsabilità dei farmaci essenziali, il sostegno ai redditi più bassi – i rapporti come quello di Banco Farmaceutico continueranno a registrare aumenti anno dopo anno. Le associazioni potranno al massimo rallentare la caduta, non invertire la rotta.
La povertà sanitaria, alla fine, è la cartina di tornasole di un modello sociale che accetta che i bambini smettano una terapia perché è troppo cara, che gli adulti scelgano tra l’affitto e una visita specialistica, che un analgesico di marca pesi su un bilancio famigliare quanto una bolletta. Non è un incidente, è una scelta. E come tale può – e deve – essere messa in discussione.


